La 194 pro-vita è saggia? Semmai iniqua e da abrogare

La 194 pro-vita è saggia? Semmai iniqua e da abrogare
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Il mese di giugno, tradizionalmente consacrato al Sacro Cuore, è stato preso di mira dalle forze rivoluzionarie che hanno voluto utilizzarlo per i propri fini. I pride che si sono susseguiti in diverse città d’Italia e nel mondo manifestano l’intenzione di sostituire al culto dovuto a Dio, il culto dell’uomo che si mette al posto di Dio e calpesta impunemente (per ora) la sua Santa Legge. Questo desta scandalo, ma è ciò che ci si aspetta dai nemici esterni. Il pericolo maggiore viene invece dai nemici interni. In casa cattolica, si è voluto concludere questo mese con due articoli: uno pubblicato il 18 giugno, a firma di Luca Ricolfi, sul quotidiano La Verità e rilanciato nella sua rassegna stampa del 27 giugno dal Movimento per la Vita, intitolato Ma gli abortisti hanno mai letto la legge 194? L’altro, il 29 giugno, dal quotidiano Avvenire, intitolato L’aborto non è mai un diritto. Il diverso parere di due dirigenti del Pd.

L’argomento e i modi sono diversi ma la sostanza è sempre la stessa: difendere a spada tratta la 194 che, nel primo caso, viene definita “una legge pro-vita”, nel secondo “una legge saggia”. Luca Ricolfi, dopo aver criticato gli abortisti che parlano della 194, afferma: «A giudicare da come ne parlano, si direbbe che le paladine della legge 194 non l’abbiano mai letta. Se lo avessero fatto, si sarebbero accorte che tutta l’impostazione della legge è marcatamente pro vita e anti aborto». D’altro canto, l’intervento pubblicato su Avvenire, con la firma di Silvia Costa, della Direzione nazionale PD e di Alberto Mattioli, della Direzione regionale del PD in Lombardia, si apre affermando: «L’aborto continua a causare aspre polemiche e contrapposizioni benché l’Italia disponga di una saggia legge e di una equilibrata giurisprudenza» e si chiude ribadendo che «è necessario quindi non porre in discussione l’equilibrio faticosamente raggiunto dalla legge mentre, ribadiamo, è necessario tutelare la libertà e responsabilità della scelta della donna» (tondi nostri).

Avvenire, purtroppo, non è nuovo alla pubblicazione di queste infelici uscite come già puntualizzato in passato. 

Già allora, in un articolo del 25 maggio 2022, con le parole chiare e nette del prof. Mario Palmaro (1968-2014) nel suo libro Aborto & 194, si era ricordato il contenuto profondamente abortista della 194 ed è bene rispolverarlo per comprendere la cruciale necessità della sua abrogazione.

La 194 non è né saggia o equilibrata, né tantomeno pro-vita e antiaborto (sic!). Sarebbe come affermare che l’acqua non è bagnata: si tratta, nella migliore delle ipotesi, di un insulto all’intelligenza che si basa sul principio logico di non-contraddizione. S. Tommaso d’Aquino, nella sua Summa Teologica (I-II, q. 96, a. 4) afferma, inequivocabilmente che «le leggi umane positive, o sono giuste, o sono ingiuste». Il dottore della Chiesa esclude categoricamente altre categorie in cui inquadrare una legge umana: tertium non datur. Nella medesima quaestio, prosegue descrivendo i due modi in cui tali leggi possono essere ingiuste. Per quel che concerne il secondo, «le leggi possono essere ingiuste, perché contrarie al bene divino: come le leggi dei tiranni che portano all’idolatria, o a qualsiasi altra cosa contraria alla legge divina. E tali leggi in nessun modo si possono osservare; poiché sta scritto: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”».

La 194 rientra certamente nella seconda categoria, dal momento che permette e incentiva la soppressione di esseri umani innocenti nel grembo materno, contravvenendo esplicitamente al quinto comandamento. Di conseguenza, essa non è da considerarsi come una legge, bensì come una corruzione della legge (cfr. S. Th., I-II, q. 95, a. 2). Non basta che vi siano delle parti che, prese in sé, siano coerenti con la legge naturale. Anche se avessimo a che fare con una legge giusta in ogni sua parte eccetto che per un singolo comma (e non è certo questo il caso), si avrebbe ugualmente una legge iniqua per il principio, ben noto agli antichi, bonum ex integra causa, malum ex quocumque defectu (il bene viene da una causa integra, il male da un qualsiasi difetto).

Per analogia, si può pensare ad un bicchiere di acqua purissima in cui sia stata posta una goccia di veleno letale. Nessuno si sognerebbe di dire che, solo perché in gran parte il liquido contenuto nel bicchiere è acqua purissima, allora si può tranquillamente bere. Eppure, quando si tratta della moralità delle leggi umane positive si è disposti a salvare interi apparati legislativi iniqui in virtù delle (ben poche) parti buone che possono esservi contenute. Nel caso della 194, siamo ben lontani dal bicchiere di acqua purissima con la goccia di veleno; ci si spinge a pensare che si possa bere persino un intero bicchiere di veleno con qualche goccia d’acqua purissima. Il risultato è sempre il medesimo: la morte.

È drammatico che chi scrive certi articoli (o chi li ospita) si ritenga pro-life. In verità, si tratta di abortismo a tutti gli effetti, ma poiché è un abortismo moderato che dice “sì alla vita”, allora ci si illude che tali posizioni possano coniugarsi con la morale e la dottrina cattolica. Spiegava bene il prof. Palmaro nel suo libro Ma questo è un uomo (Edizioni San Paolo, Milano, 1996, pp. 188-195) che esistono diverse tipologie di abortismo. Quello espressamente a favore della soppressione di esseri umani innocenti nel grembo materno ne è solo un’espressione e nemmeno maggioritaria. Una buona fetta dei cattolici oggi, sposa un pensiero che si può definire “abortismo umanitario”. «Secondo questa forma di abortismo – spiegava Mario Palmaro – la soppressione del nascituro è un male. Un male dal punto di vista sociale (si parla di “piaga dell’aborto”), forse sotto il profilo psicologico, secondo alcuni anche nella prospettiva morale. Però si tratta di un male necessario, soprattutto quando la donna corra rischi – più o meno seri – per la propria salute fisica o psichica, quando la gestante abbia problemi economici o quando il nascituro presenti (probabili) gravi malformazioni. Dato che l’aborto resta un male, tollerabile solo in certi casi, occorre che qualcuno controlli dall’esterno il rispetto delle regole, e che lo Stato preveda delle sanzioni per chi si procura l’aborto al di fuori delle procedure previste. Non solo: le istituzioni dovrebbero tendere a prevenire l’aborto rimuovendone le cause, aiutando la madre e favorendo se occorre l’adozione del bambino».

Questa forma di abortismo è di gran lunga più pericolosa della sua “sorella” più esplicita che trova espressione nel femminismo violento. Essa si maschera da bene per poi giungere, in tempi diversi, al medesimo obiettivo: lasciare in capo alla donna un pieno e assoluto diritto di vita o di morte sul figlio.

È fondamentale uscire dall’ottica che “abortisti” siano soltanto gli attivisti che invadono le piazze pubbliche con fazzoletti fucsia. Esiste un abortismo più sotterraneo che, come un fiume carsico, erode le coscienze ed è funzionale all’accettazione e normalizzazione del delitto d’aborto. L’unico modo per contrastarlo è tornare ad una integralità della morale sul punto e smascherare l’abisso di male che c’è nell’abortismo, anche e soprattutto nel suo volto più rassicurante e moderato. 

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