Jean Clair, un acuto critico dell’arte moderna

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Uno dei più gravi problemi della nostra epoca è ignorare ciò di cui si parla e la cosa diventa ancora più allarmante quando si tranciano giudizi falsi, come è accaduto per la mostra Inferno delle Scuderie del Quirinale, curata da Jean Clair e dalla consorte Laura Bossi, infatti, qualcuno si è arrogato il “diritto” di affermare falsamente che si tratta di una mostra satanista: è la dimostrazione plastica che la malafede obnubila sempre la ragione.

Jean Clair è uno degli storici d’arte più accreditati a livello internazionale ed è uno dei maggiori critici dell’Arte contemporanea e nel dire critici intendiamo l’accezione ostile all’astrattismo e al surrealismo, considerata arte mercificata, senza valore intrinseco, adatta solo alla incultura del mondo moderno, abissalmente e volutamente lontana dai grandi valori cristiani che hanno forgiato l’Occidente. In questo ambito si collocano altri intellettuali, come Martin Mosebach, Pietro De Marco, Vittorio Sgarbi, Gabriella Rouf…; nonché docenti, avendo fatto “scuola” l’impostazione dello stesso Jean Clair; ma anche operatori sul campo, come gli architetti Pier Carlo Bontempi, Andrea De Meo Arbore, Ciro Lomonte… e artisti come Barbara Ferabecoli, Giovanni Gasparro… venendo a creare un vero e proprio bacino compatto, che si ribella alla dannosa, deformante, destrutturante e demoniaca arte contemporanea, votata al brutto, al malvagio, alla perversione e alla dissacrazione.

Jean Clair accusa i “mostri sacri” dei critici d’arte à la page e del mercato definendoli sacrileghi ed impostori. Afferma che si è giunti al «culto della cultura», ossia alla riduzione a «feticcio» di qualsiasi cosa abbia a che fare con gli artisti, sia essa valore o meno. Da un lato le architetture dei musei perdono la propria identità, scollando quel binomio forma-funzione che a lungo ha dominato la progettazione dei luoghi dell’abitare, così come dell’esporre, e dall’altro il pubblico si è trasformato, diventando massa, pronta a partecipare a qualsiasi evento pur di esserci e di fotografarsi, con o senza selfie, con il “feticcio” di turno.

L’arte contemporanea mercificata, perfettamente simboleggiata dalla filosofia di Andy Warhol, ha assunto un acronico preciso, AC, grazie alla professoressa Christine Sourgins, ex allieva di Jean Clair e autrice di Les mirages de l’Art contemporain (2005). Tale sigla sottolinea la natura ideologica ed economica del sistema antifigurativo: prodotto commerciale che, come tale si autodefinisce e si promuove. Il filo conduttore della Arte contemporanea, omologato e uguale per tutti, fino agli Settanta «parlava di avanguardia, poi il termine si è monetizzato per le ragioni del mercato e oggi non vuol dire più niente. Arte contemporanea è una griffe, un marchio che dà valore a qualcosa che non vale nulla» (L’Arte di Dio. Sacri pensieri, profane idee, a cura di Cristina Siccardi, Editore Cantagalli, Siena 2017, p. 14). L’Arte detta contemporanea non è «l’arte dei nostri contemporanei. Il termine prestigioso di arte contemporanea è un nome-trappola: una parte dell’arte di oggi si arroga il nome dell’insieme e pretende di essere la totalità dell’arte vivente»(ivi, p. 17).

Jean Clair, che ha scritto un vero e proprio capolavoro, L’Hiver de la culture (Flammarion, Paris 2011) – percorso attraverso l’arte di oggi, con le sue manifestazioni ed espressioni che esprimono un paesaggio saccheggiato, funebre, venale, mortificate, costruito sulla follia carnevalesca di pessimo gusto – pur non essendo cattolico, è dotato di acuta intelligenza osservativa. Il membro della Académie française ha, infatti, dichiarato: «Nell’arte occidentale il sacro non c’è più. Manca nella storia, nella vita quotidiana, è una categoria scomparsa dall’utopia sociale» (ivi, p. 14), inoltre, temendo «di essere accusata di attentare alla liberà d’espressione, a differenza dei musulmani e degli ebrei, la Chiesa non si azzarda a denunciare il sacrilegio. Anzi, sorprendentemente, la Chiesa cattolica è tentata di considerare queste forme estreme della creazione artistica come testimonianze di un sacro adatto ai nostri tempi, al punto di diventare un attore di questo strano commercio. Sulla scia del Concilio Vaticano II è con stupore che abbiamo sentito l’ala più “illuminata” della Chiesa, che favorisce questo clima di mistagogia [iniziazione ai misteri, ndr], dichiararsi aperta a tali erranze comportamentali» (Conversazione tenuta all’Institut de France, in occasione del «Cortile dei Gentili», Parigi, 25 marzo 2011).

È evidente che, con tali concezioni, la mostra Inferno è stata allestita con una filosofia artistica che rimanda non solo alla sana arte figurativa, ma anche, puntualmente, alla poetica e teologia di Dante Alighieri, senza stravolgere nulla dell’intentio del sommo Poeta, attraverso un caleidoscopio mirabile di espressioni artistiche che hanno dato il giusto peso e la corretta collocazione cattolica degli abissi demoniaci, attraverso una carrellata che parte dal Medioevo fino al Novecento, con autori come Beato Angelico, Bosch, Bruegel, Goya, Manet, Delacroix, Rodin, Cezanne, Balla, Dix, Richter, Kiefer. Inoltre, c’è stata un’attenzione particolare nel redigere il tracciato didascalico che accompagna il visitatore: sono stati riprodotti, per esempio, grandi pannelli in cui si rammenta la dottrina cattolica, riproducendo passi dell’Apocalisse, di san Jacopo da Varazze oppure indicando i Novissimi (Morte, Giudizio, Inferno, Paradiso), concetti, quest’ultimi, non più nominati dalla maggior parte dei pastori della Chiesa, come pure accade per i termini come peccato e anima, realtà che sono state schiacciate dal sociologismo, dal politicamente corretto e dal fallace “rispetto dei diritti di tutti”.

Il grande storico dell’arte ha una visione molto chiara e lucida dell’apparato estetico della realtà naturale, egli afferma che le Confessioni di sant’Agostino non sono solo prova dell’esistenza di Dio (quando il padre della Chiesa interroga l’Universo, la terra, il mare, il vento, il cielo, il sole, la luna, le stelle… per conoscere chi li ha fatti così belli, essi rispondono che è stato Dio), ma anche una prova estetica: «tutta la creazione testimonia della sua opera e quest’opera è bella. Dalle leggi che regolano il movimento dei corpi celesti fino a quelle che reggono l’organizzazione del corpo umano, la bellezza è una promessa che non è mai stata tradita. C’è un nomos cristiano così come c’è stato un nomos greco. C’è una Ragione propria alla cristianità come c’è stata una ragione antica, un logos, ma di un’altra natura. Allo stesso modo, metaforicamente, l’opera d’arte è una gioia continuamente rinnovata, fondata su regole e anch’essa logos, che ha preso forma e senso» (in L’Arte di Dio. Sacri pensieri, profane idee, op. cit., pp. 338-339).

Jean Clair non ha né smentito, né tradito il suo sentire iconograficamente cristiano neppure nel proporre al mondo la mostra che riproduce perfettamente gli abissi del destino ultimo di chi volta le spalle a Dio. (Cristina Siccardi)

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