Tre ricorrenze in tre anni successivi hanno coronato il Maestro d’Aquino riportando l’attenzione sul suo pensiero, troppo a lungo caduto nell’oblio: i 700 anni dalla canonizzazione ad Avignone, voluta da Giovanni XXII (1323-2023), ricorrenza appena trascorsa; il 750° anniversario della morte, avvenuta nell’abbazia cistercense di Fossanova il 7 marzo 1274, celebrato quest’anno; l’ottavo centenario della sua nascita, avvenuta a Roccasecca nel 1225, che cadrà il prossimo anno.
Una triade cronologica che non poteva non accendere i riflettori sul “Dottore comune” a cui la Chiesa Cattolica ha sempre tributato gli onori più illustri, raccomandandone con insistenza lo studio del pensiero filosofico e teologico.
A partire dalla Aeterni Patris di Leone XIII (1879), gli interventi del Magistero della Chiesa che invitavano i pensatori cattolici a “tornare a Tommaso” sono stati molto numerosi. «Tra i Dottori Scolastici – avverte Leone XIII –, eccelle di gran lunga sopra tutti San Tommaso d’Aquino, di tutti principe e maestro. Egli (come osserva il Cardinale Gaetano) appunto perché tenne in somma venerazione gli antichi sacri dottori, ereditò in qualche modo l’intelletto di tutti”; e perciò il papa lo definì “singolare presidio e onore della Chiesa cattolica».
Innocenzo VI, citato da Leone XIII, ebbe a dire: «La dottrina di costui (Tommaso) vince tutte le altre (eccettuata la Canonica) per la proprietà delle parole, il buon merito nell’esporre, la verità delle sentenze; cosicché non è mai accaduto a coloro che l’hanno professata, di errare fuor dal cammino della verità; mentre invece chi l’ha combattuta è sempre stato sospettato di errore». San Roberto Bellarmino, nell’introduzione al suo trattato della Santa Trinità, dice dell’Aquinate: «Veramente ci propone ogni cosa con tanto ordine, con tanta immediatezza, con tanta brevità, che oso affermare che se alcuno diligentemente studierà le poche questioni di san Tommaso, niente più gli riuscirà difficile intorno alla Trinità sia nelle Scritture, sia nei Concili, sia nei Papi; e se alcuno attenderà a San Tommaso per due soli mesi, ne porterà più frutto che se per parecchi si fosse immerso nella lettura delle Scritture e dei Padri». «Egli (san Tommaso) – afferma il papa Giovanni XXII – illustrò la Chiesa più di tutti gli altri Dottori; dai suoi libri in un solo anno lo studioso trae più vantaggio che per tutto il tempo di sua vita dalla dottrina di altri». Pio XI, nella Studiorum Ducem, afferma – con un vigore che non lascia spazio ad ambiguità di sorta – che la dottrina della Chiesa è la dottrina tomista: «Approviamo che egli non solo sia chiamato Angelico, ma altresì che gli sia dato il nome di Dottore Comune, mentre la Chiesa ha fatto sua la dottrina di lui».
Questi richiami, pur così autorevoli, sono rimasti sventuratamente inascoltati. Al punto che una personalità come padre Garrigou-Lagrange (1877-1964), nel 1947, pubblicò una breve ma densissima opera, dal significativo titolo Essenza e attualità del tomismo, nella quale – con la sua logica stringente – addita il tomismo come unico antidoto alle deviazioni intellettuali del nostro tempo. La malattia del mondo moderno è – afferma il padre Garrigou-Lagrange – anzitutto una «assai grave malattia delle intelligenze». Per rimediare a questo male, in gran parte di ordine filosofico, Pio X, dopo Leone XIII, indicò come rimedio il ritorno al tomismo: «Ciò che conta anzi tutto – decretò senza incertezze papa Sarto nel 1910 – è che la filosofia scolastica, che Noi ordiniamo di seguire, si debba precipuamente intendere quella di San Tommaso di Aquino. (…) Ammoniamo poi quelli che insegnano, di ben persuadersi che il discostarsi dall’Aquinate, specialmente in cose metafisiche, non avviene senza grave danno. Un piccolo errore al principio, se ci è lecito usare le stesse parole dell’Aquinate, è grande alla fine». E nell’Enciclica Pascendi, affermò che il male del quale soffre il mondo moderno è anzitutto un male dell’intelligenza: l’agnosticismo. «Esso – nota il padre Garrigou-Lagrange –, sia sotto forma di positivismo empirista, sia sotto quella d’idealismo, mette in dubbio il valore ontologico delle nozioni primordiali, nonché dei primi principi della ragione, il che non permette più di provare con certezza obbiettivamente sufficiente l’esistenza di Dio distinto dal mondo, e quindi neanche di stabilire il fondamento supremo dell’obbligo morale, o quello della legge naturale». La filosofia moderna è caduta in un pericoloso e nefasto soggettivismo che distrugge le leggi immutabili dell’essere, per affermare solamente le leggi dello spirito che evolve, le leggi del divenire mentale, volitivo o sentimentale. La filosofia dell’essere è rimpiazzata da una filosofia dei fenomeni, o da una filosofia del divenire, o da una filosofia dell’azione, ossia da un volontarismo secondo il quale «la metafisica ha la sua sostanza nella volontà agente» sostituita all’essere ed alle leggi immutabili di questo. «Si rinuncia così – afferma ancora padre Garrigou-Lagrange – alla definizione tradizionale della verità: conformità del giudizio con la realtà extramentale, adæquatio rei et intellectus, alla quale viene sostituita la definizione: veritas est conformitas mentis et vitæ, la verità è conformità del pensiero con la vita umana sempre in evoluzione. In tal modo eccoci tornati al modernismo».
Ma tutte le deviazioni del pensiero contemporaneo hanno, secondo il Padre Garrigou-Lagrange, una radice comune. «All’origine di tutti quegli errori – scrive – v’è, sin dai tempi di Hume e di Kant, il seguente: La relazione essenziale dell’intelligenza con l’essere extramentale viene soppressa; perciò l’intelligenza moderna non può più alzarsi con certezza a Dio, Primo Essere; essa ricade su sé stessa e dice finalmente che Dio non esiste nell’ordine trascendente, ma che egli diviene in noi. Fu così che l’agnosticismo di Kant condusse al panteismo di Fichte ed all’evoluzionismo assoluto di Hegel: evoluzionismo che si riscontra nelle forme svariatissime dell’idealismo contemporaneo. L’uomo non vive più di Dio, ma solamente di sé stesso e si avvia verso la morte, verso l’angoscia e la disperazione delle quali tratta l’esistenzialismo attuale, che è, come ha detto qualcuno, l’esperienza anticipata non del cielo, ma dell’inferno».
Davanti a questo scenario intellettuale devastante “occorre perciò salvare l’intelligenza, sanarla, farle capire che i primi principi della religione naturale o del senso comune hanno un valore ontologico, che sono leggi dell’essere, le quali permettono di giungere alla vera certezza sull’esistenza di Dio, fondamento supremo dell’obbligo morale, come pure alla certezza del fatto della rivelazione di Dio, sulla quale poggiano i dogmi immutabili della fede”.
Ora, afferma padre Garrigou-Lagrange, additando la soluzione, «tale difesa del valore ontologico e del valore trascendentale o analitico delle prime nozioni e dei primi principi, la troviamo nel tomismo». E ciò perché «san Tommaso, e questo è un beneficio immediato a lui dovuto, riconduce l’intelligenza al suo oggetto, l’orienta verso il suo fine, le restituisce la sua natura. Come potrebbe essa non dargli ascolto? E come se dicessimo all’occhio ch’esso è fatto per vedere, alle ali, ch’esse sono fatte per volare … Nello stesso tempo le viene restituita la semplicità dello sguardo; gli ostacoli artificiali non la fanno più esitare quanto all’evidenza naturale dei primi principi, e tale evidenza ripristina la continuità fra la filosofia e il senso comune».
Nell’era postconciliare c’è stato qualche timido tentativo di ripresa del tomismo da parte del magistero ufficiale. Paolo VI, davanti ai partecipanti di un Congresso, ricordò «quanto oggi possa essere utile sedere ancora alla scuola di San Tommaso per apprendere, prima di ogni altra scienza, l’arte del bene pensare», e mise in guardia davanti all’«affluenza delle cognizioni sensibili e fenomenico-scientifiche», che potrebbero distogliere «dallo sforza sistematico ed impegnativo di risalire alle ragioni superiori sia del sapere che dell’essere». Giovanni Paolo II, specialmente nella Fides et Ratio, ribadisce che san Tommaso «raggiunse vette che l’intelligenza umana non avrebbe mai potuto pensare», lo riconosce «apostolo della verità» e afferma che «la sua è veramente la filosofia dell’essere e non del semplice apparire» (n. 44). Questi tentativi, pur significativi, sono stati deboli poiché non avevano la forza iussiva dei precedenti. Ma non sono caduti totalmente nel vuoto.
Sulla scia del padre Garrigou-Lagrange, un altro grande domenicano del secolo scorso, certamente non il solo, padre Tomas Tyn, vide nel tomismo il rimedio più certo alle angosce dei tempi presenti: «Il pensiero tomistico – diceva – è qualche cosa di vivo, qualche cosa che continua, che va sempre avanti. È curioso che questi innovatori ad oltranza amino fare delle cesure nella storia, per annientare la tradizione». Ma mentre le innovazioni passano, la tradizione rimane. Ed ora assistiamo ad un fenomeno singolare, che va letto alla luce di una sana teologia della storia. Mentre la gerarchia ecclesiastica ha accantonato il pensiero dell’Aquinate, le nuove generazioni mostrano verso di esso un interesse ogni giorno crescente. Esse sono attratte dallo splendore della liturgia tradizionale non meno che dalla bellezza della verità che il tomismo veicola con il suo sano realismo, con il suo ottimismo metafisico, con la profondità dei suoi principi: esso ha una capacità di attrazione e illuminazione incoercibile. Molto verosimilmente si assisterà al ritorno del tomismo anche nei seminari e nell’insegnamento ufficiale della Chiesa, ereditato – questa volta! – da quel mondo laico verso cui la chiesa da almeno 50 anni mostra il suo più spericolato aperturismo. Ed è proprio la “melior pars” di quel mondo a cui la gerarchia ecclesiastica ha voluto nefastamente inchinarsi che sta già additando il tomismo come rimedio certo al soggettivismo contemporaneo con tutte le sue incalcolabili derive. Con quella misteriosa, ma indiscutibilmente provvidenziale, eterogenesi dei fini.