ISLAM: un minareto al Polo Nord

A Tromso, in Norvegia, verrà costruita la prima moschea oltre il Circolo Polare Artico. Un ricco petroliere saudita ne finanzierà i lavori. Facciamo qualche considerazione su questa notizia.
La costruzione di una moschea in quella parte del mondo non risponde ad una reale esigenza di culto per chissà quanti musulmani. In quella zona non sono tanti e di certo una grande moschea si presenta come assolutamente sproporzionata. Ciò vuol dire che in questa costruzione vi è qualcosa di inequivocabilmente simbolico. Un minareto al Polo Nord può significare la realizzazione di ciò che il Corano impone, ovvero la conquista del mondo intero da parte dell’Islam e la trasformazione del mondo in un’enorme moschea.


Il mondo occidentale, impoverito da una logica puramente economica e materialista, non riesce a capire questa valenza simbolica. L’unica clausola che il municipio di Tromso ha richiesto è che la costruzione della moschea salvaguardasse i vincoli ambientali. Molti affermano che queste notizie non devono allarmare esageratamente, perché il contatto con la cultura dell’Occidente opulento porterà inevitabilmente ad una “secolarizzazione” dell’Islam. Anche il famoso editorialista cattolico, Vittorio Messori, ha recentemente affermato una cosa simile.

Una tale affermazione, però, non ci convince. Certamente l’Islam non potrà realizzare i suoi progetti, perché la Provvidenza lo impedirà; ma ciò non può non spingerci a ritenere assai debole la speranza di una sua “secolarizzazione”. E ciò per un motivo molto semplice: perché l’Islam è già di per sé una religione “secolarizzata”. Ci sono diversi argomenti per capire quanto l’Islam non rischi nulla al contatto con l’edonista e opulento Occidente. L’Islam, a differenza del Cristianesimo, non conosce il concetto di “vita interiore”. Non afferma il valore della Grazia e non parla di un’ascesi come capacità di rinunciare e di dominare se stessi. Nell’Islam la santità non sta in una conformazione totale e integrale alla volontà di Dio, ma in una sorta di adempimento legalistico e formale. Il “paradiso” Islamico non consiste nel “possesso” di Dio e nella visione beatificata di Dio stesso, ma nel godimento di una serie di piaceri terreni vissuti all’estremo.

Perfino coloro che prendono più sul serio e in modo più radicale il Corano non hanno preoccupazione a “godersi” la vita. Non è raro che i cosiddetti kamikaze, fino al giorno prima degli attentati vadano in discoteca, a donne e a divertirsi, convinti che tali comportamenti non siano affatto confliggenti con l’atto di fede islamico. Molti terroristi vengono da classi medio-alte, laddove il tenore di vita è tutt’altro che sobrio. Mohammed Atta, il capo del commando degli attentati alle Torri Gemelle, era non solo figlio di uno degli avvocati più famosi dell’Egitto, ma era egli stesso ingegnere. Ha vissuto perfettamente integrato prima in Germania e poi negli Stati Uniti. Usava carte di credito e tutte le comodità della civiltà occidentale. Un piccolo grande particolare: alcuni vicini di casa hanno raccontato che si faceva prestare le videocassette di Walt Disney per i suoi bambini.

L’anno scorso il “Corriere della Sera” pubblicò un interessante sondaggio che diceva che la metà o poco più di giovani musulmani di Londra, di seconda generazione (il che vuol dire perfettamente integrati, che non sono cresciuti o forse non sono stati mai nelle terre di origine dei loro padri, con telefonini, Ipode, ecc…), desiderano che al più presto nel Regno Unito entri in vigore la sharia. Sappiamo che le banche islamiche hanno un sofisticato sistema per evitare il cosiddetto “peccato di usura”, ma sappiamo anche che i ricchi musulmani non disdegnano di lucrare con il denaro. Prima dell’attentato dell’11 settembre, Bin Laden vendette le azioni che aveva nelle compagnie aeree sapendo che ci sarebbe stato un tracollo in questo settore.

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