Islam: proseguono le grandi strategie economiche e militari

SiriaI media si sono concentrati sul discorso audio del leader dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi, affrettatosi a smentire le voci circolate circa il suo ferimento o morte durante i raid aerei nei pressi di Mosul, ma anche dettosi certo – coalizione internazionale o no – dell’avanzata jihadista. Gli organi d’informazione, però, non hanno dato il dovuto risalto ad altre notizie, diffuse contemporaneamente, non meno importanti, tutt’altro.

Ad esempio, che il gruppo terroristico più attivo in Egitto, Ansar Bait al-Maqdis, dopo aver giurato fedeltà all’Isis, ha annunciato su Twitter che, per sottolineare ancor meglio questa appartenenza, ha deciso di cambiare sigla, divenendo Wilayat Sinai.

Non solo: il sedicente Stato islamico, dopo un incontro al vertice svoltosi in una fattoria nei pressi di Aleppo, è riuscito a strappare in Siria un “cessate il fuoco” al gruppo al-Nusra, affiliato locale di al-Qaeda, suo diretto concorrente tanto nella leadership della guerra contro il Presidente Assad quanto nella conquista di nuovi territori. Procede così un’operazione di sinergie e normalizzazione, tesa a costituire un fronte unico per la minaccia islamica contro l’Occidente.

Ma questo non basta, ciò che si intende conquistare è anche l’economia: l’Isis sta pensando di battere moneta, sia per una questione d’immagine, sia per cominciare a guardare con occhi nuovi al mercato. Pare intenzionata a darsi una valuta indipendente entro le prossime settimane, probabilmente – e non a caso – l’antico dinaro d’oro e del dirhams d’argento – a seconda del valore – in vigore nell’anno 634, sotto il califfato di Uthman.

Nel frattempo, l’Occidente – e, nello specifico, l’Italia – dimostra di non aver ancora compreso questo clima di grandi manovre. Giunge notizia dell’aumento di capitale da 115 milioni di euro siglato grazie alla joint venture IQ Made in Italy Investment Company, tra il Fondo strategico italiano e il Fondo sovrano dell’emirato del Quatar. Ciò consentirà di rilevare il 28,4% del capitale di Inalca, azienda del gruppo emiliano Cremonini operante nella produzione di carne bovina e nella distribuzione alimentare all’estero. L’operazione comporta anche l’acquisizione di azione per altri 50 milioni della società, con un organico di ben 2.700 dipendenti.

A forza di cessioni, il rischio, quanto mai concreto, è quello di trasformare sempre più l’Europa in un mercato per i Paesi islamici, perdendo potere contrattuale, culturale, politico e svendendo fette di sovranità e territorialità via via sempre più importanti.

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