ISLAM: La Turchia in Europa: più costi che benefici

Beneficio o catastrofe? Il dibattito sul possibile ingresso della Turchia nell’Unione Europea continua a suscitare pareri contrastanti. Le implicazioni del processo negoziale sono di natura economica, politica militare, strategica ma, in definitiva, il nodo più delicato rimane quello culturale e religioso.

Il tema è stato dibattuto lo scorso 25 novembre presso la biblioteca del Senato della Repubblica in una conferenza organizzata dalla Fondazione Lepanto. In qualità di relatori sono intervenuti: Roberto de Mattei, presidente della Fondazione Lepanto e vicepresidente del Consiglio Nazionale delle Ricerche; Roberto Menotti, coordinatore scientifico della rivista di geopolitica “Aspenia”; Umberto Ranieri, già sottosegretario agli Affari Esteri; Valentina Colombo, docente di Storia della civiltà del Medio Oriente all’Università Europea di Roma. A moderare il dibattito il giornalista de “Il Foglio”, Daniele Raineri.

Secondo Menotti la questione dell’ingresso della Turchia nell’UE si viene a delineare nel contesto di un’Europa profondamente meno omogenea rispetto al 1957 (Europa dei 6) o al 1986 (Europa dei 12). «Il punto di svolta – ha spiegato – è stato l’allargamento a Est del 2004, comprendente, tra gli altri, un Paese come Cipro dove la componente etnica turca è egemone». Il quadro descritto da Menotti è quello di un’Europa profondamente divisa al suo interno, in cui il legame con la nazione prevale ancora sull’identità comunitaria. Vi si contrappone una Turchia «iperattiva sul piano politico, culturale ed economico ma, al tempo stesso, altrettanto eterogenea al suo interno: il movimento “panturco”, ad esempio, è in contrasto con la visione islamica. Non dobbiamo nemmeno sottovalutare il riflusso rispetto a temi come la libertà di stampa». Il contrasto tra modernizzazione e revival dell’islamismo è stato descritto dalla professoressa Colombo. I segnali positivi indicati dalla studiosa sono «la riforma dell’articolo 301 del codice penale turco che, in precedenza, puniva con tre anni di reclusione chiunque offendesse l’identità nazionale turca. Oggi la pena è limitata solo a chi oltraggia le più alte cariche dello Stato e con una reclusione non superiore a due anni». «Per contro – ha proseguito Colombo – la Turchia è membro della Conferenza Islamica (il cui presidente è turco) che si batte contro l’islamofobia, contro la libertà di culto, contro la parità uomo-donna e per una concezione dei diritti umani in conformità con la sharia… Purtroppo la politica del governo Erdogan sembra essere sempre più in sintonia con la Conferenza Islamica e anche l’Unione Europea sta seguendo un percorso simile».

Il relatore più possibilista sull’ingresso turco in Europa è l’onorevole Umberto Ranieri, già Sottosegretario del Governo. «Il processo di modernizzazione della Turchia dalla fine del XIX secolo a oggi – ha affermato – ha compiuto grandi passi in avanti e le relazioni tra la Unione Europea e il Paese asiatico si sono sempre più consolidate, fino alla conferenza di Helsinki del 1999 che apriva i negoziati per l’adesione all’UE della Turchia, in quanto quest’ultima risultava conforme ai criteri di Copenaghen».

Tale integrazione, ad avviso dell’ex sottosegretario agli Affari Esteri, è auspicabile anche ai fini di accelerare il suddetto processo di modernizzazione della Turchia ed isolare il fondamentalismo islamico. «Inoltre la Turchia – ha aggiunto Ranieri – è il Paese musulmano più filo-occidentale e più filo-israeliano. Il suo ruolo è strategico ai fini dei rapporti con il Medio Oriente e può garantire all’Europa sicuri approvvigionamenti energetici».

Decisamente contrario all’ingresso della Turchia nella UE è il professor Roberto de Mattei. Pur riconoscendo la necessità di una partnership privilegiata con il grande Paese islamico, de Mattei ha osservato che «anche la Russia è fondamentale per il gas e per l’energia, ciononostante nessuno ha mai auspicato una sua adesione all’UE».
«Per alcuni decenni la Turchia ha rappresentato un bastione anticomunista, tuttavia oggi sta procedendo ad una sempre più vigorosa re-islamizzazione della vita pubblica: si pensi che gli imam sono circa 20mila e le moschee 85mila. Se da un lato l’Europa ha rinnegato le proprie radici cristiane, la Turchia, dall’altro, continua a rivendicare con sempre maggiore orgoglio la sua identità islamica», ha aggiunto de Mattei.

Quali le possibili conseguenze nel caso in cui l’ipotesi di un’adesione della Turchia all’Unione Europea divenisse realtà? Secondo de Mattei, con i suoi 85-90 milioni di abitanti (tanti saranno tra 10 anni se le stime demografiche saranno confermate), la Turchia diventerebbe «il più popoloso tra i partner europei, quindi il primo per numero di eurodeputati, il più influente nelle decisioni, in definitiva il vero ago della bilancia».

«A fronte di questa civiltà così vitale e prorompente, l’Europa deve rispondere, sul piano politico e culturale, recuperando un’identità altrettanto forte, ovvero riscoprendosi cristiana. Sarebbe auspicabile un referendum popolare che coinvolga gli elettori di ogni stato dell’Unione Europea riguardo all’ingresso della Turchia nell’UE: ritengo tuttavia che tale idea sia molto lontana dai piani concreti delle nostre classi dirigenti», ha poi concluso il presidente della Fondazione Lepanto.

Donazione Corrispondenza romana