ISLAM: la terza guerra mondiale è già iniziata

Il Pew Research Center’s Forum on Religion & Public Life di Washington ha pubblicato nel gennaio scorso uno studio intitolato The Future of the Global Muslim Population che delinea una crescita esponenziale della popolazione musulmana che aumenterà del 35% nei prossimi vent’anni, portando il totale di questa popolazione da 1,6 miliardi, registrato nel 2010, a 2,2 miliardi nel 2030, con un tasso di crescita rispetto ai “non musulmani” di più del doppio: 1,5% contro lo 0,7%.


Focalizzando l’attenzione sui singoli Paesi europei, il Pew prevede che la percentuale della popolazione musulmana passerà dall’attuale 6% al 10,2% nel 2030. Purtroppo le stime sono fatte in funzione della previsione di crescita da entrambi genitori musulmani e non tengono conto dei matrimoni “misti” sempre più frequenti in Europa. Il flusso migratorio dai Paesi a credo musulmano verso il continente europeo aumenta di giorno in giorno e il meccanismo di procreazione imposto dall’Islam è tale da condizionare qualsiasi previsione di crescita della popolazione musulmana a vantaggio di quest’ultima.

Dall’inizio della storia dell’uomo la maggior parte dei filosofi ha analizzato il fenomeno della “guerra”, attribuendogli un significato particolare legato al livello di civiltà espresso dal contesto sociale in questione. Ma, bisogna arrivare a Engels, filosofo marxista, per affermare la “guerra” quale fenomeno ad ampio coinvolgimento popolare quale mezzo per la manifestazione e l’affermazione di aspirazioni di carattere sociale. È quello che si sta manifestando nella maggior parte delle nazioni del mondo arabo (Tunisia, Egitto, Libia, Yemen, Qatar, Algeria, Iraq, ecc): movimenti popolari che mettono in evidenza come l’essere umano, preso conoscenza delle sue potenzialità attraverso una certa emancipazione culturale, lotta contro il vecchio concetto di “califfato” (di antica concezione islamica e tanto amato da Bin Laden) per l’affermazione di politiche sociali più prossime alle masse che hanno generato la “rivoluzione”. Quanto in atto nell’intero mondo arabo mostra, però, una differenza sostanziale rispetto al pensiero marxista.

Una costante che, a prescindere dall’affermarsi o no di modelli democratici, unisce questi moti popolari al concetto base dell’Islam. Il dettame Coranico, obbligatorio per qualsiasi musulmano, a prescindere dalla nazione di appartenenza, è perentorio per i popoli della “Casa della Pace” (Dar Al Salam), la Casa dell’Islam. Quindi, per questi popoli in rivolta, di certo esiste solo l’eventualità della conferma della matrice islamica cui appartengono. Se questo è certezza per il mondo arabo, che cosa succederà a quell’altra parte di mondo che lo stesso Corano definisce la Casa della Tregua, Dār al-Hudna, dove vivono i popoli non sottomessi, Europa in particolare, con i quali è stata «conclusa una tregua temporanea nell’attesa di riprendere le ostilità per l’affermazione universale dell’Islamismo»?

Secondo Hegel, altro filosofo di rimarcata memoria, non è l’individuo a fondare lo Stato, ma viceversa, lo Stato a fondare l’Individuo. L’Islam, nella concezione originaria di Maometto (ultimo Profeta inviato da Dio) è uno Stato: l’unione d’individui di differente cultura sotto la sola bandiera della legge coranica. È la civiltà islamica che avanza in una subdola e non dichiarata guerra per la sempre più certa affermazione dell’Islam, sfruttando quale elemento di “penetrazione” sulle altre culture lo stesso elemento umano.

Il proselitismo è un obbligo morale per ogni musulmano (dahwa, “appello” alla conversione), in fin dei conti anche per i popoli monoteisti: «Combattete coloro che non credono in Dio e nel Giorno Estremo, e che non ritengono illecito quel che Dio e il Suo Messaggero han dichiarato illecito, e coloro, fra quelli cui fu data la Scrittura, che non s’attengono alla Religione della Verità. Combatteteli finché non paghino il tributo (ndr: Cristiani ed Ebrei) uno per uno, umiliati» (Corano, IX: 29). Nella pratica, ai fini dell’affermazione dell’Islam in Europa, è bene osservare il ruolo della “donna” che l’Islam stesso le assegna ai fini della procreazione. Un musulmano non potrà mai rinnegare la propria religione e nel caso di matrimonio misto, con donna di altra religione o atea, i figli ai fini della “civiltà” di appartenenza saranno comunque considerati e registrati, nel Paese di origine del detentore del “seme”, quali “musulmani”.

L’islam esige che un musulmano non abbandoni mai i suoi figli e in particolare che faccia in modo di poter dar loro un’educazione in accordo con la sua religione. La questione del matrimonio misto, quindi, per i musulmani deve essere considerata nella prospettiva della concezione e della filosofia della famiglia così come sono trasmesse nell’insegnamento dell’Islam. Nella sostanza, nello spazio familiare, c’è nell’Islam l’idea di un diritto della donna che interessa solo il lato finanziario in una situazione di dipendenza rispetto all’uomo, svestendola completamente di ogni responsabilità educativa spirituale.

Ben diverso è l’inverso: una donna musulmana non può sposare un uomo di un’altra religione poiché essa potrebbe trovarsi in una situazione in cui il responsabile del focolare domestico non riconosce la sua fede, la sua pratica e le esigenze generali e particolari della sua religione. In sintesi, un monoteista di altra religione per sposare una musulmana deve comunque abiurare e farsi musulmano. Il tutto è giustificato dal fatto che il musulmano riconosce (ma la strumentalizza ai suoi fini) la fede ebraica e cristiana, ma un cristiano o un ebreo non considerano la «rivelazione dell’Islam autentica».

Nella sostanza, grazie ai matrimoni misti, tra l’altro tanto enfatizzati dalla Chiesa cattolica, la popolazione musulmana in Europa è destinata ad aumentare in maniera iperbolica, sino ad arrivare a una maggioranza che ne condizionerà, nel bene e nel male, i comportamenti e le tradizioni secondo quello che impone il dettame sociale islamico: “Ramadan” – “condizione femminile ai fini familiari” – “velo” – e quant’altro non appartiene alla cultura e civiltà tipicamente europea di matrice cristiano-giudaica.

Sì, da tempo, dopo la fine della “Guerra Fredda” con le sue tanto amate zone di influenza, è iniziata la Terza Guerra Mondiale. È una Guerra per il dominio e l’affermazione di una civiltà e una cultura che non fanno parte del nostro retaggio. Purtroppo è talmente latente e poco evidente che noi ce ne accorgeremo solo quando i figli dei nostri figli ci verranno a dire: «papà, ho deciso di mettermi il “velo” perché così posso meglio valorizzare la mia interiorità spirituale!». Per l’Islam la dimensione del “tempo” non ha significato. Il fine ultimo è l’affermazione a livello mondiale del Corano: l’unificazione del genere umano sotto una sola bandiera, quella di colore “verde” dell’Islam. (Fabio Ghia)

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