ISLAM: la preghiera islamica nelle piazze italiane

La preghiera degli islamici in Piazza Duomo ha suscitato due tipi di reazioni, anche all’interno della stessa Chiesa Cattolica: da un lato si è affermato che tutti hanno il diritto di pregare in qualunque luogo si trovino, sottolineando come è la nostra stessa democrazia a concedere tali libertà religiose; dall’altro si è visto invece in tale atto una deliberata provocazione fatta oltretutto in un luogo sacro alla cristianità e di forte valenza simbolica come la piazza principale della città di Milano su cui si affaccia la sua Cattedrale.

Il primo punto potrebbe essere condivisibile, ma vi sono alcuni elementi che spesso vengono volontariamente sottaciuti. Prima di tutto la preghiera è stata fatta dopo una manifestazione squisitamente politica e che nulla aveva di religioso: si trattava infatti di un corteo autorizzato dalla Questura milanese, in favore del popolo palestinese e contro Israele, con l’ormai consueto falò di bandiere con la stella di David. Già questo elemento rende la preghiera di tipo islamico completamente diversa e opposta anche nelle finalità alla preghiera cristiana, che non è mai contro qualcuno e qualcosa, ma è essenzialmente verso qualcuno e a favore o di richiesta per qualcuno o qualcosa.

Inoltre è necessario ricordare che per i musulmani qualsiasi luogo in cui essi pregano diviene automaticamente terra sacra islamica, senza alcun tipo di consacrazione ufficiale come è invece necessario per le nostre chiese: basta un imam e un gruppo di fedeli ed ecco che il luogo può già essere considerato al pari di una moschea. A questo proposito, gli organizzatori del corteo si sono giustificati dicendo che “casualmente” alla fine della manifestazione i partecipanti si sono trovati in Piazza Duomo al momento della preghiera e quindi l’hanno recitata nel luogo in cui si trovavano.

Tale “casualità” è a dir poco sospetta: se i manifestanti fossero stati in buona fede e rispettosi nei confronti del paese che li ospita e della sua popolazione, si sarebbero spostati in qualche via adiacente, immaginando il clamore e la reazione negativa che avrebbero suscitato. Le affermazioni di buona fede, quindi, sembrano rientrare in quel principio di dissimulazione e falsità che viene propugnato proprio all’interno del Corano e, in particolare, nei confronti di chi appartiene ad un’altra fede. Viene da pensare, invece, che tutto sia stato minuziosamente preordinato e che si sia voluta dare una prova di forza e di organizzazione, suscitando purtroppo anche l’ammirazione di quanti fra i milanesi non avrebbero mai il coraggio di scendere in piazza o di mostrare pubblicamente il proprio credo religioso cristiano.

Da ultimo è necessario ricordare che in molti dei paesi a maggioranza islamica i cristiani mai avrebbero la possibilità, non tanto di manifestare pubblicamente la propria fede, ma neppure di portare una croce al collo o di tenere una Bibbia in casa. Non è accettabile quindi che non sia stato invocato il principio di reciprocità e che si utilizzi la nostra democrazia per fare delle vere e proprie provocazioni (non a caso la cosa si è ripetuta sabato 10 gennaio, anche se in un luogo meno simbolico ma molto frequentato come la piazza della Stazione di Milano).
Nessun cristiano cerca lo scontro, ma chi invoca “il dialogo” deve ricordare che dialogo significa porsi in rispettoso ascolto l’uno dell’altro, senza provocazioni o prove di forza.
Se potessimo credere nella loro correttezza e in una risposta sincera, vorremmo chiedere a quanti hanno pregato in Piazza Duomo: «La vostra azione è stata l’utilizzo di un “diritto” democratico o una provocazione volta a islamizzare anche i nostri luoghi della fede?»

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