IRAN: sale la tensione. Teheran scende in piazza

Situazione sempre più tesa a Teheran – dopo due giorni di proteste di strada culminati negli scontri più violenti degli ultimi dieci anni – dove i sostenitori del candidato alla presidenza Hossein Mousavi scendono in strada contro i risultati delle elezioni, nonostante il divieto da parte delle autorità.

Mousavi – primo ministro al tempo della guerra con l’Iraq, sconfitto nettamente dal leader conservatore Ahmadinehad nel voto di venerdì 12 giugno 2009 –, ha presentato ricorso, chiedendo l’annullamento dei risultati di quella che definisce una «farsa».  

Il 14 giugno lo stesso Ahmadinehad ha tenuto nella Capitale un discorso davanti a una vasta folla di sostenitori ieri, difendendo i risultati di un’elezione che ha messo in luce le profonde divisioni in Iran dopo 30 anni di governo islamico. «Le elezioni in Iran sono state le più pulite», ha detto, aggiungendo che «oggi, dovremmo apprezzare il grande trionfo del popolo iraniano contro il fronte unito di tutta l’arroganza mondiale e la guerra psicologica lanciata dal nemico».

Le autorità hanno avvertito che reprimeranno con durezza qualsiasi «rivoluzione di velluto» in Iran e la polizia ha reso noto di aver arrestato circa 170 persone per le proteste, tra cui alcuni leader riformisti. Il 14 giugno, la polizia in tenuta antisommossa ha sparato in aria per disperdere una manifestazione, mentre circa 200 sostenitori di Mousavi hanno intonato slogan come «Morte al dittatore!» e lanciato pietre contro le forze dell’ordine che hanno risposto con lacrimogeni.

Il giorno precedente, Teheran era stata teatro di diffusi scontri tra polizia e manifestanti, che avevano incendiato cassonetti dell’immondizia e veicoli, violenze mai viste dal 1999, quando manifestazioni studentesche portarono a una settimana di sanguinosi disordini in tutto il Paese.

Il vice presidente americano, Joe Biden, ha manifestato «dubbi» sull’esito delle elezioni iraniane, anche se ha confermato la volontà di dialogare con Teheran sul nucleare, lasciando intendere che l’approccio alla Repubblica Islamica attraversa una fase di ridefinizione.

Amnesty International, intanto, chiede alle autorità iraniane di aprire un’inchiesta sugli interventi delle forze di sicurezza per disperdere le manifestazioni. «Le scioccanti scene di violenza che hanno avuto per protagoniste le forze di sicurezza devono essere oggetto di un’indagine immediata e i responsabili di violazioni dei diritti umani devono finire in tribunale» dice Hassiba Hadj Sahraoui, vice direttrice del programma per il Medio Oriente e l’Africa.

L’ayatollah Khamenei, massima autorità religiosa iraniana, ha ordinato un’inchiesta sull’accusa di brogli avanzata dall’opposizione (una prima risposta dovrebbe arrivare dal “Consiglio dei guardiani” entro una decina di giorni) mentre centinaia di migliaia di persone hanno sfidato il divieto imposto dal governo e sono scese in piazza per sostenere Mir Hossein Moussavi.

Moussavi ha detto di essere pronto a misurarsi nuovamente alle urne contro il presidente Ahmadinejad. Anche l’ex presidente riformista e predecessore di Ahmadinejad, Mohammad Khatami, annunciando la sua partecipazione alla manifestazione ha chiesto l’annullamento dei risultati e un nuovo voto. La protesta, ha annunciato la moglie di Moussavi, Zahra Rahnavard, molto attiva nella campagna elettorale del marito, andrà avanti «fino alla fine».

Richiesta di una inchiesta sul voto anche dall’Unione Europea (Francia e Germania hanno convocato gli ambasciatori di Teheran a Parigi e Berlino) che ha espresso preoccupazione. Pochi commenti dagli USA, mentre la Corea del Nord si è complimentata con Ahmadinejad auspicando una più stretta collaborazione tra i due Paesi. Il ministro della Difesa israeliano, Ehud Barak, ha definito la vittoria di Ahmadinejad «una brutta notizia, come lo sarebbe qualsiasi vittoria di estremisti».

Il regime usa il pugno d’acciaio anche con i giornalisti stranieri: il ministero dell’Orientamento e della Guida islamica ha fatto sapere che non saranno rinnovati i visti giornalistici rilasciati per seguire le elezioni e alcuni inviati, considerati testimoni scomodi delle violenze della milizia Basij sui dimostranti, hanno ricevuto un fax che li avverte della possibilità di essere arrestati da un momento all’altro se sorpresi in strada.

Guai anche per la stampa iraniana: le pubblicazioni di Kalameh Sabz, il giornale di Moussavi, sono state sospese e lo stesso è accaduto a Sarmeyeh, accusato di aver pubblicato una vignetta non gradita ad Ahamdienjad. Per tutta la settimana resterà chiuso l’ufficio di corrispondenza della tv satellitare “al Arabiya” e alle agenzie di stampa è stato chiesto di non trasmettere video in lingua farsi.

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