Intervista a don Roberto Spataro

don Roberto Spataro(di Ilaria Pisa su Campariedemaistre) Il 23 gennaio, l’Unione Giuristi Cattolici di Pavia (con il patrocinio della neonata Pontificia Academia Latinitatis e del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Pavia), dando seguito all’esortazione del Santo Padre, ha organizzato un convegno su “Il Latino nel Diritto e nella Tradizione della Chiesa”. Abbiamo avuto l’opportunità di intervistare uno dei relatori, don Roberto Spataro sdb, segretario del Pontificium Insitutum Altioris Latinitatis e della citata Pontificia Academia Latinitatis.

Negli ultimi cinquant’anni lo studio della lingua latina da parte degli uomini di Chiesa, anche nei seminari, sembra essere stato declassato e aver perduto interesse: quali le cause, secondo lei? È stato il frutto di una scelta organica?

Più che una scelta organica e programmata, credo che il disinteresse per lo studio del latino all’interno della Chiesa sia stato l’esito di un’atmosfera culturale che, mentre deprezzava la Tradizione, inseguiva ingenuamente le res novae. Inoltre, anche all’interno della Chiesa, è stato sciaguratamente assorbita la noncuranza per gli studia humanitatis che più generalmente si diffondeva nella società civile e nel mondo dell’educazione.

L’abbandono pressoché totale del latino, anche nella Liturgia, in seguito alla riforma del Messale Romano operata dal Venerabile Paolo VI, ha davvero incarnato gli auspici espressi dai Padri Conciliari nella Sacrosanctum Concilium?

Il Messale Romano di Paolo VI è in lingua latina. Soprattutto, però, occorre ricordare che la costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium prescriveva l’uso della lingua latina nella liturgia, pur prevedendo un ragionevole e proficuo inserimento delle lingue nazionali in alcune parti. Appare evidente a molti che la riforma liturgica, seguita alla celebrazione del Concilio, non ha rispettato il dettato conciliare.

Non trova che nella Liturgia l’“ostacolo linguistico” costituito, oggi, dal latino costituisca un incentivo a compiere quel necessario sforzo mentale che consente al fedele di entrare nella dimensione sacrale e liturgica, radicalmente diversa dalla quotidiana?

Effettivamente, un dato pressoché universale della fenomenologia delle religioni è costituita dall’uso di una lingua “sacra” differente da quella adoperata nella realtà quotidiana. Il latino, inoltre, per alcune sue peculiari caratteristiche, è adatto ad esprimere le res sacrae.

C’è il rischio che l’abbandono del Latino abbia portato o stia portando una minore unità e coesione all’interno della Catholica? Che i suoi effetti, insomma, non si spieghino soltanto sul piano culturale, essendo l’unità di linguaggio segno dell’unità di fede?

Sono d’accordo con Lei: quando il Papa Giovanni XXIII promulgò la costituzione apostolica Veterum Sapientia sul valore del latino, sottolineò energicamente che un’istituzione internazionale, quale la Chiesa Cattolica, ha bisogno di una lingua sovranazionale. Il latino, lingua immortale e che non appartiene ad alcun popolo, corrisponde perfettamente a questa esigenza. Perdendo l’uso attivo del latino, sono state rese più difficili le comunicazioni tra gli Episcopati e la Santa Sede. Inoltre, la conoscenza del latino permette, soprattutto ai sacerdoti, di entrare in una sorta di comunione “diacronica” con i documenti della fede dei secoli passati, documenti che hanno formulato la fede della Catholica, spesso opere di santi, di insigni dottori, espressione dell’autentico sensus fidelium. Senza il latino, insomma, ci si espone al rischio di un’ecclesiologia debole, parcellizzata nel locale, priva di legami con la Tradizione.

I grandi teologi della storia della Chiesa hanno composto le loro opere in latino. L’abbandono del latino in teologia può aver prodotto gap nella comprensione della grande tradizione teologica della Chiesa, con ripercussioni sul piano dottrinale? Può aver causato fraintendimenti, anche gravi, generati dal ricorso a categorie insufficienti e a concetti labili, basati su un lessico privo di univocità? 

Io credo che il latino sia una lingua che educhi a non essere prolissi. Mi pare che sia un difetto in cui cadano non poche pubblicazioni teologiche contemporanee. Inoltre, il latino è una lingua che educa alla precisione nella comunicazione del pensiero. Per queste sue caratteristiche, sobrietà e precisione, evita conflitti di interpretazione dei testi.

Come può essere efficacemente insegnata, oggi, la lingua latina – soprattutto ai giovani? È opportuno sfruttare allo scopo anche i moderni mezzi di comunicazione? Sappiamo che Lei ha idee chiare in proposito, avendo contribuito a riprendere una tradizione di insegnamento del latino come lingua viva, praticata già nell’oratorio salesiano di Valdocco ai tempi di don Bosco.

Da oltre cinquant’anni si sta diffondendo con sempre maggiore successo il cosiddetto “metodo-natura” che richiede un uso attivo della lingua e non semplicemente l’acquisizione passiva e abbastanza noiosa di regole grammaticali da applicare poi in frasette e versioncine di brani staccati dal loro contesto letterario. Il metodo-natura coniuga intelligentemente usus e doctrina. Dove viene applicato con serietà, consente agli studenti di leggere serenamente, senza affannarsi sui vocabolari, con gusto le opere degli autori latini. Era il metodo ordinariamente adoperato fino agli inizi del secolo XX, quando si impose l’impostazione filologica tedesca. Anche a Valdocco, perciò, in pieno secolo XIX, il metodo d’insegnamento includeva un uso attivo della lingua, compresa la rappresentazione di commedie in lingua latina.

Quali saranno le prossime iniziative della Pontificia Academia Latinitatis?

È presto dirlo perché siamo appena agli inizi dell’organizzazione di questa istituzione fondata dal Papa. Certamente le sue iniziative saranno coerenti con i fini assegnati dal Motu proprio del Santo Padre: favorire la conoscenza e lo studio della lingua e della letteratura latina di tutte le epoche in particolare presso le Istituzioni formative cattoliche; promuovere nei diversi ambiti l’uso del latino, sia come lingua scritta, sia parlata.

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