Infelix Austria? Una risposta al prof. Paolo Pasqualucci

Infelix Austria? Una risposta al prof. Paolo Pasqualucci
FONTE IMMAGINE: Edizioni Solfanelli (https://www.edizionisolfanelli.it/)
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Il prof. Paolo Pasqualucci ha pubblicato nel 2022 presso l’editore Solfanelli un libro dal titolo: Infelix Austria. Una critica del “mito asburgico”, versione cattolica, che vuole costituire una critica ad un articolo del prof. Roberto de Mattei apparsosu Corrispondenza Romana il 19 dicembre 2018, dal titolo 1918-2018. Tutto crolla, il centro non regge più.

Infelix Austria? Una risposta al prof. Paolo Pasqualucci costituisce un amichevole risposta del prof. Roberto de Mattei alle critiche a lui rivolte. Il tema di fondo riguarda la natura, le cause e le conseguenze della Prima guerra mondiale, con particolare riguardo all’Impero austro-ungarico, che costituì fino al 1918 il fulcro dell’equilibrio e della stabilità dell’Europa. La Grande guerra, con i Trattati di Pace che ad essa seguirono, fu uno sconvolgimento geopolitico, ma fu soprattutto una Rivoluzione nella cultura e nella mentalità dell’uomo europeo che vide, con la fine dell’Impero austriaco, una profonda crisi dei valori e delle istituzioni dell’Occidente cristiano. Questa atmosfera di sicurezza in cui era immerso non solo l’uomo austriaco, ma l’uomo europeo, presupponeva una visione del mondo; dietro le istituzioni apparentemente incrollabili su cui si fondava la società, dalla famiglia alla monarchia, c’era una concezione dell’uomo e della società fondata sull’idea di permanenza e di stabilità; sul primato dell’Essere sul divenire; sul primato, in una parola un ordine assoluto di valori.

La perdita di quest’ordine di valori, e con essi della stabilità politica economica e sociale, è stato il filo conduttore del XX secolo, il secolo delle rivoluzioni, delle guerre mondiali, dei totalitarismi e delle guerre civili. Un secolo che si è chiuso con il crollo parallelo del Muro di Berlino e delle Twin Towers simboli della apparente solidità dei due Imperi contrapposti: il russo e l’americano e che dopo la pandemia del coronavirus e le guerre in Ucraina e Medio Oriente, è entrato nel vortice del caos.

de Mattei, a differenza di Pasqualucci, è convinto dell’esistenza di un complesso di forze rivoluzionarie che, attraverso la distruzione dell’Austria-Ungheria, si proponeva la distruzione delle ultime vestigia della civiltà cristiana. L’Austria-Ungheria, erede del Sacro Romano Impero medioevale, rappresentava il principale ostacolo al progresso dell’umanità e allo stabilimento della “democrazia universale”. Il significato rivoluzionario della guerra poteva essere riassunto da uno slogan di Mazzini: Austria delenda est.

La storia tuttavia non è ineluttabile nel suo svolgimento e la fine dell’Austria-Ungheria non era un destino obbligato. Se la proposta di pace di Benedetto XV e i negoziati avviati dal beato Carlo d’Austria avessero avuto buon esito, la storia dell’Europa avrebbe potuto seguire in altro corso. La storica di Oxford, Margaret MacMillan, scrive, a conclusione del suo ampio saggio dedicato alla Prima guerra mondiale, che «l’Europa avrebbe potuto cambiare strada, eppure nell’agosto del 1914 scelse di percorrere fino in fondo un cammino che l’avrebbe condotta all’autodistruzione» (1914.Come la luce si spense sul mondo di ieri, tr. it. Rizzoli, Milano 2014, p. 697). All’inizio dell’estate del 1914, ciò che si impose fu lo scenario più imprevedibile e forse più evitabile. Lo storico cattolico, osserva de Mattei rispondendo a Pasqualucci, ha dei criteri ultimi che trascendono la storia e che gli permettono di giudicarne il cammino. «Il libero arbitrio dell’uomo gli permette di allontanarsi dal bene, dal giusto e dal vero, che tuttavia esistono e non possono essere estranei al giudizio dello storico. La storia però non torna indietro, gli scenari mutano e le scelte degli uomini e dei popoli lasciano sempre la possibilità di corrispondere nuovamente ai piani che la Divina Provvidenza ha preordinato fin dall’eternità, ma che incessantemente rinnova. Solo Dio, in ultima analisi, vince sempre nella storia» (p. 89).

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