In Cina chiese chiuse per Covid. Ma anche in Scozia…

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(Mauro Faverzani) La notizia potrebbe esser considerata sin ridicola, se in realtà non fosse estremamente tragica: col pretesto dell’«emergenza Covid», le autorità di Pechino hanno chiuso a chiunque tutti e 155 i luoghi religiosi della capitale, sospeso le «attività religiose collettive» e deciso un’ulteriore stretta sulle «attività illegali» delle comunità sotterranee. Ciò, nonostante la pandemia sia esplosa in un laboratorio e non certo in un edificio sacro. L’annuncio ufficiale è giunto nel corso di un’apposita conferenza-stampa, promossa lo scorso 8 gennaio dall’Ufficio di informazione del governo della città, lo stesso che curiosamente ha dichiarato quanto segue: «Finora non si sono verificate nuove infezioni di polmonite e nessun caso sospetto fra gli 840 religiosi in 155 sedi religiose della nostra città e l’obiettivo “zero contagio” è stato raggiunto». E allora, verrebbe da dire?

Il lockdown ha sbarrato i luoghi di culto sin dal gennaio dell’anno scorso con una breve riapertura a luglio, sia pure a condizioni rigorosissime: ingressi contingentati, rilevazione della temperatura, distanziamento, riti brevi e via elencando. Nessun’altra concessione.
Già a Natale i continui controlli condotti dalla Polizia e le restrizioni strettissime imposte spinsero già molti sacerdoti a gettare la spugna ed a chiudere le proprie chiese, affidandosi alle celebrazioni online. Ora, assurdamente, ci si son messi pure i messaggi anonimi sui social, che accusano i cattolici ed i missionari stranieri d’essere i nuovi “untori” e di diffondere il virus nell’Hebei, guarda caso la provincia con la maggiore percentuale di cattolici. Persino l’Associazione patriottica ha precisato come tali affermazioni siano assolutamente infondate, essendovi finora un solo cattolico di Shijiazhuang, la capitale provinciale, risultato positivo al Covid-19.

Ma niente da fare. Le chiese resteranno chiuse ed, anzi, le autorità hanno assicurato di «condurre indagini speciali sulle attività religiose illegali nelle aree rurali, frenarle risolutamente e prevenire il rischio di diffusione dell’epidemia». E precisano come «il virus trovato a Shijiazhuang ed a Xingtai sia importato dall’Europa». Ovvero la Cina accusa l’Europa d’aver diffuso il Coronavirus. Anche questa sarebbe forse un’affermazione esilarante, se la faccenda non fosse drammaticamente seria. Tant’è vero che tra i fedeli circola la convinzione che, in realtà, il virus abbia rappresentato per Pechino l’occasione per azzerare le comunità sotterranee.

Ciò che stupisce, a fronte di tutto questo, è l’assordante silenzio della Santa Sede, che mai interviene, qualsiasi torto, qualsiasi ingiustizia, qualsiasi crudeltà venga perpetrata dal regime a danno dei cattolici cinesi. Non lo ha fatto ora. Non lo ha fatto nemmeno quando, poche settimane fa, il Partito comunista di Wenzhou, nella provincia dello Zhejiang, ha imposto a tutti gli insegnanti di impegnarsi per iscritto a non professare alcuna religione ed a proporre in merito anzi l’opinione marxista, a promuovere attivamente l’ateismo tra gli studenti e la «nuova civiltà socialista», riservandosi ispezioni ed azioni disciplinari tra docenti ed alunni, qualora qualcuno si dichiarasse credente. Va qui ricordato come già il regime abbia vietato a tutti i minori di 18 anni la partecipazione alla S. Messa. Ma la Santa Sede è rimasta muta anche quando, più o meno nello stesso periodo, la Sara ovvero l’Amministrazione statale cinese per gli Affari religiosi ha introdotto nuove norme circa le attività religiose straniere nella Repubblica popolare, sospettando che in esse possano intrufolarsi operazioni di “spionaggio”. Per questo è stato imposto loro una piena e totale sottomissione a leggi e regolamenti cinesi, devono registrarsi, accettare controlli sui propri membri (devono essere tutti, rigorosamente stranieri) e sul materiale in essi utilizzato, inoltre tali comunità devono restare del tutto isolate e non aver contatti con quelle analoghe cinesi. All’esterno delle attività religiose straniere non devono esservi simboli religiosi evidenti, non possono fondare scuole, fare “proselitismo” o accettare donazioni da cinesi. L’elenco potrebbe tristemente continuare, come l’inossidabile, inaudito silenzio del Vaticano, del resto.


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Qualcuno potrebbe ritenere che, in ogni caso, non vi sia granché di cui preoccuparsi, poiché queste situazioni riguardano la sola Cina comunista. Certo, se proprio qualche giorno fa in Scozia il governo non avesse deciso di chiudere indiscriminatamente e completamente tutti i luoghi di culto, per contrastare l’«emergenza Covid», consentendo solo cerimonie online, tra lo sconcerto della Conferenza episcopale scozzese, secondo la quale non sussistono prove scientifiche, che possano «giustificare l’inclusione dei luoghi di culto tra i focolai di contagio», il che fa ritenere «arbitrarie ed ingiuste» le restrizioni imposte solo ai cattolici e non, ad esempio, al settore edile, né agli sport d’élite. Anche altri Stati europei si starebbero preparando per fare altrettanto. Discriminazioni, queste, di cui non è responsabile certo il Coronavirus. Il virus, in questi casi, è un altro, è ideologico, ma non è meno pericoloso e sta già circolando ovunque…

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