Imposta sharia in Egitto. Iniziano le prime vittime cristiane

Il presidente Morsi si dichiara dittatore e pone il Corano come fonte del diritto. Difficili i rapporti con le altre religioni.
A settembre, un maestro cristiano è stato condannato a 6 anni di galera per aver offeso l’islam e Maometto. È colpevole di aver pubblicato fumetti su Facebook.
E intanto iniziano a fioccare le sentenze di morte per i blasfemi.

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2 dicembre 2012
Velo, persecuzioni e censura: i sogni infranti del nuovo Egitto
Altro che regime islamico moderato. Dopo la rivolta c’è una Costituzione ispirata al Corano, donne discriminate, tanti arresti per offese a Maometto

di Gian Micalessin
Lo chiamavano Islam Politico e doveva essere il frutto maturo delle «Primavere arabe ». Dietro la definizione si nascondeva l’illusione di veder nascere un movimento islamico ispirato da principi liberali e capace di conciliare la fede musulmana con il rispetto dei diritti umani, la tolleranza religiosa, l’eguaglianza femminile ed il libero mercato.

L’Egitto dei Fratelli Musulmani era detta di molti – la serra migliore dove far maturare quel frutto esotico. A 22 mesi dalla deposizione di Hosni Mubarak di quel frutto non c’è l’ombra. Al suo posto, come accusano i dimostranti d’ispirazione liberale tornati in piazza Tahrir, aleggia il fantasma di una nuova tirannia guidata dal presidente Mohammed Morsi e alimentata dall’ideologia dei Fratelli Musulmani. La costituzione ispirata alla «sharia» fatta approvare dal presidente egiziano dimostra da sola come il movimento dei Fratelli Musulmani non tenti neppure di misurarsi sul piano della politica. Assumere come fonte del diritto il Corano equivale a delegittimare quanto non previsto dal libro sacro e quindi cancellare qualsiasi principio di libertà e democrazia.

Più della teoria contano però i fatti. I più eclatanti riguardano i cittadini egiziani finiti sotto accusa per aver offeso l’islam. A settembre il maestro cristiano Bisshoy Kamel è stato condannato a sei anni di galera per aver caricato su Facebook dei fumetti in cui, a dar retta alle accuse, si diffamava la religione islamica, il profeta Maometto, il presidente Morsi e la sua famiglia. La paradossale quadruplice accusa, capace di frullare in un solo calderone il presidente, la religione e il profeta prefigura l’aspirazione ad unificare fede, istituzioni e potere dando vita ad un sistema unico e totalizzante. Un sistema altrimenti chiamato stato islamico. Ad alimentare i timori di un’ulteriore involuzione contribuisce la sentenza dall’Alta Corte per la Sicurezza del Cairo che condanna a morte in contumacia il pastore americano Terry Jones e i sette egiziani copti autori del film anti islamico The Innocence of Muslims . Una sentenza in puro stile integralista decisa senza alcuno straccio di prova. Un’autentica fatwa basata sull’idea che chiunque non rispetti l’islam e il Profeta meriti la morte. Una fatwa che non minaccia i condannati, tutti residenti negli Stati Uniti, ma pende come una spada di Damocle sulla testa di Alber Saber, un blogger arrestato per aver caricato su Facebook degli spezzoni di The Innocence of Muslims.

L’afflato religioso della presidenza Morsi e dei Fratelli Musulmani non garantisce comunque neppure i buoni musulmani. Come evidenzia un recente rapporto dall’Eipr (Egyptian Initiative for Personal Right) «il livello di torture messe in atto dalla polizia nell’ultimo mese e mezzo equivale a quello degli ultimi 18 mesi». La spiegazione secondo l’osservatorio va ricercata nella connaturata diffidenza del nuovo regime nei confronti di riforme e libertà individuali. «Morsi e il suo governo scrive il rapporto – sono ancora convinti che una riforma delle forze di polizia non garantirebbe più il controllo del paese».

Nel settore dei diritti femminili c’è da star ancor meno allegri. Ai primi di settembre la lettura del telegiornale della tv egiziana è stata affidata – per la prima volta in 50 anni- ad una giornalista di fede islamica con il capo rigorosamente coperto dal velo. Dietro la brusca svolta molti leggono la volontà dei Fratelli Musulmani d’imporre a tutto il mondo femminile regole sociali e comportamentali rigorosamente allineate ai principi islamici. Sul piano dei rapporti internazionali le prospettive sono ancora più allarmanti. Come fa notare il parlamentare liberale Amr Hamzawy, il nuovo presidente evita nei suoi discorsi e negli atti ufficiali qualsiasi riferimento diretto all’esistenza d’Israele. Un atteggiamento assolutamente in linea con quello del movimento fondamentalista di Hamas. Un movimento di cui Morsi è diventato, dopo l’ultima crisi di Gaza, il vero padrino politico.

Fonte: Il Giornale

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