Il vuoto della politica e il ruolo della giustizia

giustizia(di Danilo Quinto) Un uomo spara colpi di pistola all’impazzata in un Tribunale. Uccide tre persone – il giudice del suo processo, un avvocato chiamato a testimoniare e uno dei suoi co-imputati – ne ferisce gravemente altre tre e ringrazia i carabinieri che lo catturano perché, dice, «stavo per ammazzare un’altra persona».

I fatti di Milano sono questi, ma per molti un giorno di ordinaria follia – che richiederebbe di concentrarsi solo sul tema della sicurezza e della relativa organizzazione di un Palazzo di Giustizia – si trasforma in un’occasione per rilasciare dichiarazioni sorprendenti e in alcuni casi fuori luogo. Comincia Gherardo Colombo, uno dei magistrati del pool di “Mani Pulite” del 1992, che dice: «Un episodio del genere è rivelatore di un clima che c’è oggi contro la magistratura. Non dico che vi sia un collegamento, me ne guardo bene, ma certamente questa continua sottovalutazione del ruolo, di svalutazione dei magistrati, contribuisce a creare un clima».

Continua il Presidente della Repubblica, che al plenum straordinario del CSM dichiara: «I magistrati sono sempre in prima linea e ciò li rende particolarmente esposti: anche per questo va respinta con chiarezza ogni forma di discredito nei loro confronti». Termina Rodolfo Sabelli, presidente dell’ANM: «Fatti tragici che hanno un valore direttamente simbolico», afferma, per poi evocare «la solitudine in cui tante volte è stata lasciata la giustizia». «La sparatoria – aggiunge – è il frutto di troppe tensioni che si raccolgono sulla giustizia, ma anche della troppa rabbia che si genera su chi esercita la giurisdizione».

Sabelli richiama tutti a un «doveroso rispetto, precondizione per tenere a freno quella rabbia» e conclude dicendo: «Da questa tragedia deve nascere un senso di recupero: è il momento di ripartire da zero». Solo in un Paese come l’Italia si può assistere al tentativo di utilizzare un fatto di sangue – generato dall’odio – per sostenere che sarebbe «frutto delle tensioni sulla giustizia», come se il criminale di Milano avesse ucciso solo dei magistrati ed avesse realizzato un disegno di carattere politico. «Giustizia – scriveva San Bernardino da Siena (1380-1444) – si può intendere in molti modi, ma fra gli altri, giustizia è costanza di perpetua volontà».

Intesa, la perpetua volontà – al giorno d’oggi – come capacità che non si avveri una massima di François de La Rochefoucauld (1613-1680), che diceva: «Nella maggior parte degli uomini, l’amore della giustizia non è altro che timore di patire l’ingiustizia». Parole che si attagliano perfettamente a questo momento storico: per i tempi interminabili dei processi (civili e penali), l’incertezza della pena, il sovraffollamento delle carceri, gli incarichi extra-giudiziari dei magistrati, l’obbligatorietà dell’azione penale, la mancata separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente.

Dal 1992 – quando la ventata giudiziaria e giustizialista intese cancellare i partiti anti-comunisti – tutti i Parlamenti e i Governi che si sono succeduti si sono guardati bene dal riformare il settore giustizia. Il potere legislativo e quello esecutivo sono stati sovrastati da quello giudiziario e dal ruolo che quest’ultimo ha “giocato”, rivendicando costantemente i valori costituzionali dell’indipendenza e dell’autonomia, che nessuno peraltro ha mai inteso mettere in discussione. Com’è avvenuto nella scuola, nell’Università, nei rapporti tra cittadini e amministrazione, nei modelli di sviluppo e nei rapporti economici e in tutto quello che riguarda la vita delle persone, anche per il settore giustizia ha inciso il vuoto della politica, che annienta qualsiasi capacità di riforma, di visione di futuro, di coraggio, di amore per il destino di un popolo, di una Nazione, che solo una politica alta e nobile – di servizio – può garantire. (Danilo Quinto)

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