Il voto del Parlamento Europeo e le conseguenze del rifiuto della legge morale

Il voto del Parlamento Europeo e le conseguenze del rifiuto della legge morale
FONTE IMMAGINE: Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/) - Autore: Ash Crow
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Lo scorso 11 aprile il Parlamento Europeo a Bruxelles, sulla scorta di quanto avvenuto in Francia il 4 marzo scorso, ha votato, con 336 voti a favore e 163 contrari, una Risoluzione che punta ad inserire l’aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

A differenza della decisione francese, quella europea probabilmente rimarrà probabilmente lettera morta, in quanto la modifica necessita del consenso unanime dei 27 paesi dell’Unione Europea, in cui alcuni Paesi limitano ancora per legge la pratica abortiva, ed altri sono guidati da governi conservatori, che difficilmente aderirebbero alla Risoluzione di Bruxelles.

Ciononostante, la proposta ha una gravissima portata simbolica nel momento in cui si agita lo spettro di una guerra universale. Come non notare la coincidenza tra l’approvazione o la proposta di leggi esplicitamente contrarie alla legge naturale e divina e la deflagrazione di continui conflitti che minacciano di coinvolgere direttamente l’Europa e l’Occidente? 

L’accostamento non è temerario. Ogni colpa morale ha terribili conseguenze e ciò vale per gli individui come per i popoli. La Chiesa lo ha sempre affermato nel suo insegnamento. Ci limitiamo a ricordare alcune parole del papa Pio XII, il quale si trovò durante il proprio pontificato alle prese con la devastante Seconda Guerra Mondiale.

Il 20 ottobre 1939, venne pubblicata l’enciclica Summi Pontificatus che, se riletta oggi, suona come un messaggio di tremenda attualità (Insegnamenti Pontifici, a cura dei Monaci di Solesmes, Edizioni Paoline, vol. 5, pp. 255-262).

Il Pontefice esordisce denunciando il cammino che conduce all’indigenza spirituale e morale dei tempi presenti, ovvero «i nefasti sforzi di non pochi per detronizzare Cristo, il distacco dalla legge della verità, che egli annunziò, dalla legge dell’amore, che è il soffio vitale del suo regno». Non si può negare che «il riconoscimento dei diritti regali di Cristo e il ritorno dei singoli e della società alla legge della sua verità e del suo amore sono la sola via di salvezza».

È di fronte alle apocalittiche previsioni di sventure imminenti e future, affermava Pio XII, che «consideriamo Nostro dovere elevare con crescente insistenza gli occhi e i cuori di coloro, in cui resta ancora un sentimento di buona volontà verso l’Unico da cui deriva la salvezza del mondo, verso l’Unico, la cui mano onnipotente e misericordiosa può imporre fine a questa tempesta, verso l’Unico, la cui verità e il cui amore possono illuminare le intelligenze e accendere gli animi di tanta parte dell’umanità, immersa nell’errore, nell’egoismo, nei contrasti e nella lotta, per riordinarla nello spirito della regalità di Cristo».

Papa Pacelli prosegue affermando che il tempo presente «aggiungendo alle deviazioni dottrinali del passato nuovi errori, li ha spinti a estremi, dai quali non poteva seguire se non smarrimento e rovina. Innanzitutto è certo che la radice profonda e ultima dei mali che deploriamo nella società moderna sta nella negazione e nel rifiuto di una norma di moralità universale, sia della vita individuale, sia della vita sociale e delle relazioni internazionali; il misconoscimento cioè, così diffuso ai nostri tempi, e l’oblio della stessa legge naturale». Essa «trova il suo fondamento in Dio, creatore onnipotente e padre di tutti, supremo e assoluto legislatore, onnisciente e giusto vindice delle azioni umane».

 La dottrina della Chiesa, osserva Pio XII, aveva dato all’Europa una coesione tale da pervenire ad un grado di progresso che la rese maestra di altri popoli e continenti. Ma cosa accadde quando essa si distaccò da tale dottrina? Ecco la risposta del Papa: «quando Gesù venne crocifisso, «si fece buio per tutta la terra» (Mt 27,45): spaventoso simbolo di ciò che avvenne e continua ad avvenire spiritualmente dovunque l’incredulità, cieca e orgogliosa di sé, ha di fatto escluso Cristo dalla vita moderna, specialmente dalla vita pubblica, e con la fede in Cristo ha scosso anche la fede in Dio. I valori morali, secondo i quali in altri tempi si giudicavano le azioni private e pubbliche, sono andati, per conseguenza, come in disuso; e la tanto vantata laicizzazione della società, che ha fatto sempre più rapidi progressi, sottraendo l’uomo, la famiglia e lo Stato all’influsso benefico e rigeneratore dell’idea di Dio e dell’insegnamento della Chiesa, ha fatto riapparire anche in regioni, nelle quali per tanti secoli brillarono i fulgori della civiltà cristiana, sempre più chiari, sempre più distinti, sempre più angosciosi i segni di un paganesimo corrotto e corruttore».

Quanto più questo è vero oggi, in una società pagana che sacrifica gli innocenti sull’altare della tanto decantata “autodeterminazione”. In effetti, aggiungeva il Papa, probabilmente molti nell’allontanarsi dalla dottrina di Cristo, «non ebbero piena coscienza di venire ingannati dal falso miraggio di frasi luccicanti, che proclamavano simile distacco quale liberazione dal servaggio in cui sarebbero stati prima ritenuti; né prevedevano le amare conseguenze del triste baratto tra la verità, che libera, e l’errore, che asservisce; né pensavano che, rinunziando all’infinitamente saggia e paterna legge di Dio, all’unificante ed elevante dottrina di amore di Cristo, si consegnavano all’arbitrio di una povera mutabile saggezza umana: parlarono di progresso, quando retrocedevano; di elevazione, quando si degradavano; di ascesa alla maturità, quando cadevano in servaggio; non percepivano la vanità d’ogni sforzo umano per sostituire la legge di Cristo con qualche altra cosa che la uguagli: “divennero fatui nei loro ragionamenti” (Rm 1,21)».

Parole più attuali che mai. Ed ecco l’esito: la guerra. Infatti, «affievolitasi la fede in Dio e in Gesù Cristo, e oscuratasi negli animi la luce dei princìpi morali, venne scalzato l’unico e insostituibile fondamento di quella stabilità e tranquillità, di quell’ordine interno ed esterno, privato e pubblico, che solo può generare e salvaguardare la prosperità degli stati».

Tutti possono vedere l’abisso degli errori allora denunciati dal Papa e le loro conseguenze. Sono cadute le illusioni di un progresso indefinito e «ciò che appariva esternamente ordine, non era se non invadente perturbamento: scompiglio nelle norme di vita morale, le quali si erano staccate dalla maestà della legge divina e avevano inquinato tutti i campi dell’umana attività».

Nell’Allocuzione all’ambasciatore d’Italia del 1° marzo 1943 (Ivi, p. 364), Pio XII riprendeva questo tema, ribadendo «l’assoluta necessità, per la pacifica convivenza delle Nazioni, di quei principi e valori morali, promananti dalla verità eterna, alla luce dei quali una filosofia, che fa gettito del pensiero giuridico fondato sulla legge morale, appare priva di solido e razionale appoggio e non degna di appagare, vincere e sopravvivere». E proseguiva: «i popoli della terra espiano al presente ciò in cui errarono i loro pensatori e maestri. Dagli errori teorici e dalle passioni accese, ecco nascere i tragici traviamenti e le sciagure dell’oggi. Ogni pietra miliare di queste false vie è segnata da distruzioni, lagrime e sangue». Tuttavia, non si deve abbandonare la speranza, in quanto «da così profonde amarezze sorge anche in tutte le genti civili, che anelano alla tranquillità nell’ordine, l’ansia e la brama del ritorno alle verità abbandonate o misconosciute». La tranquillità nell’ordine, che è la pace di Cristo, fondata sulla legge del Vangelo, è l’unica alternativa alla guerra, che nasce dal disordine morale degli uomini.

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