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Il vero tesoro di un sacerdote? Non i suoi follower ma l'Eucarestia 

Con 309 mila follower su Instagram, don Alberto Ravagnani è uno dei sacerdoti più seguiti sui social. Ogni contenuto pubblico rispetta una precisa strategia comunicativa e alcuni hanno rilevato una curiosa coincidenza tra l’abbandono del sacerdozio e la pubblicazione del suo ultimo libro, come se il primo fosse funzionale alla diffusione del secondo. Al di là di come stiano effettivamente i fatti, è indubbio che ogni suo gesto abbia una pubblica risonanza, costituendo per lui un guadagno.

In un nuovo video con format Question & Answer, del 20 marzo scorso, don Ravagnani è tornato brevemente a rispondere a nuove domande senza contraddittorio. Non è semplice replicare compiutamente alle numerose questioni sollevate, ma due sembrano emblematiche: la prima riguarda le dure reazioni seguite alla sua sponsorizzazione di integratori del 18 settembre scorso. La seconda è una critica al sacrificio salvifico della Croce: secondo don Ravagnani «l’aura di pesantezza che grava sulla Chiesa fa sì che alle persone non venga voglia di entrare in una comunità religiosa che al centro di tutto pone il sacrificio di un Dio che è venuto ad immolarsi con dolore per salvarci dai nostri peccati». Tale affermazione si unisce a quella secondo cui, per lui, le parole della Messa non avrebbero più senso. Il motivo è chiaro: nel Catechismo Maggiore di san Pio X, parte IV, la S. Messa viene descritta nel Capo V (nn. 651-664) ed è definita come «il sacrificio del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo offerto sui nostri altari sotto le specie del pane e del vino, in memoria del sacrificio della Croce». Se non ha senso il sacrificio di Cristo non può aver senso nemmeno la S. Messa.

Qual è, però, il fil rouge che unisce il desiderio di successo, di possesso di beni materiali e il rifiuto del sacrificio della Croce? Per rispondere alla domanda, ci avvarremo nuovamente dell’aiuto di mons. Pier Carlo Landucci, ripercorrendo quanto afferma nell’opera sulla Sacra Vocazione in merito all’ultimo dei tre rinnegamenti del sacerdozio, quello della roba (pp. 93-108): la più significativa e caratteristica rinuncia sacerdotale. A riconferma di ciò, basterebbero le direttive di Gesù nell’inviare gli Apostoli (Mt. 10, 8-10) e i settantadue discepoli (Lc. 10, 4-17). Esse illuminano «il dramma intimo e sublime della trascendente vita del prete. È il dramma della sua infinita, divina, invisibile ricchezza: la ricchezza dei suoi tesori sacri e soprattutto della SS. Eucarestia, oggetto supremo dei poteri sacerdotali». Per comprendere il fatto, si può pensare al complesso degli insegnamenti del Vangelo che, con insistenza, affermano l’antitesi tra i valori terreni e i tesori celesti, ma «basterebbe anche solo l’insegnamento dell’esempio di Gesù per restare, più che pensosi, attoniti. Al suo primo apparire al mondo è un supremo grido di povertà che si sprigiona dal legno della mangiatoia, cui fa eco quello ancora più intenso dal legno della croce: e si sa che i primi insegnamenti e gli ultimi si danno perché si imprimano maggiormente nel cuore».

Dopo aver ripercorso gran parte degli innumerevoli moniti del Vangelo in merito, mons. Landucci sottolinea che «il motivo di tale sorprendente insistenza è detto da Gesù stesso nella più scultorea delle sue affermazioni sulla ricchezza, […] “Dove è il tuo tesoro, ivi sarà anche il tuo cuore” (Mt. 6, 21). La ricchezza è la calamita del cuore. Per ricchezza bisogna intendere la roba in genere, necessaria o superflua, che abbiamo o a cui aspiriamo, con la quale quindi, di fatto o con l’aspirazione, stiamo sempre a contatto. Essa rappresenta, per il suo carattere molteplice e permanente, l’attacco tipico alla terra – la calamita permanente – in formale antagonismo all’impulso della grazia, che tende alla mortificazione, al distacco dalla terra, alla attrazione del cielo». Attacco pericoloso in quanto nascosto dietro la giustificazione del bisogno.

Da qui deriva il dramma del sacerdote: egli è proprietario dell’Eucarestia in quanto la consacra, distribuisce e custodisce, onorandola col culto e conducendovi le anime. Riguardo alle rispettive ricchezze, quella divina e quelle terrene, il sacerdote, rispetto ai laici, è in condizione sconfinatamente privilegiata.

La situazione si capovolge, però, dal punto di vista psicologico. L’uomo, infatti, mediante il corpo è immerso nel mondo sensibile e quindi la sua inclinazione naturale tende alla ricchezza, a compiacersi delle comodità che essa permette e a ricercarne industriosamente l’aumento. Quanto più, pertanto, «la ricchezza è grande (posseduta o bramata) tanto più tale triplice attrazione preme nel cuore umano». Tuttavia, la preziosità del tesoro eucaristico è sulla linea della fede e proprio «perché trascende infinitamente il puro ordine visibile sul piano della sensibilità naturale può lasciare freddo il cuore».

Il carattere della ricchezza eucaristica è ben diverso da quello delle ricchezze sensibili: essa presenta l’estrema povertà dell’apparenza del pane e solo l’occhio di fede può vedere dietro le sacre specie l’infinito splendore di Dio. Inoltre, non esprime comodità, bensì Sacrificio, perennemente rinnovativo di quello del Calvario e stimolante al combaciamento sacrificale. Al posto dell’attrattiva economica poi, v’è il possesso di tesori infiniti ma non commerciabili, «il richiamo e l’anelito della divina gloria e dell’apostolato, (condizionatore dei frutti del sacrificio), che sospinge a dare anziché a prendere e a disprezzare i guadagni materiali, di fronte ai guadagni delle anime».

Anche con una fede viva nell’Eucaristia, nella pratica il suo richiamo rischia di essere oscurato dai beni terreni, più immediati e psicologicamente attraenti. Il sacerdote si trova così davanti a una scelta drammatica: solo sviluppando uno sguardo di fede profondo potrà riconoscere e vivere il primato del tesoro eucaristico, ordinando rettamente tutta la realtà. Se, d’altra parte, mancherà l’occhio soprannaturale, il primato verrà dato agli effimeri valori terreni, il sacerdote sarà assillato dalla loro brama e si lascerà dominare da essi: «le cose sensibili si frapporranno tra lui e il suo Dio vivente nel tabernacolo e, anziché scolorire davanti alla infinita luce divina, con la loro luce fittizia faranno scolorire quella vera di Dio».

Mons. Landucci spiega il perché di tale fenomeno: ogni atto di fede nell’Eucarestia facilita nuove corrispondenze alla grazia, garantendo l’accrescimento dell’abitudine dello sguardo soprannaturale; al contrario, il cedere ai valori sensibili, opponendosi alla grazia, forma un’abitudine opposta che polarizza l’attenzione verso la realtà sensibile. Poiché l’attrazione ad essa è più immediata, questo secondo processo è psicologicamente più facile e tende a prevalere. L’Eucaristia diventa così «il sole con cui si prova il vero animo sacerdotale. Il prete che sa fissare il sole divino sarà al suo posto e saprà guardare il supremo suo tesoro sempre meglio. Chi devierà lo sguardo da esso lo saprà guardare sempre meno. Perciò il sacerdozio contiene un rischio: il rischio di chi deve trafficare tale infinito tesoro e si trova nella suddetta alternativa di adeguarvisi sempre più o sempre meno, col pericolo, in questa seconda ipotesi, di arrivare perfino al suo rinnegamento». Motivo per cui, osserva il Landucci, «la sensibilizzazione e naturalizzazione della visione delle ricchezze, […] può ritenersi il segreto fondamentale di tanti processi di intiepidimento sacerdotale. Alla base si trova il fatale annebbiamento della visione soprannaturale, per il continuo contatto, tanto facilmente penetrante e soprannaturalmente logorante, con le cose naturali e materiali. E quando l’occhio soprannaturale e sacro è offuscato o spento, il cammino sacro è impossibile».

Tristemente, è proprio nel lento spegnersi dello sguardo soprannaturale che si rinviene quel fil rouge alla base dell’operare di don Ravagnani.