Il vero male della società? L’assenza di una equilibrata educazione famigliare

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Lo scorso 20 dicembre, Elena Cecchettin, sorella di Giulia Cecchettin, la ragazza padovana uccisa a novembre dall’ex fidanzato, è stata scelta come “persona dell’anno” per il 2023 dal quotidiano L’Espresso. In un editoriale dello scorso 29 dicembre, a firma del vicedirettore Enrico Bellavia, viene spiegato il motivo: «La sorella di Giulia è la figura che caratterizza il 2023 per il nostro settimanale. Perché ha trasformato il dolore privato in assunzione di responsabilità collettiva, costringendoci a dare un nome al male di cui soffriamo: il patriarcato. Ma dopo la diagnosi serve la cura».

Il giornalista definisce le parole di Elena Cecchettin una “lucida diagnosi” che costituisce il primo passo per “guarire” dal male assoluto del nostro tempo. Il settimanale, in un precedente editoriale, segnala le parole di Paola Balducci, ex deputata dei Verdi ed eletta in Parlamento nel 2014 col partito Sinistra ecologia e libertà: per lei “l’unico antidoto”, è l’educazione alle relazioni. Ennesimo fantasioso grimaldello per introdurre la cosiddetta “educazione sessuale”.

A fronte di tali dichiarazioni, chiunque preservi il buon senso e la logica deve porsi almeno due domande: (a) siamo proprio sicuri d’aver identificato il male che ci affligge? (b) ammesso che le cose stiano come descritto, davvero l’antidoto sarebbe l’educazione sessuale?

Ma non possiamo nasconderci dietro ad affermazioni ideologiche: il vero problema da cui derivano questi terribili delitti è proprio l’assenza di quella istituzione famigliare che ad ogni parola, ad ogni articolo, ad ogni servizio giornalistico, si cerca costantemente e con pervicace ostinazione di demolire.

E l’educazione sessuale non è altro che un’ulteriore (e, potremmo dire definitiva) picconata a tale istituzione naturale e alla sua opera educativa. Già nella prima metà del ‘900 i Pontefici avvertivano sulle conseguenze funeste di una tale “istruzione” che «sfrutta vergognosamente, per vile interesse, i più bassi istinti della natura decaduta» (Pio XII, Allocuzione ai padri di famiglia francesi, 18 settembre 1951, in Insegnamenti Pontifici, Edizioni Paoline, 1958, vol. 3, pp. 451-452). Nella medesima allocuzione, Pio XII puntualizzava come questa propaganda «minaccia il popolo cattolico con un doppio flagello, per non usare un’espressione più forte. In primo luogo, esagera eccessivamente l’importanza e la portata dell’elemento sessuale nella vita» facendoci «perdere di vista il vero fine primordiale del matrimonio, che è la procreazione e l’educazione del figlio, e il grave dovere dei coniugi riguardo a questo fine».

Continuava il Pontefice affermando che, in secondo luogo, essa «sembra non tenere conto dell’esperienza generale, ieri, oggi e sempre, perché si basa sulla natura, la quale attesta che, nell’educazione morale, né l’iniziazione, né l’istruzione, offre di per sé alcun vantaggio che, anzi, è gravemente malsana e dannosa, se non è fortemente legata alla disciplina costante, alla vigorosa padronanza di sé, all’utilizzo, soprattutto, delle forze soprannaturali della preghiera e dei sacramenti».

Il vero antidoto non è l’educazione sessuale, ma il ripristino della famiglia e dei fini a cui essa è ordinata: primariamente quello della procreazione ed educazione della prole. Bisogna quindi chiarire, con pazienza, in cosa davvero consista questa educazione. E ci faremo aiutare, come già fatto in precedenza (qui, qui), dall’esperienza e dalla chiarezza del prof. Regis Jolivet che nel suo Trattato di Filosofia (vol. V. Morale (II), tr. it. Morcelliana, Brescia 1960) parla anche di questo tema con parole illuminanti.

In quanto opera d’autorità, afferma Jolivet, l’educazione non è un’opera meccanica. Infatti, «l’autorità dei genitori deve esercitarsi sui figli come supersone che hanno un destino proprio. Il bimbo è un essere intelligente e libero, che deveassimilare, con uno sforzo personale insostituibile, tutto ciò che l’educazione gli dà. Soltanto a questa condizione egli possiede veramente, in tutti gli ordini ciò che i suoi educatori glicomunicano» (p. 218).

Ciò chiaramente esige, da parte di chi educa, che si preoccupi di adattare pazientemente la propria opera educativa «alle reazioni personali del bambino, onde proporzionare ciò che gli si chiede a quanto la sua età, la sua salute e lo sviluppo delle sue facoltà possono sopportare» (ivi).

Molto spesso i bambini crescono inquieti non solo perché non hanno un ambiente famigliare a loro sostegno, ma anche per il fatto che l’opera educativa, laddove presente, non tiene minimamente conto della gradualità necessaria per un loro equilibrato sviluppo personale.

Il prof. Jolivet risponde anche ad una questione di grande rilevanza per l’educazione: lo strumento della punizione. Con grande equilibrio, il filosofo risponde dicendo che «un’educazione tale da escludere sistematicamente ogni punizione sarebbe poco comprensibile e rischierebbe di concludersi con un grave insuccesso». Infatti, prosegue, «occorre non conoscere assolutamente i bambini per immaginare che si possa ottenere tutto da loro con la forza della sola persuasione, senza l’aiuto della minaccia e della correzione, e che l’educazione possa farsi tutta in hymnis et canticis» (ivi). 

Ciononostante, «un’educazione che conoscesse esclusivamente i mezzi della minaccia e della punizione sarebbe altrettanto cattiva. Bisogna insegnare al bimbo ad agire per dovere e per amore, poiché, se il timore può fare entrare nella via della saggezza, solo l’amore del bene e il sentimento del dovere possono far sì che vi si resti. Il bambino deve amare il bene per la sua bellezza propria, e diventar capace di sceglierlo per effetto di una spontaneità generosa, che è una cosa stessa con la virtù» (pp. 218-219).

È davvero così: solo l’amore del bene e il sentimento del dovere permettono ad un bambino di rimanere nella giusta via della virtù anche quando sarà un uomo. È proprio questo equilibrio che manca a molti giovani ed è da qui che nasce quel disordine delle passioni che conduce anche all’omicidio. 

Continua il prof. Jolivet, affermando che le punizioni, quando necessarie, vanno somministrate saggiamente. Ovvero, occorre che esse «siano ad un tempo (1) rare e spiccate: le punizioni numerose e senza rilevanza non hanno alcun effetto, – (2) giuste e motivate: le punizioni che provengono dal capriccio e dal malumore irritano i bambini e turbano le loro nozioni del bene e del male, e finalmente occorre che le punizioni vengano inflitte (3) con calma e persino affettuosamente, poiché il bimbo non deve scoprirvi né spirito di vendetta, né manifestazione di una collera scatenata, ma unicamente, secondo la verità, un amore profondo che vuole solo il suo bene» (p. 219).

Quanti giovani sarebbero più sani se avessero percepito chiaramente, da parte dei genitori, un amore profondo che vuole solo il loro bene? Sta qui l’essenza della vera educazione! Non è spingendo questi giovani fra le braccia dei vizi che si fa il loro bene. Né tantomeno ricordare loro, ad ogni piè sospinto, che ciò che conta è una “libertà” slegata da qualsiasi criterio veritativo e di bene.

Senza la famiglia e la sua opera educativa, tragedie come quella che ha coinvolto Giulia Cecchettin non potranno che ripetersi ed accrescersi in intensità. Fingere che così non sia, e continuare a distruggere quel che rimane della famiglia, lungi dall’essere un antidoto, sarà il colpo di grazia.

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