Il trasferimento dell’archivio della Legazione di Hong Kong in Vaticano

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(Luca Della Torre) La scorsa estate, nel 2019, nel pieno delle proteste del popolo di Hong Kong contro le gravi violazioni ai diritti civili e politici operate dall’amministrazione locale sotto la guida del governo centrale di Pechino, la S.Sede ha disposto  il trasferimento nelle Filippine della documentazione riservata della Nunziatura Apostolica di Hong Kong,

Ora questi documenti sono giunti a Roma, in Vaticano, ove sono stati depositati presso l’Archivio Apostolico.

L’operazione svoltasi in segretezza, è ora divenuta di pubblico dominio attraverso i massmedia e la stampa nazionale.

La radicale scelta operata dal Vaticano si inserisce clamorosamente nella problematica, drammatica vicenda  di Hong Kong, autentico banco di prova nelle relazioni internazionali della natura politico giuridica criminale del totalitario regime comunista che guida la Repubblica Popolare Cinese.


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Corrispondenza Romana ha seguito in questi mesi l’affaire Hong Kong, ed il lettore è a conoscenza delle gravi implicazioni di politica estera che sono legate alla vicenda, e che ora solleva inquietanti quesiti sulle responsabilità morali della politica diplomatica vaticana sotto la guida del Pontefice Bergoglio.

Riassumiamo brevemente: nel 1997, a seguito di un accordo di diritto internazionale, il Regno Unito rinunziò alla sovranità plurisecolare sulla colonia cinese di Hong Kong, che ritornò a far parte integrale della Repubblica Popolare Cinese.

Ben consci peraltro della natura espressamente totalitaria antidemocratica del regime comunista di Pechino, i governanti britannici, sotto la forte sollecitazione  della opinione pubblica cinese di Hong Kong, terrorizzata dalla prospettiva di perdere i propri diritti fondamentali civili e politici, imposero, nel trattato con la Repubblica Popolare Cinese, uno “status” giuridico speciale alla città di Hong Kong.


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Attraverso la cosidetta “Basic Law” fu introdotta una sorta di mini-Costituzione con cui il regime comunista di Pechino riconosceva ai cittadini di Hong Kong il godimento dello stato di diritto liberale secondo il modello della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo dell’ ONU, in sintesi le fondamentali libertà di pensiero, di associazione, di stampa, di credo religioso, di voto politico in un quadro di multipartitismo, per quanto soggetto a occhiute limitazioni poliziesche.

Il trattato anglo-cinese del 1997 diede vita al cosidetto modello “Un Paese, due sistemi”, in quanto  i cittadini di Hong Kong – a differenza dei connazionali cinesi residenti nel restante territorio della Repubblica Popolare –   poterono continuare a godere, pur con forti limitazioni, dei fondamentali principii di libertà riconosciuti universalmente dalla comunità internazionale attraverso i trattati ONU, ed in particolare i Patti internazionali del 1966 sui diritti civili e politici di attuazione della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 1947.

Naturalmente, come era prevedibile, a causa della intrinseca brutale natura antidemocratica, totalitaria, atea del criminale regime comunista di Xi Jinping, la Repubblica Popolare Cinese non ha mantenuto gli impegni di diritto internazionale assunti: in questi mesi il governo di Pechino ha progressivamente violentemente smantellato questo simulacro di libertà e diritti umani dei cittadini di Hong Kong, giungendo infine ad introdurre anche nei loro confronti la famigerata “National Security Law”, il brutale sistema legislativo alla base dello stato di polizia che vige in Cina dall’avvento del disumano regime comunista di Mao Zedong.


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La National Security Law infatti prevede tutta una serie capziosa, raffazzonata ed improbabile di fattispecie di reato che si inseriscono senza dubbio nella categoria dei “reati di opinione”, strumenti odiosi di persecuzione penale sempre adottati nella storia dai regimi totalitari e dittatoriali del XX secolo, come il Terzo Reich, l’URSS ed i governi comunisti del pianeta: alto tradimento, secessione, sedizione, sovversione contro il governo popolare centrale, furto di segreti di Stato, divieto di formazioni politiche guidate da stranieri o legate a organizzazioni o enti stranieri.

L’ultima stretta è arrivata con l’annuncio di venerdì scorso della governatrice di Hong Kong, che ha comunicato che le elezioni per il Consiglio legislativo, il parlamento locale, previste per il 6 settembre, sono sospese per un anno.

La valutazione degli analisti di relazioni internazionali, dei  giuristi di diritto internazionale, di politologi ed istituzioni politiche ed umanitarie internazionali è concorde: come afferma Sophie Richardson, responsabile delle attività di Human Rights Watch in Cina, siamo di fronte a “una violazione dei diritti fondamentali alla libertà di espressione e alla partecipazione a libere elezioni garantiti dalla Convenzione internazionale sui diritti civili e politici, che è incorporata nel quadro legale di Hong Kong tramite la Basic Law”.

Ora, in questo quadro da “nuova Guerra Fredda” si inserisce la precipitosa scelta del Vaticano di trasferire a Roma tutta la documentazione della Nunziatura di Hong Kong, per paura che fossero sequestrati o distrutti dai militari e dall’intelligence cinesi, come asserisce il solitamente prudente ma sempre ben informato giornalista del Corriere della Sera Massimo Franco nell’articolo del 30 luglio scorso.

Presunti ripetuti attacchi hacker da parte della Repubblica popolare cinese alla Santa Sede ed in particolare alla Nunziatura di Hong Kong confermano i timori della Santa Sede nei confronti della affidabilità politica internazionale di un regime che  non ha mai fatto mistero del suo odio per ogni forma di credo religioso in quanto  scopo dell’azione politica del regime di Pechino è quello della assimilazione culturale della libertà di religione dell’individuo al primato del pensiero unico della ideologia atea  del Partito Comunista, come peraltro previsto espressamente nella delirante Costituzione cinese.

Con l’avvento del pontificato di Papa Bergoglio la diplomazia vaticana ha impresso un cambio di rotta epocale nei confronti del criminale regime comunista, mirato ad un riavvicinamento –  potremmo dire un “dialogo” secondo la abborracciata vulgata progressista massmediatica –   che è sfociato formalmente  il 22 settembre 2018 in un accordo mantenuto segreto per espressa volontà della cancelleria cinese, della durata di due anni.

Accordo che, nella prospettiva di instaurare relazioni diplomatiche permanenti tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese ed ottenere il riconoscimento del Papa come capo universale della Chiesa cattolica, in realtà ha ottenuto il risultato disastroso di consegnare de facto al governo di Pechino il potere di nomina dei Vescovi ed una sempre più occhiuta sovranità sulla gestione della Chiesa cattolica fedele a Roma.

Il Pontefice è stato espressamente accusato dal Cardinale emerito di Hong Kong, Joseph Zen, perseguitato dal regime comunista per decenni, di «svendere i cattolici cinesi». 

In questo ultimo anno  la diplomazia vaticana ha pervicacemente mantenuto una linea di condotta nei confronti del regime comunista di Pechino ispirata all’understatement e all’appeasement  – se vogliamo essere eufemisti – al fine di ottenere la conferma dell’accordo del 2018.

Una diplomazia del Coronavirus, è stata definita –   intrisa di formali quanto cinici scambi di cortesie con la cancelleria cinese – che ha volutamente e grossolanamente ignorato ogni voce di protesta avverso le gravissime violazioni ai diritti umani perpetrati da Pechino nei confronti dei propri cittadini. Ed ora deve fare i conti con la dissennata irresponsabilità di un’apertura di credito diplomatica ad un regime per sua natura feroce e disumano, mondano e ateo, in antitesi assiologica con l’insegnamento evangelico del Padre.

Le violenze, gli arresti, le riforme antidemocratiche ad Hong Kong; la deportazione ed il massacro della minoranza musulmana uigura; la politica militare espansionista e la proclamata volontà di occupazione dello Stato sovrano di Taiwan in violazione aperta delle norme fondamentali dello Statuto ONU; le persecuzioni alla libertà religiosa dei cattolici e dei cristiani cinesi che non vogliono piegare il capo alla arrogante, illiberale violenza del regime comunista; i Laogai o campi di concentramento in cui la persona umana viene alienata nella sua dignità di figlio di Dio;  tutti segnali di fronte a cui la sconcertante pochezza culturale e intellettuale del milieu diplomatico,  prono al problematico populistico politico agire del Pontefice, mostra tutto il drammatico disagio di una Chiesa senza nocchiero in gran tempesta. (Luca Della Torre)

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