Il terrorista rosso Cesare Battisti e i suoi protettori

(di Roberto de Mattei) Il terrorista rosso Cesare Battisti, interrogato nel carcere di Oristano dal Pubblico Ministero di Milano Alberto Nobili, ha «ammesso tutti gli addebiti, ossia i quattro omicidi, tra cui due di cui è stato esecutore». Lo ha detto il procuratore di Milano Francesco Greco in una conferenza stampa.

Quattro di questi delitti sono stati materialmente commessi da Battisti: quello del maresciallo di polizia penitenziaria Antonio Santoro, ucciso a Udine il 6 giugno 1978 perché «perseguitava i detenuti politici»; quello del gioielliere Pierluigi Torregiani e del commerciante Lino Sabbadin, che militava nel Movimento Sociale Italiano, uccisi entrambi il 16 febbraio 1979, il primo a Milano e il secondo a Mestre, «perché si erano armati contro i rapinatori, quindi erano miliziani schierati dalla parte dello Stato e andavano puniti».

Infine, quello dell’agente della Digos Andrea Campagna, al quale Battisti ha sparato a Milano il 19 aprile 1978. L’esponente dei Proletari Armati per il Comunismo (PAC) ha ammesso anche tre ferimenti. A essere «gambizzati» sono stati Giorgio Rossanigo, un medico del carcere di Novara «troppo severo nei confronti dei detenuti politici», Diego Fava, medico dell’Alfa Romeo che «non rilasciava facilmente certificati ai lavoratori politicizzati», e Antonio Nigro, guardia nel carcere di Verona.

Al PM Nobili, che gli chiede chi l’abbia aiutato nella latitanza, Battisti risponde che all’estero sono stati «partiti, intellettuali e mondo editoriale» a dargli «sostegno ideologico e logistico. Lo hanno fatto per ragioni ideologiche e di solidarietà. Non so se queste persone si siano mai chieste se fossi responsabile di ciò per cui sono stato condannato». «Per molti non si poneva il problema», ma «sono stato anche supportato perché mi dichiaravo innocente, perché in molti paesi non è pensabile una condanna in contumacia e perché davo l’idea di un combattente per la libertà».

Quando il pm gli chiede se ha altro da dire, Battisti, risponde: «Chiedo scusa ai familiari delle persone che ho ucciso o alle quali ho fatto del male. La lotta armata è stata disastrosa ed ha stroncato la rivoluzione positiva, sociale e culturale, cominciata nel ‘68. Per me e per gli altri era una guerra giusta, oggi provo disagio a ricostruire momenti che non possono che provocare una mia revisione. Parlare oggi di lotta armata per me è qualcosa privo di senso» (Corriere della Sera, 25 marzo 2019).

Questa “auto-assoluzione” non ha niente a che fare con il pentimento. Questo presuppone infatti un giudizio sui propri atti alla luce del bene e del male, e un conseguente sentimento di dolore e di contrizione, mentre il criterio di giudizio di Battisti resta quello gramsciano della filosofia della prassi: i suoi atti sono sbagliati, perché la lotta armata è stata incapace di attuare la Rivoluzione comunista in Italia. Ciò che di più grave emerge nell’intervista è però l’ammissione dell’esistenza di una rete di copertura ideologica, composta da uomini che ancora oggi occupano posti chiave e che mai saranno pubblicamente condannati.

Tra i personaggi che hanno affermato l’innocenza di Cesare Battisti ci sono Gabriel Garcia Marquez e Bernard Henry-Levy e molti intellettuali di diversi Paesi, che escludevano a priori che Battisti potesse essere un assassino e accusavano di violenza e di repressione lo Stato italiano. Le loro opinioni, erano diffuse dai mass media che, costretti ad ammettere l’evidenza, hanno però evitato di mettere sotto accusa i 1500 firmatari della richiesta di scarcerazione di Battisti, dopo il suo arresto avvenuto in Francia nel 2004 qui.

La maggior parte dei terroristi, condannati o sotto inchiesta da parte della magistratura italiana nei cosiddetti “anni di piombo” trovarono accoglienza oltralpe, grazie alla “dottrina Mitterand” (1982), con cui l’allora presidente francese concedeva loro lo status di rifugiati politici. Questo riconoscimento li sottraeva alle indagini e bloccava ogni richiesta di estradizione.

L’unica condizione era che i destinatari non fossero ricercati per atti diretti contro lo Stato francese e avessero rinunciato (almeno a parole) a ogni forma di violenza politica. L’ispiratore della “dottrina Mitterrand” fu un noto sacerdote francese, Henri Antoine Grouès, detto Abbé Pierre (1912-2007), attivista politico vicino all’estrema sinistra, fondatore nel 1949 dei Compagnons d’Emmaüs, un’organizzazione fondata sul mito dell’accoglienza agli emarginati. Tra questi erano i terroristi rossi, di cui l’abbé Pierre era un protettore (cfr, Silvano De Prospo e Rosario Priore, Chi manovrava le Brigate Rosse, Ponte alle Grazie, 2010).

L’abbé Pierre criticò spesso sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI, pronunciandosi a favore della possibilità di ordinare sacerdoti anche le donne e gli uomini sposati e sostenendo il diritto degli omosessuali di avere relazioni stabili e ad allevare figli. Prima di morire confessò di aver avuto con delle donne delle relazioni sessuali, anche se non stabili.

Nel libro autobiografico, Mon Dieu… pourquoi? (“Dio mio…perché?”), parlando della “forza del desiderio”, afferma: «Mi è accaduto di cedervi in modo passeggero. Ma non ho avuto mai un legame regolare, perché non ho lasciato che il desiderio sessuale prendesse radici» (La Repubblica, 27 ottobre 2005).

In Italia l’abbé Pierre fece tappa più volte nell’aretino, dove prosperavano quattro comunità di Emmaus e incontrava spesso i vescovi della diocesi che le proteggevano, fra cui il cardinale Gualtiero Bassetti, vescovo di Arezzo dal 1998 al 2009 e oggi presidente della Conferenza Episcopale Italiana. 

In una recente intervista, il cardinale Bassetti ha preso le distanze dal prossimo Congresso di Verona sulla famiglia, affermando che l’unica famiglia umana è quella composta dai migranti che «sono gli ultimi, i piccoli e i poveri di questo mondo e come disse Paolo VI i poveri appartengono alla Chiesa per “diritto evangelico”. Con altrettanta fermezza vorrei ribadire un concetto che forse scomoda i benpensanti: per un cattolico è assolutamente immorale vedere nel migrante un nemico da combattere o da odiare».

L’abbé Pierre morì il 22 gennaio 2007, a 93 anni. «Merci l’abbé Pierre de nous avoir donné un tel exemple», disse nella sua omelia funebre a Notre Dame il cardinale Philippe Barbarin, condannato il 19 febbraio 2019, in primo grado, a sei mesi di carcere con la condizionale per aver coperto gli abusi sessuali di un sacerdote francese. «Voi scomparite – disse allora – e noi, come i compagni di Emmaus, ripartiamo di buon passo, oggi, per testimoniare questo amore e servire gli altri, fino al nostro ultimo respiro».

«Grazie all’Abbé Pierre di averci dato un tale esempio», commentò a sua volta il giornale dei vescovi italiani, annunziando la «partenza» dell’abbé Pierre «per le Grandi vacanze», come egli chiamava la morte (Avvenire, 21 gennaio 2017).

In Italia il messaggio dell’abbé Pierre fu raccolto da don Michele De Paolis, un sacerdote salesiano che, tra le sue numerose esternazioni, ha anche dichiarato: «Oggi l’atteggiamento della Chiesa nei confronti degli omosessuali è severo, disumano e crea tanta sofferenza, affermando che l’omosessualità è peccato. (…) Alcune persone di chiesa dicono: “Va bene essere omosessuali, ma non debbono avere rapporti, non possono amarsi!” È la massima ipocrisia. È come dire a una pianta che cresce: “Tu non devi fiorire, non devi dar frutto!”. Questo sì, è contro natura!» (https://blog.libero.it/gruppoalidaquila/10246589.html).

Il 6 maggio 2014 don Michele De Paolis ha concelebrato la Messa con Papa Francesco a Santa Marta, rimanendo stupito dalla reazione del Santo Padre, che dopo un breve dialogo si è inchinato e gli ha baciato la mano. Il Papa aveva promesso un’udienza al gruppo di Emmaus, ma don Michele è partito per le “Grandi vacanze” il 30 ottobre 2014.

Nel suo testamento ha chiesto di essere cremato e le sue ceneri, come da lui desiderato, sono custodite in un’urna all’interno della cappella della Comunità di Emmaus (http://www.foggiatoday.it/cronaca/cremazione-don-michele-de-paolis-comunita-emmaus.html). Papa Francesco ignora naturalmente il filo rosso che attraverso don De Paolis e l’Abbé Pierre lo collega a Cesare Battisti. (Roberto de Mattei)

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