Il saggio di mons. Estivill: ciascuno ne faccia dono al proprio vescovo!

(di Francesco Colafemmina su Fides et Forma del 13-09-2012)  su “Qual è stato il risultato del Concilio per quanto riguarda l’arte religiosa e sacra? E’ stato recepito nel modo giusto l’insegnamento conciliare su questa materia? Che cosa, nella ricezione del Concilio, ha dato buoni frutti; cosa ha causato confusione oppure ha prodotto risultati insufficienti o addirittura errati? Che cosa resta ancora da fare per riprendere l’orientamento del Concilio sull’arte nella Chiesa secondo la cosiddetta ermeneutica della riforma nella continuità?”

In queste incalzanti domande si condensa il senso del saggio di Mons. Daniel Estivill, docente di Iconografia e Iconologia presso la Pontificia Università Gregoriana. Un volume agile che andrebbe – in linea di principio – donato a tutti i Vescovi italiani. Mons. Estivill – un religioso che è anche artista – parte da una non troppo velata critica alle ermeneutiche passate dell’evento conciliare. Sulla scia del famoso discorso alla Curia Romana del 2005, nel quale Benedetto XVI introdusse il concetto di “ermeneutica della continuità” e senza risparmiare riferimenti alle opere di Mons. Brunero Gherardini e di padre Serafino Lanzetta, il saggio cerca di ricostruire il rapporto fra arti sacre e Concilio nella sua autentica dimensione, ossia nella logica della continuità.

Il volume si occupa esclusivamente delle arti sacre, evitando programmaticamente ogni riferimento all’architettura. E’ pertanto a partire dalle arti che comincia l’opera di ricongiungimento della tradizione al dettato Conciliare. Anzitutto nella relazione fra arti e liturgia definita nella Sacrosantum Concilium. Due i punti essenziali: il paragrafo 122 e quelli dal 123 al 126. Nel primo è fondamentale notare come la Chiesa sia presentata quale “arbitra” delle arti: “vengono inoltre stabiliti quattro criteri per giudicare le medesime: la fede, la pietà, le norme religiosamente tramandate e l’uso sacro”. Nel prosieguo della Costituzione Conciliare emerge la controversa questione degli “stili artistici nell’arte e nella Chiesa”.

Padre Estivill ci tiene però a puntualizzare: “questi testi vanno letti alla luce della storia della Chiesa latina, dove tradizionalmente è stata riconosciuta la libertà degli artisti.” Inoltre: “nel paragrafo 123, insieme alla ‘libertà d’espressione’ riconosciuta all’arte contemporanea nella Chiesa, viene stabilita una condizione, per così dire, apparentemente restrittiva, che specifica e qualifica il concetto di libertà. Infatti, è significativa la frase condizionante: ‘purché l’arte serva con la dovuta riverenza e il dovuto onore alle esigenze degli edifici sacri e dei sacri riti’.”

Non si può tuttavia non ammettere che i successivi paragrafi della Sacrosantum Concilium si siano prestati a spiacevoli fraintendimenti. E’ il caso di quello in cui si accenna alla “sobrietà”, causa involontaria per Estivill dell’iconoclastia seguita al Vaticano II: “Forse, la frase ‘tuttavia le immagini sacre si espongano in numero moderato e nell’ordine dovuto, per non destare meraviglia nel popolo cristiano e per non indulgere ad una devozione non del tutto retta’ è stata usata per giustificare una specie di ‘persecuzione iconoclasta’, che con inaudita prepotenza si è abbattuta su tante opere e luoghi di culto, non senza destare sorpresa e qualche disgusto da parte di un significativo settore del Popolo di Dio.”

Il tono di Mons. Estivill è estremamente pacato (forse troppo) ma almeno il suo saggio costituisce una delle prime voci fuori dal coro in ambito ecclesiastico sulla decadenza dell’arte sacra nel post-concilio. In un mondo dominato dalle pseudo-estetiche di Kiko Arguello, dagli onnipresenti mosaici pseudo-orientali di Rupnik (che hanno ormai sostituito l’oleografia di cui parlava Paolo VI nel suo discorso agli artisti, configurandosi come epigoni della paccottiglia devozionale di fine ottocento), in un mondo ideologizzato dalle vanità di un padre Dall’Asta o di un Cardinal Ravasi, leggere il puntuale saggio di Mons. Estivill è come respirare aria pura su una vetta alpina.

La logica è naturalmente diversa da quella invalsa oggidì, anche da quella cui abitualmente indulge il sottoscritto: non esprimere giudizi sulla produzione artistica nel post-Concilio, ma fermarsi ad una analisi oggettiva dei testi conciliari. D’altra parte è però innegabile che molti testi conciliari non sono stati travisati a causa di contingenti turbamenti ideologici di chi li leggeva dagli anni ’70 in poi. Credo piuttosto che essi siano stati travisati perché intrinsecamente ambigui, ossia scritti con l’intento di aprirsi al mondo, con l’intento di parlare la stessa lingua del mondo che è relativa e ambivalente.

Prendiamo ad esempio Gaudium et Spes 62: “Bisogna perciò impegnarsi affinché gli artisti si sentano compresi dalla Chiesa nella loro attività e, godendo di un’ordinata libertà, stabiliscano più facili rapporti con la comunità cristiana. Siano riconosciute dalla Chiesa le nuove tendenze artistiche adatte ai nostri tempi secondo l’indole delle diverse nazioni e regioni. Siano ammesse negli edifici del culto, quando, con modi d’espressione adatti e conformi alle esigenze liturgiche, innalzano lo spirito a Dio”. Sì, è vero, come afferma Estivill, che il riferimento ad una “ordinata libertà” pone già un limite all’azione anarchica dell’artista. Ma dobbiamo anche confessare che questo testo ha mutato radicalmente la prospettiva della Chiesa Cattolica: non è più infatti l’artista a dover comprendere, studiare, vivere la fede, ma è la Chiesa a dover comprendere l’artista.

Il che implica che l’artista è portatore di una verità, di un messaggio cui la Chiesa talvolta può piegarsi, anzi cui la Chiesa deve piegarsi nell’ottica della comprensione e di “più facili rapporti”. Inoltre più avanti la mentalità devastante del modernismo si concretizza nell’accenno alle “nuove tendenze artistiche adatte ai nostri tempi”. Le tendenze da riconoscere non sono dunque più o non soltanto quelle “adatte” alle esigenze della Chiesa, bensì adatte “ai nostri tempi”, implicando quindi una superiorità del contingente rispetto all’immutabile verità del Vangelo.

D’altra parte, proprio al termine di questo paragrafo v’è una piccola noticina che rimanda al discorso inaugurale del Concilio, pronunciato da Giovanni XXIII. E il presunto “Papa buono” non affermò in quell’occasione che: “Quanto al tempo presente, la Sposa di Cristo preferisce usare la medicina della misericordia invece di imbracciare le armi del rigore; pensa che si debba andare incontro alle necessità odierne, esponendo più chiaramente il valore del suo insegnamento piuttosto che condannando.”

Fu proprio questo approccio al “tempo presente”, quest’ansia di modernizzazione, questo continuo impulso all’esaltazione dell’hic et nunc a causare il disprezzo per il rigore e il tracimare d’un avido desiderio d’unirsi al mondo nell’orgiastico abbandono della propria identità.

Certo, se proseguissimo in questa lettura del Concilio come elemento di “rottura” con la tradizione estetica precedente della Chiesa finiremmo per far crollare l’intero edificio. Perché se la menzogna e l’ambiguità si sono insinuate nella Chiesa, se esse hanno guidato negli anni recenti l’azione di tanti consacrati e di tanti Pastori, si potrebbe finire col mettere in discussione tutto, anche la propria fede. Più facile a mio parere intraprendere la strada di Mons. Gherardini, del professor De Mattei: il Concilio fu pastorale. E la pastoralità del Concilio ci consente di accettare talune ambiguità come frutto di una pastorale erronea o meramente illusoria. Quella, purtroppo ancora attiva ai nostri giorni, che crede di avvicinare gli uomini a Cristo, allontanando la Chiesa dalla sua tradizione, dal suo rigore, dalla sua dottrina.

Nonostante i legittimi dubbi, dunque, sulle reali intenzioni del Concilio, “La Chiesa e l’arte secondo il Concilio Ecumenico Vaticano II – Note per un’ermeneutica della riforma nella continuità” si rivela un ottimo strumento di ricerca più che di “polemica”, di “studio” sul rapporto fra arte e Chiesa normato o semplicemente accennato dal Concilio. Uno strumento indispensabile per ricostruire un’arte autenticamente cattolica che voglia guardare al futuro ispirandosi al passato e alla luce del magistero. Uno strumento, ripeto, che ogni cattolico di buona volontà dovrebbe regalare al proprio Vescovo, se vogliamo scongiurare altri casi Arezzo o Parma…

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