Il ritorno delle identità

(di Carlo Manetti) Dopo la fine della Guerra Fredda, il professor Francis Fukuyama, ha preconizzato «la fine della storia», nel suo più celebre saggio, dal titolo, appunto, La fine della storia e l’ultimo uomo (1992); vi si prevedeva, dopo la sconfitta del totalitarismo comunista, un’era in cui la progressiva espansione delle economie a libero mercato e delle democrazie, una volta divenuta universale, avrebbe condotto alla prosperità perennemente crescente ed alla pace perpetua, secondo il duplice assioma per cui il libero mercato porta alla prosperità ed alla democrazia e le democrazie non possono mai scontrarsi militarmente tra loro.

La Storia si è, però, incaricata di dimostrare la fallacia della previsione, fallacia che il professor Fukuyama ha pubblicamente riconosciuto, attribuendole anche la causa corretta: la sottovalutazione delle differenze culturali tra i popoli. Questa interpretazione sbagliata non è, però, un errore contingente, ma il  punto centrale della sua stessa disamina, che rappresenta la punta più alta della lettura economicistica conservatrice e liberista statunitense. L’aver posto l’economia, con le sue ricadute sociali, al centro del divenire storico, è la base di tutta la filosofia politica moderna, a partire dall’Illuminismo, sia nelle sue correnti “di sinistra”, che in quelle “di destra”. È da queste premesse che si addiviene al concetto di «globalizzazione», vale a dire a quell’affermato, ma non dimostrato processo, che dovrebbe condurre ad una unificazione mondiale degli stili di vita, in virtù dell’espansione delle tecnologie, che dovrebbero, a loro volta, veicolare la filosofia contemporanea. È questo modo di ragionare che la smentita della previsione del professor Fukuyama ha fatto crollare, anche al di là delle sue sia pur coraggiose ammissioni.

La fine della Guerra fredda, lungi dall’essere l’inizio della globalizzazione, ne ha significato la crisi irreversibile. Il mondo è passato da una sorta di camicia di forza, che costringeva tutti i popoli in due blocchi unitari e contrapposti, secondo la dottrina di Henry Kissinger, ad una riorganizzazione per blocchi culturali omogenei. All’interno dei singoli Paesi e dei singoli popoli, si sono accentuate le spinte identitarie. È come se la fine della contrapposizione bipolare avesse liberato la naturale esigenza ad essere se stessi, esigenza compressa da alleanze innaturalmente omologanti.

Il mondo islamico vede la riscoperta di quello che, in Occidente, chiamiamo Islam politico o integralismo islamico, vale a dire la pretesa che la politica sia regolata dalle norme della religione di Maometto. In Cina, Confucio ed il Confucianesimo si sono innestati sulla via cinese al Socialismo, tanto nella formazione delle classi dirigenti, che nella cultura popolare. In India, la riscoperta delle tradizioni locali, riassunta dal motto del Bharatiya Janata Party (Partito del Popolo Indiano) «India: amala o lasciala», ha pervaso e sta pervadendo sempre più anche il tradizionalmente laico (ateo?) e socialisteggiante Partito del Congresso, oltre che la maggioranza della popolazione, con ripercussioni sia sulla politica estera che su quella interna; si pensi, ad esempio, alla differenza tra il Governo di Indira Gandhi (1917-1944) e quello del figlio Rajiv (1944-1991).

Persino gli Stati Uniti hanno conosciuto una rinascita identitaria, sia religiosa che politica: si possono citare, tra gli altri, la rinascita pentecostale, nella più pura riscoperta del Calvinismo dei fondatori, e la riproposizione dei valori politici originari, inizialmente ad opera del Tea Party, ma poi diffusa in vari strati della popolazione. Forse non è molto lontano dal vero chi ha identificato, almeno a livello simbolico, nel 1989 l’inizio della chiusura di quella parentesi ideologica che ha oppresso prima l’Europa e, poi, l’intero pianeta, sia pure in forme diverse, apertasi esattamente due secoli prima. (Carlo Manetti)

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