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Il Reproductive Health Act di New York? una copia della 194/1978

(di Alfredo De Matteo) Com’è tristemente noto, pochi giorni fa lo stato di New York ha varato una nuova legge sull’aborto che consente alla donna di abortire anche oltre il limite delle 24 settimane di gestazione stabilito dalla precedente normativa. La principale novità introdotta dal Reproductive Health Act, oltre al già citato allargamento delle maglie temporali, è costituita dal fatto che la pratica criminale dell’aborto diventa materia di tutela della salute pubblica, proprio com’è in Italia dal 1978.

Nello specifico, il comma 6 dell’articolo 25 A del R.H.A. recita così:

«A health care practitioner licensed, certified, or authorized under title eight of the education law, acting within his or her lawful scope of practice, may perform an abortion when, according to the practitioner’s reasonable and good faith professional judgment based on the facts of the patient’s case: the patient is within twenty-four weeks from the commencement of pregnancy, or there is an absence of fetal viability, or the abortion is necessary to protect the patient’s life or health».

«Un professionista della salute, in possesso dei titoli di studio necessari a norma di legge, agendo all’interno del perimetro legale della sua professione può eseguire un aborto in accordo con il suo ragionevole giudizio professionale espresso in base alla cartella medica della paziente quando: la paziente è all’interno delle 24 settimane dall’inizio della gravidanza, oppure c’è un’assenza di vitalità del feto oppure l’aborto è necessario per proteggere la salute o la vita della paziente».

Ora, alcuni siti d’informazione di stampo laicista sostengono come non corrisponda al vero che con tale testo di legge si introduca l’aborto fino al nono mese, ma come esso sia consentito dopo la 24a settimana di gestazione solamente a determinate condizioni (omettendo di specificarle tutte, tra l’altro …). In realtà, è piuttosto facile dimostrare come i presunti paletti posti a presidio della norma siano facilmente superabili, vista soprattutto la natura piuttosto ambigua e omnicomprensiva del concetto di salute della donna, che include una serie di motivazioni di ordine economico, psicologico e sociale che sfuggono totalmente al controllo.

Del resto, la stessa legge 194 non prevede un limite cronologico preciso oltre cui non è possibile interrompere la gravidanza, anche se esso viene identificato con l’epoca nella quale sussiste la possibilità di vita autonoma del feto (194/1978 art. 6, 7). Tuttavia, secondo la Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia non è possibile stabilire un limite certo di vitalità valido per tutti i feti (Atti della Società di Ginecologia e Ostetricia – vol. LXXXV).

Non sono mancati infatti nel corso degli anni gli aborti effettuati ben oltre il limite della possibilità di vita autonoma del feto, come avvenne qualche anno fa nel nosocomio di Rossano dove un bimbo sopravvissuto ad un aborto venne lasciato agonizzare per un giorno intero dentro un recipiente per i rifiuti. Può tornare utile riportare il dettato della legge 194/1978 negli articoli che disciplinano la cosiddetta interruzione di gravidanza:

Articolo 4: Per l’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi novanta giorni, la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, si rivolge ad un consultorio pubblico istituito ai sensi dell’articolo 2, lettera a), della legge 29 luglio 1975 numero 405, o a una struttura sociosanitaria a ciò abilitata dalla regione, o a un medico di sua fiducia.

Articolo 6: L’interruzione volontaria della gravidanza, dopo i primi novanta giorni, può essere praticata: a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.

Da notare la numerose analogie con la legge fortemente voluta dal governatore Andrew Cuomo: ciò che cambia sembra essere solo il limite temporale, tre mesi per la 194 e cinque mesi per il ReproductiveHealthAct, a testimonianza della natura ideologica di entrambe le norme. Per il resto, il bambino non nato sparisce come soggetto di diritto per venire declassato a semplice oggetto nelle mani della madre.

Il fulcro è garantire alla donna il presunto diritto di autodeterminarsi attraverso l’escamotage della tutela della sua salute. Inoltre, se l’aborto sparisce come reato nella legislazione Newjorkese ciò vale anche per la nostra, visto che con un decreto del 2016 è stato depenalizzato anche il reato di aborto clandestino che rimane punibile solo con un’ammenda. Un’ultima significativa caratteristica accomuna le due normative: il marchio di fabbrica.

Il nuovo testo adottato dallo stato di New York è stato firmato dal cattolico Cuomo; nel lontano 1978 fu il cattolico Giulio Andreotti a firmare la famigerata legge 194.

In conclusione, si dice che tutte le peggiori novità provenienti da oltreoceano prima o poi finiscano in Italia. In questo caso, sembra essere accaduto esattamente il contrario. (Alfredo De Matteo)