Il prof. Turco ripropone l’antimodernismo di p. Liberatore

(di Cristina Siccardi) I rivoluzionari della Chiesa la destabilizzano servendosi di essa e dei suoi strumenti, recidendo le radici e creando il nuovo, l’alternativa, l’“oltre” su ciò che hanno calpestato e rinnegato. Valga come esempio La Civiltà Cattolica. Fu fondata nel 1850 da un nucleo di Gesuiti guidati da padre Carlo Maria Curci, primo direttore della rivista. L’obiettivo era quello di difendere «la civiltà cattolica» per l’appunto, minacciata dai nemici della Chiesa, ovvero liberali e massoni, coloro che unirono l’Italia con l’odio, con il sangue e con la volontà di usurpare il potere temporale, culturale ed educativo della Chiesa.

Il programma della rivista era: «Condurre l’idea e il movimento della civiltà a quel concetto cattolico da cui sembra da tre secoli avere fatto divorzio». Padre Curci ottenne il pieno sostegno del Beato Pio IX. Oggi l’appoggio pontificio a quel programma non l’avrebbe; ma la testata non ha chiuso e non se ne è creata una nuova perché la verità dà prestigio e autorevolezza all’errore, un po’ come quell’arte contemporanea brutta e mercificata che cerca spazi belli e antichi per ottenere maggior credito e reputazione.

Tra i primi redattori de La Civiltà Cattolica si annoverano i padri: Luigi Taparelli D’Azeglio (1793-1862), filosofo del diritto; Matteo Liberatore (1810-1892), cultore della filosofia tomista, precursore dell’insegnamento sociale della Chiesa, al punto che Leone XIII lo chiamerà a stendere la Rerum Novarum; Antonio Bresciani (1798-1862), letterato; Giovanni Battista Pianciani (1784-1862), studioso di scienze naturali.

La rivista ebbe subito un carattere polemico, che si mantenne per lungo tempo al fine di combattere gli avversari della Chiesa e di opporsi al Modernismo, Tale stile terminò dopo il Concilio Vaticano II: il tono non fu più di opposizione, ma di dialogo con il mondo moderno, un dialogo che nulla ha potuto fare contro i referendum sul divorzio e sull’aborto, sulle unioni civili e nulla potrà fare contro l’ideologia gender, adozioni a coppie omosessuali, eutanasia… dal dialogo si è addirittura passati al consenso dell’errore, tale passaggio rientra nel processo di un’eresia – perché tale fu definita e come tale condannata nel 1907 – che penetrò, come «fumo di satana», nella Chiesa.

Del Collegio degli scrittori della Civiltà Cattolica, costituito perpetuamente e tuttora vigente, il 12 febbraio 1866 con il breve apostolico Gravissimum supremi di Pio IX, fece parte il già citato Matteo Liberatore che si soffermò sulla natura del Modernismo e lo diagnosticò innanzi il Novecento. «Ben prima delle indagini novecentesche sulla questione (la cui istanza si palesa – come è noto – fin dagli albori della svolta rinascimentale)», spiega Giovanni Turco nella premessa al saggio, che ha curato, di padre Liberatore, Il naturalismo politico (Ripostes, pp. 107, € 12,00).

Dopo una chiara e puntuale introduzione di alta accademicità di Turco dedicata al “pensiero Liberatore”, si possono leggere le pagine, ora provvidenziali più che mai, tratte da una trilogia: Il Modernismo ossia la Rivoluzione (in «La Civiltà Cattolica», serie XII, vol. 3, pp. 537-551); Il Modernismo a rispetto della libertà (in «La Civiltà Cattolica», serie XII, vol. 4, pp. 42-50); Il Modernismo a rispetto della Chiesa (in «La Civiltà Cattolica», serie XII, vol. 4, pp. 539-54). Di fondamentale rilevanza risultano oggi le disamine teoretiche di Padre Matteo Liberatore, il quale illumina chi desidera comprendere il processo rivoluzionario in ambito ecclesiale, processo che ha avuto i suoi albori nel XIX secolo. Nei seminari odierni, benché La Civiltà Cattolica (ancora in bozze inviata alla Segreteria di Stato per l’approvazione definitiva, come da “tradizione”) circoli regolarmente, il dotto gesuita Liberatore viene tenuto ben distante dai dialoghi fra professori e studenti.

Egli prende le mosse da un libro di Charles Périn (1815-1905), docente di Economia politica all’Università Cattolica di Lovanio, dal titolo Mélanges de politique et d’économie, dove è trattato il tema della separazione fra i principi della libertà cristiana dalle false massime della libertà rivoluzionaria.

L’introduzione della nuova parola modernismo, spiega Liberatore, è giustificata dal linguaggio degli scrittori «liberaleschi», i quali adoperano costantemente l’attributo di moderno, per significare la natura dei concetti e delle aspirazioni della rivoluzione, dicendo quindi idee moderne, società moderna, diritto moderno... Così il neo termine non vuole esprimere altro, illustra il Padre gesuita citando Périn, «se non lo spirito che avviva l’odierna Rivoluzione. Esso consiste nella così detta autonomia dell’uomo, nella emancipazione della sua volontà da ogni legge positiva o naturale divina, nella sostituzione dell’uomo a Dio nel governo della società umana. L’uomo, secondo l’idea moderna, essendo Dio a sé stesso e padrone sovrano del mondo, esige che nella società tutto si faccia da lui o per la sola autorità della legge da lui emanata Questo è il modernismo assoluto, in contraddizione radicale coll’ordine sociale fondato dalla Chiesa, e secondo il quale la vita pubblica e la vita privata si riferivano al medesimo ultimo fine, e tutto doveva esser fatto direttamente o indirettamente in vista di Dio e sotto la suprema autorità del potere istituito da Dio per l’ordine spirituale» (pp. 59-60).

Le pagine di Liberatore, che possedeva un fine occhio realista, si soffermano poi sia sulla drammaticità a cui porta una scelta privilegiata della prassi (azione) a scapito della teoria (pensiero) e sia sulle nefaste conseguenze della scelta della categoria del naturalismo politico come prospettiva che esclude dalla vita civile ogni verticalità del fine, ovvero ogni trascendenza dalle ragioni a cui conducono le decisioni legislative.

L’orizzontalismo di fatti e valori, che oggi si osserva tanto nel mondo quanto scandalosamente nella Chiesa, l’autore lo definiva rovinoso sia per il diritto che per la libertà. Estirpare la soprannaturalità significa, alla fine dei conti, togliere il vero e autentico bene di ciascun uomo e di ciascuna società, piccola o grande che sia: dalla famiglia ad una intera civiltà. (Cristina Siccardi)

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