Il perverso patriottismo del dopo-golpe

(di Paolo Deotto su Riscossa Cristiana del 11/12/2011) Tra le varie cose che ci sono state dette, a dimostrazione del fatto che è proprio vero che “il silenzio è d’oro”, mi ha colpito una frase del vecchio comunista Napolitano: “ Non siamo chiamati ai sacrifici che fecero i patrioti ma abbiamo da fare quello che ci chiede l’esigenza di salvaguardare il futuro dei nostri giovani e la nostra appartenenza alla grande patria europea”.

Questa frase è una delle mille pronunciate nel festival di sproloqui con cui si vuole convincere il popolo italiano (chiaramente tenuto nel conto di una massa di deficienti) della bontà, bellezza e armonia di una serie di provvedimenti, presi dal governo del dopo-golpe, che avranno l’effetto (peraltro palesemente perseguito) di impoverire ulteriormente l’Italia e di metterla definitivamente alla mercé dei burocrati e banchieri europei, che stanno via via divorando gli spazi di libertà che ancora esistono. Ma in questa frase si introduce un interessante concetto. La patria “europea”, che tra l’altro è, si badi bene, “grande”.

Il 2011 è ormai al tramonto ed è stato contraddistinto dalle celebrazioni dei 150 anni della creazione di una “patria” che non è mai nata, ma che fu feroce nel combattere le tradizioni che avevano formato una vera e grande civiltà italiana, organizzata in diverse realtà statuali. Ora siamo al salto di qualità: abbiamo (non lo sapevamo) la “grande patria europea”. Posticcia la prima, ancor più posticcia la seconda, entrambe nate da minoranze prevaricatrici.

La “patria” è soprattutto un legame spirituale che unisce gli uomini, facendo di tante individualità un popolo. La tradizione cristiana ha risollevato dalla barbarie l’Europa dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, ha costruito per secoli una Società che univa i suoi componenti col vincolo più profondo e radicato dell’animo umano: il comune sentimento religioso, fattore di sviluppo della cultura e della stessa organizzazione sociale, base della creazione di realtà statuali costituite per il bene dell’uomo.

Spetta a storici ben più preparati del sottoscritto ricordare il disastro che scismi, eresie e varie perversioni “culturali” portarono nella storia del mondo occidentale, allontanando progressivamente i Paesi dalla Chiesa cattolica, sempre più relegata in un ruolo marginale e comunque non più garante e custode della moralità e dei valori fondamentali. In un percorso sempre più pericoloso, i popoli approdarono allo scorso secolo, dove la follia di due guerre mondiali non fu che l’inevitabile meta di un mondo sempre più smarrito, ma ricco di “patriottismi” basati su suggestioni e su falsità.

Ora dovremmo gioire perché siamo chiamati a difendere la “grande patria europea”.

Ma perché mai, signor Napolitano, dovremmo all’improvviso avere i petti gonfi di orgoglio per questa nuova “patria”, che ci viene imposta e che prima di tutto, prima di aver spiegato perché c’è e perchè vuole esercitare un’autorità indiscutibile su tutti noi, ci chiede sacrifici che a breve si tradurranno in un disastro totale?

Come è nata l’Unione Europea? È nata, non scordiamocelo, come unione bancaria, avendo la “moneta unica” come unico fattore di unione tra popoli diversi, con storie e culture diverse alle spalle.

Non scordiamoci che l’Unione Europea rifiutò di riconoscere nella propria “costituzione” le radici cristiane dell’Europa (un riconoscimento richiesto da Giovanni Paolo II). Non scordiamoci che l’Unione Europea a suo tempo mise alla porta Rocco Buttiglione, “colpevole” di aver ricordato che la famiglia è fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna. Non scordiamoci che l’Unione Europea manifestò le sue vive preoccupazioni per la nuova Costituzione ungherese, che nel suo preambolo, dichiara che “Dio e il cristianesimo sono gli elementi unificanti della nazione”. Ed potremmo proseguire con tanti esempi, tra i quali spiccano le mille affermazioni circa la “normalità” dell’omosessualità, ovvero di un peccato che, come ci insegna il Catechismo, “grida vendetta a Dio”.

L’Europa, questa Europa, ci ha finora regalato impoverimento e progressiva limitazione della libertà e della sovranità nazionale. Il Governo dei cosiddetti “tecnici” prende disciplinatamente le direttive dai burocrati europei, e l’unico organo elettivo, il Parlamento europeo, è privo di qualsiasi potere reale.

L’atteggiamento della Gran Bretagna ha fatto in questi giorni gridare al pericolo della “fine dell’Europa”, della “fine dell’euro”. Gli inglesi, egoisti quanto volete, ma meno fessi, mantengono tuttora la loro moneta nazionale, consci da sempre che la rinuncia alla sovranità monetaria è l’anticamera della rinuncia alla sovranità totale. Se i nostri destini devono essere regolati dalla BCE e dal FMI, la fine di questa Europa e la fine del sistema dell’euro sono da auspicare caldamente.

Ci dicono che la fine dell’euro sarebbe la “catastrofe”. Perché e per chi? Questo, nessuno ce lo spiega. Dobbiamo fremere di orgoglio per la “grande patria europea”. Orwell aveva sbagliato di qualche anno le sue previsioni. Non nel 1984, ma ora, si sta creando un sistema sempre più oppressivo, nel quale bisogna anzitutto riconoscere la sacra Maestà di chi ci guida. Sono stati presentati 1.400 emendamenti ai provvedimento economici del governo del dopo-golpe, ma il prof. Monti avverte severamente che comunque il saldo non si tocca. Insomma, giocate un po’, se volete, ma nella sostanza non si cambia. Il decreto verrà convertito in legge chiedendo la fiducia. Se lo faceva Berlusconi, era una porcheria. Ma ora lo fa Monti, e quindi, poiché la realtà non esiste, ma esiste la suggestione e l’imbambolamento mediatico, tutto ciò sarà bello e giusto e ci salverà da orridi cataclismi.

Insomma, signor Napolitano, lasci perdere la parola “patria”. Una patria fondata sulla moneta, che ci detta norme per impoverire ulteriormente un popolo già nei pasticci, che per anni ha difeso tutti i possibili disvalori, una patria che pensa di poter fare a meno di Dio, è una patria già morta. Si tratterà solo di fissare la data della sepoltura.

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