Il pericolo comunista cinese e la miopia culturale del mondo cattolico

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(Luca Della Torre) L’Italia, pur essendo ancor oggi la settima potenza economica mondiale è completamente ai margini delle scelte epocali che nelle relazioni internazionali stanno delineando il confine di una “nuova Guerra Fredda” tra Stati Uniti d’America e Cina, o meglio, tra Occidente, India e Giappone da un lato e l’espansionismo muscolare del criminale regime totalitario ateo comunista cinese dall’altro.

Un documento riservato del governo USA, parte della National Security Strategy – l’agenda di politica estera annuale di Washington – definisce la Cina «principale nemico degli Stati Uniti», più della Russia e di chiunque altro. Nei giorni scorsi durante un intervento ufficiale il segretario di Stato americano Mike Pompeo – già a capo della CIA, la potente agenzia di servizi segreti USA – ha rivolto un monito espresso al «mondo libero» a mobilitarsi contro una Cina «sempre più autoritaria» insistendo espressamente sulla necessità di «trionfare sulla nuova tirannia del partito comunista»: un linguaggio così esplicito e duro che nelle cancellerie diplomatiche del pianeta non risuonava dai tempi del confronto militare nucleare con l’aggressivo regime comunista sovietico, negli anni ‘60. Con il consueto pragmatismo anglosassone il segretario di Stato USA ha affermato che «Se il mondo libero non cambierà la Cina comunista, la Cina comunista cambierà noi», mettendo il dito nella piaga del pericoloso processo di ramificazione espansionista politica, economica, ma soprattutto militare che la Cina ha avviato oramai da più di un decennio in Asia e nella sonnolente indifferente Europa.

Molteplici eventi a catena degli ultimi mesi, non affatto casuali, di cui si è reso responsabile il criminale regime del dittatore comunista Xi Jinping hanno aggravato lo scenario politico militare internazionale : il giro di vite legislativo ad Hong Kong, in cui progressivamente la Cina sta sopprimendo tutte le libertà civili e politiche della ex Colonia britannica in violazione del trattato internazionale della cosiddetta “Basic Law” riducendo i cittadini di Hong Kong a schiavi del sistema totalitario comunista; la repressione violenta e la deportazione della minoranza del popolo degli Uiguri, rei di voler praticare liberamente il proprio credo religioso musulmano non gradito alla dirigenza del Partito Comunista Cinese; le gravissime responsabilità internazionali del governo cinese nella disastrosa gestione dell’epidemia mondiale da Covid19, su cui pende il dubbio ragionevole di una complicità dolosa al vaglio della Commissione internazionale istituita dall’ONU; le manovre militari espansionistiche di Pechino sul Mare del Sud della Cina con l’intenzione espressa, in violazione del diritto internazionale, di occupare lo Stato sovrano di Taiwan, da 70 anni unico rifugio e baluardo democratico per i cinesi che non accettano la dittatura del pensiero unico del Partito Comunista Cinese; la stipula del regime comunista di Pechino di accordi di cooperazione militare con i cosiddetti Stati-canaglia – Rogue States – come l’Iran, la Birmania/Myanmar, sottoposti da anni a sanzioni economiche da parte dell’ONU a causa delle loro politiche liberticide, religiosamente e ideologicamente fanatiche.

Questi gravi eventi hanno determinato l’amministrazione Trump ad assumere una posizione molto intransigente nei confronti dell’arrogante regime comunista di Pechino.


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A dispetto di quanto cerchi di fare la ingenua vulgata della stampa liberal e radicale di sinistra in Occidente – sminuendo la portata della gravità delle permanenti violazioni istituzionalizzate dei diritti civili e politici di un sistema politico che è erede dei più criminali regimi totalitari del XX secolo e attribuendo le iniziative di Trump esclusivamente alle prossime elezioni presidenziali – il “richiamo all’ordine” al mondo libero del braccio destro del Presidente USA pone senza mezzi termini la questione se, nelle relazioni politiche internazionali del XXI secolo, abbia diritto di tribuna uno Stato come la Cina – seconda economica potenza mondiale – che della violazione istituzionalizzata dei diritti fondamentali della persona, del sistema monopartitico marxista, della negazione della libertà religiosa, politica, della stessa dignità della persona umana ha fatto una sua bandiera.

Insomma, un Paese che de facto ignora del tutto la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo come pilastro degli accordi di pace e sicurezza nel diritto internazionale; un Paese ed un regime che nel XXI secolo non ha ancora fatto i conti con la necessità di riconoscere la centralità delle persona umana come soggetto e titolare della propria libertà in quanto tale, al di là della patetica quanto grottesca problematica antropologia culturale di impronta marxista che attribuisce alla persona diritti solo nella misura in cui faccia parte omologata del sistema legislativo a partito unico comunista. Tutto ciò rivela in verità che la coniugazione dei diritti civili, politici della persona umana con il cammino delle istituzioni politiche e con il progresso economico sociale è il più formidabile lascito della storia dell’Occidente: la centralità della persona umana come soggetto giuridico titolare di diritti in quanto figlio di Dio, non esposto dunque alle passeggere variabili e tragiche utopie della Storia è la più grande conquista che la Cristianità ha consegnato al mondo intero, ed il più grande esempio a cui la politica può guardare.

Tutto ciò rivela la piena fondatezza delle allarmate preoccupazioni dell’Amministrazione USA di fronte all’indolenza con cui l’Occidente guarda alla Cina in termini di relazioni internazionali: se è vero che l’identità culturale è un potentissimo fattore di coesione, è allora altrettanto vero che è impossibile che un Paese crei qualcosa di differente da ciò che il suo retaggio culturale e la sua storia gli insegnano.


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Così come l’Occidente, perdendo il senso delle proprie radici, si squaglia come neve al sole nell’incertezza del proprio destino, è altrettanto pacifico che un Paese come la Cina, retto da 70 anni di repressione della dignità della persona umana in nome della criminale utopia comunista, non possa e non sappia assolutamente confrontarsi con la coniugazione dei diritti della persona: i diritti delle persona umana sono un frutto dell’intervento formidabile del Cristianesimo nella nostra Storia, non nella storia della Cina. A malo nihil nisi malum (Dal male non può venire che il male).

Al riguardo è stupefacente la grossolana ingenuità e la pochezza analitica con cui parte assai rilevante del mondo culturale cattolico in Occidente di pone di fronte a questa drammatica sfida portata dal gigante cinese ai destini della politica nel III millennio.

Un esempio valga per tutti. Sulle pagine della rivista dei Padri Gesuiti Civiltà Cattolica, Benoît Vermander ha recentemente tessuto in misura melliflua le lodi del modello culturale politico cinese in nome della continuità perpetuata nella storia sin dai tempi della dinastia Qing, e che ora si incarna nel criminale regime comunista: il cosiddetto “modello o sistema tributario” che concedeva favori agli Stati che si riconoscevano dipendenti dalla Cina.


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Null’altro che un brutale sistema di “politica di potenza” che si compiace di garantire protezione a quegli Stati che si inchinino al potere imperiale cinese.

Questi favori oggi si traducono nella celebre “Via della Seta” o “Silk Belt Road”: un sistema di accordi internazionali bilaterali con cui il regime comunista cinese sostiene investimenti, acquisti preferenziali, aiuti militari, sostegno diplomatico in cambio di un supino allineamento alla politica di Pechino. È un sistema ricattatorio e totalitario molto efficace verso i Paesi più deboli, come quelli africani, o verso regimi criminali in cerca di appoggio autorevole, come l’Iran.

Se le considerazioni e gli ingenui inviti al dialogo con il moloch comunista cinese sono quelli colti nelle posizioni di Civiltà Cattolica è del tutto ragionevole e lecito non attendersi assolutamente alcuna evoluzione in senso democratico del brutale regime di Pechino: l’ingenuo buonismo non fa che rendere più aggressivo l’aggressore.

E’ una regola di Realpolitik che già abbiamo sperimentato nel fallimento della cosiddetta Chiesa del silenzio durante i decenni di persecuzioni comuniste in Europa Orientale. 

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