Il Parlamento Europeo di nuovo contro la vita

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(Mauro Faverzani) La battaglia continua sul fronte dell’aborto. Incessante. E le notizie, che giungono dal fronte, non sono entusiasmanti. Il Parlamento europeo ha nei giorni scorsi condannato a larga maggioranza (455 sì, 145 no e 71 astensioni) con una propria risoluzione la sentenza pro-life emessa dalla Corte Costituzionale polacca, la quale ha stabilito che la presunta malformazione del feto, diagnosticata con tecniche prenatali, sia anticostituzionale e non giustifichi in alcun modo il ricorso all’aborto, ammesso comunque in caso di stupro, incesto o pericolo di vita per la madre. La decisione non è impugnabile e può comportare – questi sono almeno l’auspicio e la prospettiva – una consistente riduzione nel numero degli aborti, eppure è stata qualificata dall’Ue come «una battuta d’arresto sul tema dei diritti sessuali e riproduttivi» ed accusata anzi di porre (non si sa come) «a rischio la vita delle donne», infischiandosene totalmente di come l’alternativa, l’aborto, rappresenti viceversa una condanna a morte certa dei figli, ch’esse portano in grembo.

Intendiamoci, niente di cui temere: lo Stato polacco, in quanto sovrano, può benissimo infischiarsene della risoluzione europea, non avendo alcun obbligo di rispettarla. Ma questa resta un segnale molto chiaro. Un segnale politico e ideologico. Da interpretare, ne val la pena. Facendo notare come, ad esempio, il provvedimento europeo sia stato approvato col sostegno anche degli eurodeputati del Ppe, il Partito popolare europeo, che ancora una volta si è distinto per aver tradito i valori, cui dovrebbe (sulla carta…) far riferimento, le proprie origini, la propria storia. A questi, ovviamente, si sono aggiunti i voti scontati di socialisti, democratici, liberali, verdi e Sinistra unitaria. Si è distinto, viceversa, il gruppo dei Conservatori e Riformisti, che ha presentato una risoluzione separata, in cui ha dichiarato «competenza degli Stati membri» dell’Unione le politiche in materia di salute sessuale e riproduttiva, esprimendo pertanto sostegno alle «legittime autorità polacche nella ricerca di una soluzione, che rispetti la vita di tutti e sostenga anche le madri e le loro famiglie attraverso l’assistenza medica e altre forme di assistenza necessarie per i bambini disabili». L’arroganza istituzionale di un Parlamento, quello europeo, che pretende d’interferire anche in materie, ove non sia competente, fa il paio con la violenza, verbale e non, dimostrata dal manipolo di facinorosi, pronti ad aizzare le folle ed a mettere a ferro e fuoco le città polacche, non solo in senso metaforico purtroppo, come ha dimostrato nei giorni scorsi, Marta Lempar, la leader del gruppo abortista Strajk Kobiet, che, nel corso di un’intervista rilasciata a Radio Zet, ha minacciato i cattolici, nel caso non fossero pronti, su queste tematiche, a ribellarsi alla Chiesa: «Questo è l’ultimo avvertimento», ha dichiarato, spavalda. Legittimando anche gli atti di violenza perpetrati contro le chiese cattoliche e le devastazioni qui già causate nelle scorse settimane: «Certo che dovrebbero compierli – ha commentato – Devi fare quello che senti, quello che pensi, quello che è efficace e quello che meritano». Compreso interrompere le celebrazioni liturgiche con slogan urlati e cartelli pro-aborto, lordare gli edifici sacri con scritte allo spray e vandalizzare le statue dei santi. Oltre a bloccare, per lo stesso motivo, strade e ponti.

In Polonia, secondo il Parlamento europeo – basandosi su non si sa quali dati: ricordiamoci certe statistiche “gonfiate” in Italia ai tempi del referendum sull’aborto –, «si stima che circa 200 mila donne ogni anno siano costrette a subire aborti clandestini», utilizzando pillole abortive senza controllo medico, e che «fino a 30 mila siano costrette a recarsi all’estero per ottenere l’aborto». L’aborto in Polonia è un servizio a pagamento, abbastanza per indurre il Parlamento europeo a considerarlo «non accessibile a tutte le donne».

Negli Stati Uniti l’arrivo dell’amministrazione Biden, come preannunciato in campagna elettorale, significherà il ritorno americano al tavolo dell’Accordo sul clima di Parigi, accordo che include anche aborto e contraccezione, celati – come ha osservato l’associazione Voice of the Family – dietro terminologie quali «uguaglianza di genere» ed «emancipazione femminile», condizioni richieste per i Paesi sottoscrittori dell’intesa, apparentemente innocue, eppure autentiche trappole lessicali. Del resto, è nota la presenza della multinazionale dell’aborto Planned Parenthood tra i più convinti sostenitori della campagna elettorale di Joe Biden. Tutto questo vanificherà la cerimonia storica svoltasi negli Stati Uniti lo scorso 22 ottobre, quando si tenne ufficialmente la firma della «Dichiarazione di consenso di Ginevra». Il documento rigetta l’eventualità che l’aborto possa essere considerato un “diritto umano” dalla comunità internazionale, punta alla tutela della vita umana ed al rafforzamento della famiglia quale cellula fondamentale della società, rivendica la protezione degli interessi nazionali di ogni Stato, mantenendo piena sovranità anche in epoca di globalizzazione, senza pressioni esterne, specie su temi quali l’aborto, che riguardano la sfera morale della persona. A sottoscriverlo, oltre agli Usa di Trump, sono stati in quell’occasione i governi di Brasile, Egitto, Ungheria, Indonesia ed Uganda. Ma sono 32 in tutto gli Stati aderenti.
Sulla vita però, ora, la guerra continua. 


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