Il nuovo Piano China standards 2035

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(Luca Della Torre) Mentre in Occidente, ed in Europa in particolare, le Cancellerie e le istituzioni politiche di vertice sono costrette a concentrare le proprie risorse nella difficilissima gestione della pandemia da Coronavirus, a Pechino, in Cina, il Partito Comunista è proiettato a definire a tappe forzate la propria strategia geopolitica di conquista del pianeta. È sintomatico che solamente gli addetti ai lavori – analisti, ricercatori, diplomatici – colgano la paradossale contrapposizione nel complicato attuale contesto delle relazioni internazionali, tra la drammatica condizione socio-politica di ripiegamento su sé stessa in cui versa l’Europa e l’escalation incandescente del confronto-scontro tra USA, Giappone, India nei confronti dell’aggressiva agenda di politica estera della Repubblica Popolare cinese.

Insomma, ancora una volta, purtroppo, tremebonda, quasi evanescente linea della politica estera UE viene messa ai margini del “grande gioco” delle relazioni e del diritto internazionale; e ciò, nonostante l’Europa rappresenti la seconda forza economica del pianeta in termini di PIL, prodotto interno lordo, dopo gli USA e ben prima della muscolare Cina comunista. Dal 26 al 29 ottobre a Pechino è andata in scena l’assemblea plenaria del 19esimo Comitato del Partito Comunista Cinese:  l’evento politico più importante in assoluto per il sistema monolitico del regime cinese, una sessione di fuoco in cui la leadership del più potente totalitario partito politico al mondo ha definito le linee guida, la road-map strategica per conquistare nei prossimi quindici anni  la leadership politica, economica, militare planetaria attraverso il piano China Standards 2035: l’obiettivo espressamente dichiarato è il raggiungimento di una “grande cultura socialista”.

Ancora oggi i massimi vertici politici del Dragone si affidano ad una programmazione politica, economica, militare del Paese pluriennale, di lungo termine – ricordiamo i celebri piani quinquennali di sviluppo dell’Unione Sovietica – in cui i canoni ideologici culturali marxisti del Partito Comunista cinese ispirano il rigorosissimo dirigismo antidemocratico che guida l’intera vita ed attività dei corpi sociali dello Stato. In sostanza: è l’ideologia dittatoriale totalitaria marxista del Partito Comunista a dettare la vita del cittadino cinese, stabilendone gli obiettivi politici economici, militari, le riforme da attuare per conseguirli, le strategie per far progredire la potenza della nazione, escludendo di fatto e di diritto ogni contributo culturale, manifestazione di pensiero, proposta od opposizione da parte dei corpi sociali e degli individui. Insomma, il Partito Comunista cinese incarna oggi al meglio il peggio del “Grande Fratello”, il Moloch politico letterario di George Orwell, in cui la persona umana, l’individuo perde del tutto la sua dignità personale, i suoi diritti, la sua identità in quanto sottomesso al potere occhiuto, invasivo, pervasivo, angosciante della brutale autorità politica comunista.

Il plenum del Comitato centrale del Partito Comunista non si è smentito: i risultati del 14° Piano cinquennale hanno confermato la pericolosa disinvolta volontà del regime del dittatore XI Jinping di sviluppare la Cina secondo il modello alternativo di una potenza mondiale completamente indipendente sotto il profilo economico dalle relazioni globali e in grado di creare una forza amata capace di competere con gli USA ed i suoi Paesi alleati. Le parole chiave uscite dalla pomposa, tutta orientale, conferenza stampa seguita al congresso del Partito Comunista riassumono con concretezza la futura politica estera cinese: “doppia circolazione economica”, autosufficienza, primato delle forze armate, concentrazione assoluta del potere politico nelle mani del Partito. Doppia circolazione economica: la strategia di base dei gerarchi del Partito Comunista è quella di garantire sempre più l’autosufficienza del Paese, sviluppando al massimo l’economia  del mercato interno e, al tempo stesso, traendo i vantaggi della globalizzazione privilegiando accordi e trattati bilaterali esclusivamente con Paesi fragili politicamente ma ricchi fornitori di materie prime, commodities ,in cui far valere il proprio enorme peso politico economico, e sganciandosi progressivamente dal sistema multilaterale dell’ONU, che attraverso il Consiglio di Sicurezza vincola fortemente una politica di potenza unilaterale.


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Le relazioni internazionali nel sistema globale presentano grandi rischi per la Cina da quando, sotto la spinta lungimirante di Washington, il mondo occidentale, l’India, il Giappone, hanno acquisito la consapevolezza dei rischi politici enormi derivanti da una dipendenza economica dalla Cina. L’unico modo per tenere elevato il motore della crescita è dare più peso alla circolazione interna dell’economia cinese.

Il secondo concetto chiave promosso dai dignitari del Partito Comunista è quello di “autosufficienza”. Di fronte all’offensiva diplomatica di Paesi strategici come gli USA, l’India, il Giappone, la Francia, la Germania, che, per dare accesso alle tecnologie chiave strategiche di altissimo livello di cui la Cina ha necessità,  puntano sempre più i piedi affinché Pechino si adegui al rispetto dei criteri di reciprocità dei trattati internazionali in materia di investimenti stranieri, energie rinnovabili, cambiamenti climatici, sanità, rispetto dei diritti dei lavoratori, diritti umani,  Pechino con arrogante autoreferenzialità ha deciso di aumentare i suoi investimenti nei settori strategici. In buona sostanza i vertici del regime comunista si guardano bene dall’adeguare la propria normativa interna e le politiche diplomatiche ai criteri condivisi di reciprocità e multilateralismo nei trattati internazionali.

Primato delle forze armate: la risposta bellicosa e di impronta militarista del brutale global player cinese alle sfide delle relazioni internazionali non è certo quella di fare un passo indietro. Al contrario: con enfatiche parole ma soprattutto azioni, da Hong Kong a Taiwan, al Mar Cinese Meridionale, alle isole Senkaku in Giappone, a Gibuti in Africa, ogni giorno Pechino flette di più i muscoli mostrando la volontà precisa di fare ricorso alla forza armata per la risoluzione di controversie diplomatiche e giuridiche, sia sul fronte interno che su quello internazionale.


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Come confermato dai principali analisti internazionali di scienze militari, l’istituto Janes Defence di Londra, XiJinping  sa bene che ad oggi le forze armate cinesi  hanno un gap enorme nei confronti della tecnologia militare occidentale e russa: per questa ragione il piano quindicennale del Comitato del Partito Comunista dedica esplicita attenzione alla  trasformazione delle forze armate in una macchina da guerra in grado addirittura di raggiungere entro il 2027 la capacità operativa degli USA, in barba in particolare ai trattati sulla messa al bando degli armamenti nucleari e soprattutto di quelli batteriologici, radiologici e chimici che sono oggetto di negoziati in ambito internazionale in questa fase.

Infine: il rafforzamento in chiave “imperiale” del ruolo di Presidente “a vita” dell’attuale leader del Partito Comunista XiJinping attraverso l’eliminazione dei vincoli di mandato previsti nel Regolamento  dei lavori del Comitato Centrale del Partito Comunista e la estensione dei poteri illimitati alla sua carica sul modello del leader criminale Mao Zedong focalizzano l’attenzione della comunità internazionale su un modello politico giuridico che insiste sempre più nell’ignorare la piattaforma giuridica consuetudinaria dell’Occidente civile. Ma di tutto ciò nei lavori del Comitato Centrale del Partito Comunista cinese non si è affatto parlato né discusso: senza la benché minima apertura alla democrazia e ai diritti fondamentali della persona umana, mantenendo più che mai saldi il controllo autoritario e violento sui cittadini, sulla stampa, la Cina di XiJinping si avvia a realizzare il sogno di un’utopica società dal luminoso futuro socialista.

Un quesito si impone con realismo: sono al corrente di questo impietoso quadro gli ingenui, quanto grossolani analisti della diplomazia della Santa Sede che tessono le relazioni della armoniosa stagione diplomatica tra Cina e Vaticano? (Luca Della Torre)


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