Il nazionalismo islamico della Turchia e la crisi d’identità della UE

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(Luca Della Torre) La meravigliosa Basilica di Santa Sofia a Istanbul è la metafora della centralità dell’identità religiosa nella affermazione della identità politica internazionale di un Paese. Situata nel centralissimo quartiere di Sultanahmet sul Bosforo, è senza dubbio uno dei monumenti più ammirati al mondo, definita dall’Unesco un patrimonio dell’arte universale: i suoi splendidi mosaici bizantini impressionarono talmente lo stesso Sultano ottomano Fatih al punto che lo stesso decise di non distruggerli dopo la conquista della città. Fu edificata durante il regno del celebre Imperatore bizantino Giustiniano nel VI secolo, come basilica cristiana ortodossa di rito greco. Divenne il simbolo per eccellenza dell’unità religiosa e politica di Bisanzio, ed alla caduta dell’Impero bizantino, conquistato dalle truppe ottomane nel 1453 fu convertita in moschea. Con la caduta dell’Impero turco all’indomani della Prima Guerra Mondiale, il fondatore del mito nazionalista laico panturanico Mustafa Kemal Ataturk, “Padre della Patria turca”, la trasformò in un museo nel 1935. Il giornale laico Hurryet, un tempo principale portavoce del kemalismo nazionalista, ha riportato in questi giorni che il Presidente turco Recep Tayip Erdogan ha dato disposizioni affinché venga modificato lo statuto che disciplina l’uso della Basilica di Santa Sofia, allo scopo di trasformarla nuovamente in luogo di culto islamico, a fianco della Moschea Blu. La storia tormentata e controversa della Basilica di Santa Sofia può assurgere ad emblema della centralità del fattore religioso nel ritorno prepotente degli Stati-nazione sul panorama politico internazionale dopo la crisi della pandemia da Covid-19.

Questa pandemia, nella sua drammaticità, ha smascherato provvidenzialmente i falsi distopici miti umanitari della globalizzazione. Tutti i Paesi che guidano la globalizzazione, USA, Cina, Russia, la stessa Ue, si sono scoperti improvvisamente Stati-nazione, nel senso che solo gli Stati-nazione sono stati in grado di dare risposte articolate alla crisi sanitaria e di fornire i necessari servizi ai propri cittadini, non certo le fragili quanto inconcludenti organizzazioni politiche internazionali, dall’ONU all’Unione europea.

Ebbene, la Turchia è un esempio magistrale di come il fattore religioso e quello nazionale siano la base del formidabile collante che permetta ad uno Stato di proiettarsi come global player nelle relazioni internazionali, assumendo la leadership di potenza macroregionale nel Mediterraneo in netta contrapposizione alle tremebonde strategie della fallimentare ideologia occidentale postilluminista che ispira la sempre più fragile incerta Unione europea.

La Turchia del Premier fondamentalista Erdogan sta de facto riproponendo una strategia politica ispirata all’ideologia “neottomana” nel nome del panturanesimo, l’unità politica dei popoli di lingua turca in tutta la fascia geopolitica mediorientale delle Repubbliche islamiche dell’ex Unione Sovietica, mentre nel Mediterraneo, forte della sua leadership politica militare sul mondo islamico si presenta come l’interlocutore più affidabile per gli USA, impegnati a frenare l’espansionismo politico, economico e militare della Russia in Libia ed in Siria, ma più ancora della Repubblica Popolare cinese che mira ad imbrigliare gli ingenui Paesi dell’Unione europea in una serie di accordi internazionali “capestro” nei settori strategici della comunicazione, cybersecurity, grandi infrastrutture e gestione delle materie prime.


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Prove provate ne abbiamo a dismisura: lunedì scorso in una conversazione telefonica ufficiale il Presidente turco Erdogan e il Presidente USA Donald Trump hanno concordato di “continuare una stretta collaborazione” in Libia. Dopo questa conversazione telefonica, si è aperto un nuovo capitolo tra gli Stati Uniti e la Turchia sul processo di pace in Libia, ha detto Erdogan.

Il Vicepresidente turco Otkay, intervenendo ad una conferenza organizzata dall’Atlantic Council, ha detto che Stati Uniti e Turchia hanno “opportunità concrete per capirsi meglio l’un l’altro in mezzo alla crisi prodotta dal Coronavirus che ha accelerato il confronto politico militare tra Washington e il regime totalitario comunista cinese di Xi Jinping”.

L’amministrazione conservatrice di Donald Trump, ispirata al credo del primato del bene nazionale – sintetizzato nel celebre motto “America first” – ha riconosciuto ciò che oramai i principali analisti e studiosi di diritto e relazioni internazionali danno per scontato: il ritorno del primato degli accordi bilaterali tra Stati-nazione, ed il tramonto del pericoloso multilateralismo che ha de facto permesso i disastri politici, economici e culturali della globalizzazione.


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La reciprocità con il governo turco è la cartina di tornasole di tale scelta: di fronte alla palese incapacità della Ue di affermarsi come portatrice di un pensiero politico “forte”, di incarnare il ruolo ideologico politico di erede della grande tradizione occidentale fusa nel crogiolo del pensiero giudaico-cristiano, romanico e germanico, la Turchia si qualifica come un autorevole interlocutore pragmatico degli Stati Uniti per frenare la muscolare aggressiva diplomazia politico-militare cinese e russa.

Nel corso della drammatica Pandemia Covid-19 i turchi hanno svolto un ruolo centrale nell’emergenza, hanno inviato materiale sanitario in parecchi Paesi sotto insegne Nato, hanno promosso accordi diplomatici pragmatici di cooperazione con Israele, facilitati dagli Usa, hanno soprattutto avuto la determinazione politica di essere l’unico Paese ad impegnarsi militarmente in Libia, ottenendo la vittoria strategica della riconquista della Tripolitania da parte del governo Al Sarraj, internazionalmente riconosciuto dall’ONU, in lotta contro le milizie terroristiche islamiche di Khalifa Aftar, finanziato dai governi fondamentalisti arabi degli Emirati del Golfo.

L’ambasciatore americano in Libia, Richard Norland al riguardo è stato chiaro: l’intervento turco in Libia è stata una legittima risposta alla presenza alle spalle di Khalifa Haftar del Wagner Group, una società privata militare di mercenari, contractor che operano spesso per conto del Cremlino in Siria, Ucraina, Sudan.


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Di fronte al preoccupante crescendo della politica di potenza del vicino turco – forte della propria identità nazionale che ne garantisce solidità di consenso sul fronte della politica interna, e della propria identità religiosa islamica che la accredita come interlocutore autorevole dei Paesi arabi in politica estera – risuona il silenzio assordante della Ue: una istituzione politica economica orfana che ha perso la memoria delle proprie origini, che balbetta invocando miracolose quanto puerili risoluzioni internazionali di contese, conflitti, violazioni dei diritti umani.

Sappiamo bene che purtroppo l’ideologia “occidentale” europea è in crisi: orfana delle sue radici classiche e medievali di pensiero politico culturale più nobili e strutturate, sedotta dalla rovinosa autoreferenzialità del delirio universalista libertario illuminista, priva di risposte ponderate alle sfide dell’ epoca post-tecnologica.

Nel Vecchio Continente non vi sono precise ideologie politico culturali alternative, anzi, in una sorta di cupio dissolvi osserviamo la sinistra liberal e radicale aggrapparsi alle utopie di residui ideologici sconnessi, tra cui il criminale comunismo in versione neo-capitalista cinese, piuttosto che frammentazioni ideologiche individualiste nichiliste.

Manca insomma il fattore identitario, il fattore unificante, che dia coesione di azione ad un mondo europeo sotto attacco internazionale economico, politico, persino militare, ma prima di ogni altro culturale: il caso della Turchia, vicino scomodo della Ue, membro della NATO, è esemplare. Mancando il fattore unificante, politico, religioso, culturale le risposte saranno inevitabilmente sconnesse e balbettanti. Tornare ai “novissimi” anche in politica internazionale è una regola che solo la Ue pare ignorare. 

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