Il mito “Cindia”

(di Carlo Manetti) Da alcuni anni, si parla con una certa insistenza di Cindia, un’alleanza sempre più stretta tra Cina ed India in chiave anti-americana; in Italia, è stato il cavallo di battaglia della rivista di geopolitica “Limes”, diretta da Lucio Caracciolo, il crogiolo intellettuale di una rilettura in chiave geostrategica del pensiero liberal europeo. Non per nulla uno dei suoi autori di punta per l’Asia orientale, Federico Rampini, ha pubblicato nel 2006 per Mondadori L’impero Cindia, un saggio in cui si prevede che il presunto asse Pechino-Nuova Delhi finirà per attrarre tutti gli Stati dell’Est asiatico, Russia compresa, in una grande area geostrategica, contrapposta all’egemonia Usa.

Sul piano economico, si constata che le economie di Cina ed India sono complementari. I cinesi, semplificando molto l’analisi, eccellono nel manifatturiero. L’economia cinese ha accolto industrie straniere a caccia di manodopera a basso costo, favorendone l’insediamento produttivo; si pensi a cosa sono state le “zone speciali”, vale a dire quelle aree, principalmente situate sulle coste orientali del Paese, dove il sistema comunista è sospeso, a favore di un capitalismo ultra-liberista, finalizzato ad attrarre investimenti stranieri e, conseguentemente, a far crescere l’economia dell’area e, quindi, di tutto il Paese, che ne risultava rifinanziato.

A mano a mano che queste aree si sono sviluppate, agli investitori stranieri si sono affiancati gruppi cinesi, che si sono rafforzati, fino a costituire delle multinazionali controllate da Pechino, sia tramite la proprietà statale, sia tramite veri e propri capitalisti cinesi, che godono, però, del beneplacito del Governo, di cui sono, di fatto, espressione e strumento politico. Oggi tali imprese già delocalizzano alcune produzioni in Paesi esteri, sia per il minore costo della loro manodopera, sia come strumento della politica egemonica nazionale nell’area.

Lo sviluppo indiano, invece, è basato sull’accoglimento di grandi industrie straniere, anche di carattere manifatturiero, ma non ha visto concentrarsi la crescita delle imprese locali, sia pure con notevoli eccezioni (si pensi, ad esempio, al costruttore automobilistico Tata), in quel settore, quanto nel terziario, sia di base che avanzato. La diffusione a livello popolare della lingua inglese ha favorito una sorta di “internazionalizzazione sedentaria” di una larga fascia del lavoro indiano, il cui esempio più noto è l’installazione nella patria del Buddha dei call center di moltissime aziende statunitensi e, persino, degli elenchi telefonici di molte città USA. Tutto questo sviluppo pare l’applicazione all’economia della cultura spiritualista indù, che ha permesso al Paese di svilupparsi anche in settori particolarmente avanzati, quali, ad esempio, l’informatica, nel cui ambito l’India fornisce i migliori ingegneri a livello planetario.

Da queste differenze di sviluppo, produttive, in misura sempre maggiore, di due economie non sovrapponibili, ma complementari, i sostenitori di Cindia traggono la conclusione che i due giganti asiatici siano destinati ad una collaborazione, economicamente utile per entrambi. Essi, inoltre, vengono rafforzati, in questa loro convinzione dalla considerazione che una tale alleanza sarebbe in grado, nel corso di non molti anni, di contrapporsi all’egemonia planetaria statunitense. A nostro parere, invece, la suddetta unificazione non solo non è destinata a realizzarsi, ma Cina ed India continueranno a fronteggiarsi reciprocamente ed a guardare alle loro possibili alleanze unicamente nella chiave di lettura della loro reciproca rivalità, poiché le filosofie di vita dei sue popoli sono antitetiche ed inconciliabili. Sta all’Occidente e agli USA, in particolare, comprendere che Nuova Delhi rappresenta, insieme alla Russia, il più importante strumento che la Provvidenza ha messo nelle loro mani per fermare l’alleanza geostrategica tra Pechino e l’Islam sunnita. (Carlo Manetti)

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