La nomina a ministro della Cultura del giornalista neopagano e “arcobaleno” Alessandro Giuli è una clamorosa cantonata, forse la prima, del governo di Giorgia Meloni.
Corrispondenza Romana, il 25 settembre, ha lanciato l’allarme con un intervento del prof. Roberto de Mattei su La religione civile del ministro Alessandro Giuli (https://www.corrispondenzaromana.it/la-religione-civile-del-ministro-alessandro-giuli/). L’articolo documentava le simpatie intellettuali del neo-ministro non solo verso Antonio Gramsci, al quale Giuli ha dedicato il suo ultimo libro Gramsci è vivo (Rizzoli, Milano 2024), ma anche verso figure sulfuree dell’occultismo neo-pagano quali l’islamologo Leone Caetani e l’egittologo Boris de Rachewiltz, entrambi dediti alla teurgia e alla evocazione di spiriti e visceralmente anti-cattolici.
Le polemiche sono aumentate quando il neo-ministro della Cultura ha chiamato a collaborare con sé Francesco Spano e poi, il 14 ottobre, lo ha nominato Capo di Gabinetto. Spano, che era segretario generale del Maxxi, il museo delle Arti del XXI secolo presieduto da Giuli prima di essere nominato ministro, è un politico di sinistra, finito nel 2017 in uno scandalo a sfondo gay. La storia è questa: Spano era da poco diventato direttore dell’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni razziali), un organismo che all’epoca faceva capo all’allora sottosegretario Maria Elena Boschi. Un’inchiesta giornalistica delle Iene rivelò che, mentre dirigeva l’UNAR, Spano concesse un finanziamento pubblico di 55mila euro all’ANDDOS (Associazione Nazionale contro le Discriminazioni Da Orientamento Sessuale), oggi ARCO (Associazione Ricreativa Circoli Omosessuali), l’associazione nazionale che riunisce i circoli gay. Dove stava il problema? Francesco Borgonovo lo ha così riassunto su “La Verità” del 13 ottobre: «In due particolari: per prima cosa, Spano era iscritto Anddos; lo negò più volte, ma la tessera con il suo nome dissolse ogni dubbio. Poi la parte più scabrosa, Le Iene mostrarono che in circoli associati a Anddos si svolgevano serate a base di sesso, anche a pagamento».
Giorgia Meloni presentò allora un’interrogazione urgente al governo per chiedere la chiusura immediata dell’UNAR e le dimissioni del suo direttore Spano. La stessa Meloni così si espresse su Facebook: «Chiediamo che l’UNAR, il sedicente Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali della Presidenza del Consiglio dei ministri, venga chiuso oggi stesso. L’Italia non ha alcun bisogno di un “ufficio” che con una mano finanzia un’associazione gay nei cui circoli si consumerebbero rapporti sessuali a pagamento e con l’altra scrive lettere ai parlamentari per censurare il loro pensiero. Non un euro in più delle tasse degli italiani deve essere buttato per pagare lo stipendio a dei signori, come il direttore dell’UNAR Spano, che in evidente conflitto d’interessi assegnano decine di migliaia di euro di soldi pubblici ad associazioni di cui sono soci. Fratelli d’Italia presenterà oggi stesso un’interrogazione urgente al Governo per chiedere la chiusura immediata dell’UNAR e le dimissioni del suo direttore Spano» (https://www.gay.it/polemiche-unar-servizio-iene).
Spano rassegnò le dimissioni, ma a sette anni di distanza, grazie a Giuli, rientra nella compagine governativa di Giorgia Meloni con un ruolo ben più importante del precedente.
Una petizione popolare lanciata dalla associazione Pro Vita e Famiglia ha raccolto immediatamente molte migliaia di firme, che attestano l’esistenza di una protesta popolare contro una nomina che contraddice i princìpi politici del governo. Pro Vita definisce la nomina di Spano «un’indecenza politica che tradisce il patto di coerenza tra la maggioranza di Governo e gli elettori che non hanno votato Fratelli d’Italia per veder tornare in un ruolo chiave un funzionario di area PD travolto dallo scandalo dei finanziamenti alle associazioni LGBT quando era direttore dell’Unar» (https://www.provitaefamiglia.it/blog/giuli-la-nomina-di-spano-a-capo-gabinetto-tradisce-patto-elettorale-delusi-da-incoerenza-governo-meloni
Andrea Zambrano in un articolo su “La Nuova Bussola” del 15 ottobre ha ricordato che Spano ottenne il primo incarico politico nel 2006 quando, da esponente della Margherita, venne chiamato come esperto di integrazione religiosa dall’allora ministro delle politiche giovanili Giovanna Melandri, la sua futura “madrina”, che dopo molte collaborazioni lo porterà con sé al Maxxi quando ne divenne presidente. Spano appoggiò Veltroni nel 2007 e fu tra i fondatori del Partito Democratico. Ora, conclude Zambrano, «Alessandro Giuli, il quale conosce Spano, dopo aver garantito sulle sue capacità tecniche («prendo le persone brave e leali che hanno lavorato con me», dice), lo porta con sé al ministero a dirigere la complessa macchina amministrativa del ministero che il Pd non vedeva l’ora di riconquistare. Intanto riuscendo a piazzarvi in un ruolo di vertice uno dei suoi fondatori» (https://lanuovabq.it/it/giuli-bluffa-ma-quale-tecnico-spano-e-un-fondatore-del-pd)
Lo stesso Zambrano, aveva scritto su “La Nuova Bussola” del 10 ottobre: «E’ una maggioranza, quella di Centrodestra, alla quale evidentemente sta bene questo spoil system al contrario e che nella vicenda Giuli riflette la sua oggettiva incapacità di essere controcultura di un pensiero oggi dominante al quale va al traino scimmiottandone i paradigmi. E per questo uno come Spano va più che bene: viene dal mondo cattolico, di sinistra ed è pure vicino alla causa gay, espressione di quella lobby Lgbt che sa bene come infilare i suoi uomini nei posti che contano anche quando a comandare dovrebbero essere gli altri. Non avrà avuto 30 e lode l’altro giorno a 48 anni suonatisostenendo l’ultimo esame per la tanto agognata laurea, però il neo ministro ha studiato bene la parte del cavallo di Troia» (https://lanuovabq.it/it/giuli-la-nomina-di-mister-lgbt-e-il-complesso-del-parvenu).
Il problema, come è chiaro, non è Spano, ma Giuli, che si sta rivelando un ministro della Cultura dall’oscuro programma, come è emerso dal suo astruso discorso di insediamento, alle commissioni Cultura di Camera e Senato. «La quarta rivoluzione epocale della storia delineante un’ontologia intonata alla rivoluzione permanente dell’infosfera globale» evocata da Giuli per ora si traduce in tre grandi mostre da lui annunciate: una sullo scrittore omosessuale marxista Pier Paolo Pasolini; una sullo scrittore giapponese suicida Yukio Mishima (suicida e anch’egli omosessuale) e una sul massimo teorico del comunismo italiano Antonio Gramsci, ormai di moda tanto a destra quanto a sinistra.
Di fronte alle numerose critiche che ha ricevuto nelle ultime settimane, Giuli scrolla le spalle con sufficienza, dicendo di non esser interessato «al confronto con chi ha pregiudizi fondati su fanatismi religiosi» (“La Verità”, 13 ottobre 2024). Il neo-ministro della Cultura vede il suo nemico in chi difende una concezione cattolica del mondo, integra e senza compromessi.