Il messaggio di santa Margherita da Cortona

(di Cristina Siccardi) Non finiremo mai di stupirci di fronte alle vite dei santi, capolavori di anime che hanno creduto e umilmente hanno scelto Dio soltanto da amare e da servire, e capolavori di Dio in terra che entra in quelle anime con la sua grazia santificante. Di fronte a santa Margherita da Cortona, che la Chiesa ricorda il 22 febbraio, ci si rende conto dell’autentica misericordia divina e della libertà acquisita da chi intraprende il cammino della conversione.

Questa Maria Maddalena del XIII secolo, rappresentata nella splendida prima biografia del francescano fra’ Giunta Bevegnati, che fu suo padre spirituale, si staglia nel panorama di quel vasto movimento penitenziale che, sotto la guida degli ordini mendicanti, si realizzò nella società dei grandi e medi agglomerati urbani dell’Italia centro-settentrionale.

Nata a Laviano, nei pressi del lago Trasimeno, intorno al 1247, Margherita rimase orfana di madre a 8 anni e crebbe sotto le angherie di una matrigna. Divenuta una bellissima ragazza, cedette alle proposte di un giovane nobile di Montepulciano e in questa città convisse con lui «riverita da nobili e da popolani della città e della campagna […], ostentando la ricchezza del suo uomo», come si legge nella Legenda di Bevegnati. Nei nove anni di concubinaggio, nacque un figlio.

Un giorno l’amante, per risolvere una questione con dei proprietari vicini, uscì di casa portando con sé il proprio levriero. Trascorsero due giorni e il cane fece ritorno richiamando l’attenzione di Margherita, la quale lo seguì fino al bosco di Petrignano. Sotto una quercia, il cane si fermò latrando: Margherita scostò dei rami strappati e accumulati in disordine e vide il cadavere del marchese, pugnalato orribilmente e già in putrefazione.

La giovane, allora, pensò immediatamente al tribunale divino, dove la giustizia pareggia i conti. Fu proprio in quell’istante che decise di cambiare vita.

Consegna alla famiglia del marchese tutto quanto aveva ricevuto da lui, prende suo figlio di sette anni, che si farà monaco tra i francescani, e s’incammina per fare ritorno alla casa paterna di Laviano, ma la matrigna non le permette di entrare. Ascolta una voce interiore e prende la strada per Cortona per mettersi sotto la direzione dei Frati minori.

Giunta nella città, trova ospitalità presso la contessa Moscari e sua nuora, che le offrono come abitazione una stanza, che diviene la sua prima cella di penitenza. Cerca un lavoro per mantenere sé e il figlio e lo trova prestando assistenza alle partorienti e alle puerpere, intanto viene a contatto con i Francescani, presenti in città fin dagli inizi del Duecento e sotto la loro influenza matura una radicale conversione, fino ad arrivare alla confessione pubblica dei propri peccati e ad assumere la forma di vita della penitente.

Dopo alcuni anni, intorno al 1275, i Frati la accolgono formalmente fra i penitenti loro legati e ne indossa l’abito, alla presenza di fra Rainaldo da Castiglione, superiore della custodia di Arezzo. Non è esatto definirla già in questa fase terziaria francescana, perché dal punto di vista del diritto canonico si può parlare di Terz’Ordine di San Francesco solo a partire dal 1289, quando il francescano papa Niccolò IV emanerà la bolla Supra montem: il movimento secolare della Penitenza diventerà, quindi, Terz’ordine francescano.

Oggi si parla continuamente di dignità della persona nella sua accezione materiale: dignità fisica, etnica, di lavoro, di studio… mai si sente parlare di dignità spirituale, quella che dà il senso pieno della dimensione dell’esistenza umana. Margherita che rincorre proprio la dignità spirituale, si trasferisce in un’altra piccola cella, presso la chiesa di San Francesco e la guida spirituale viene assunta prima da fra Giovanni da Castiglion Fiorentino e, quando questi sarà trasferito ad Arezzo, da fra’ Giunta di Bevignate.

Si prende cura dei malati e dei poveri con una dedizione caritativa straordinaria: il suo non è volontariato, ma atto volontario di amore verso Dio, per il quale è disposta a mille fatiche quotidiane. Da un benefattore, che molti storici hanno identificato in un membro della famiglia dei Casali, ottiene l’uso di un locale dove ospitarli e dove curarli. Stiamo parlando dell’embrione di due istituzioni cattoliche: la prima si trasformerà in una realtà religiosa femminile che prenderà il nome di «Le poverelle», la seconda nell’Ospedale della Misericordia di Cortona.

La sua vita attiva non le impedisce di contemplare e di pregare. Cristo in persona diventa il Direttore spirituale della sua anima, più ancora che i frati del convento dei minori, nella cui chiesa Margherita trascorreva molto tempo. La mistica Margherita prende a desiderare sempre più il silenzio e la solitudine per stare maggiormente al cospetto del Signore. Tuttavia ci sono i malati, i poveri, i devoti che intorno a lei cercano ormai rifugio.

Cristo, allora, accondiscende alla sua aspirazione e l’autorizza ad abbandonare l’animato contesto della vita cittadina per trasferissi ai piedi della rocca, adiacente alle rovine della chiesa di San Basilio. Dietro la richiesta di Margherita, il Comune di Cortona si impegnerà a ricostruire il modesto edificio, segno dell’autorevolezza ormai acquisita dalla santa sulla popolazione.

Assalita da tentazioni demoniache, affina la sua anima con digiuni e penitenze ed entra in più perfetta comunione con Cristo. Ricchissima la sua vita spirituale: le continue preghiere, le intense meditazioni sulla Passione di Cristo sono compensate da numerose visioni, in cui le viene più volte assicurata la salvezza eterna e la certezza di essere stata «eletta» da Cristo a sua sposa. Riceve con frequenza la visita del suo Angelo Custode, ma è Gesù Cristo che le parla e la modella secondo i desideri divini. Gli abbondanti doni soprannaturali che riceve s’irradiano a favore di quanti la circondano per chiederle aiuto, conforto, consiglio e grazie divine.

La nuova residenza rompe il legame che l’aveva unita ai frati minori; nel 1290, quando, dopo l’emanazione della Supra montem, avrebbe potuto rafforzare il proprio rapporto di dipendenza spirituale dai figli di san Francesco, ormai gli unici autorizzati dalla Santa Sede ad esercitare il ruolo di visitatori nei confronti dei penitenti, Margherita si sottrasse dalla loro cura e negli ultimi anni di vita suo confessore diviene un secolare, ser Badia Venturi, rettore della restaurata chiesa di San Basilio e sarà ser Badia a trasmettere a fra’ Giunta i particolari relativi agli ultimi tempi dell’assistita, che si spense all’alba del 22 febbraio 1297.

Lascia scritto François Mauriac: «Anche Margherita vedeva il Re di gloria. E il Re di gloria la guardava di quello sguardo con cui solo le anime contemplative sono covate e che noi, semplici fedeli, non conosceremo mai […] Per Margherita l’agonia è un’estasi che si prolunga, la morte un’estasi che si compie […] il Figlio dell’uomo, che ella aveva assistito nella sua Passione durante una penitenza di tanti anni, doveva essere ugualmente  là per aiutarla nel passaggio; ed ella contemplava un’ultima volta sulla terra questa Faccia non più coperta di sputi, ma trionfante, radiosa come apparve al primo martire Stefano: “Ecco che vedo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo assiso alla destra di Dio”» (Sainte Margherite de Cortone, Paris, 1945, pp. 187-189).

Tuttavia lo scrittore, dopo un felice approccio si fa prendere da quello scetticismo e da quel verme dubitativo della filosofia novecentesca e termina la sua riflessione con spirito d’angoscia nichilista: «Ma che cosa sappiamo noi dei santi? […] Forse Margherita è venuta meno davanti a questa ultima prova ed ha chiuso gli occhi per non vedere il vuoto infinito».

A questo approccio soggettivo, pernicioso, corruttivo e perdente noi rispondiamo con l’approccio caratteristico dei santi: amando Dio, essi possono intercedere presso Dio, meritando i miracoli e così fece e fa santa Margherita. A Cortona, dove è patrona, lo sanno bene ancora adesso. Operava molti miracoli, già in vita, e alle persone che andavano a ringraziarla come autrice dei prodigi, lei diceva: «È attribuibile solamente a Dio un miracolo cui i miei peccati e la mia ingratitudine potrebbero solo apporre ostacoli» (L. de Chérance, Santa Margarida de Cortona, Salvador, S. Francisco, 1928, p. 81.)

La figura sarà a più riprese, nel corso dei secoli, oggetto di attenzione di pittori e di scrittori. Il suo cenotafio, nella basilica di Santa Margherita a Cortona, è un superbo lavoro di scultura gotica di Agnolo e Francesco di Pietro. Inoltre nello scorso secolo, il cortonese Gino Severini le ha dedicato una grande immagine in mosaico, quale ex voto della città, sfuggita alle devastazioni della seconda guerra mondiale.

Mentre nei primi anni del XX secolo il danese scrittore e poeta Johannes Jørgensen, protestante convertito al cattolicesimo, le ha dedicato delle toccanti pagine, collocandola in un trittico femminile dall’impronta francescana, insieme ad Angela da Foligno e a Camilla Battista da Varano.

Onorata come beata sin dalla morte, papa Innocenzo X ne approvò il culto il 17 marzo 1653 e il 16 maggio 1728, nelle parole pronunciate nella Santa Messa in cui promulgò il decreto di canonizzazione della Santa, Benedetto XIII la definì Nova Magdalena: «La stessa caduta e gli stessi disordini; uguali i prodigi della grazia che attrae l’una e l’altra ai piedi del Salvatore, le stesse lacrime d’amore e la stessa sentenza di perdono».Margherita, tertia lux dell’Ordine francescano, dopo san Francesco e santa Chiara, possa oggi illuminare tante donne, monache o meno che siano. (Cristina Siccardi)

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