Il “manuale di stradaˮ scritto da una “Chiesa in sfaceloˮ

(di Mauro Faverzani) È stato presentato da taluni come un progetto del Catechismo dei Giovani della Chiesa Cattolica, da altri come una sintesi della Dottrina Sociale della Chiesa. In ambedue i casi, richiamandosi a ciò che già c’è, rischia di sembrare sin dall’inizio una sorta di “sovrastruttura”.

Esiste già, infatti, un Catechismo, che espone in modo comprensibile e chiaro la «fede della Chiesa e della Dottrina cattolica» secondo «la Sacra Scrittura, la Tradizione apostolica ed il Magistero della Chiesa», come confermato in merito dalla Costituzione Apostolica Fidei Depositum scritta da papa Giovanni Paolo II. Esiste già anche un Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, che espone «in maniera sintetica, ma esauriente, l’insegnamento sociale della Chiesa», come ha dichiarato nella Presentazione del testo il card. Renato Raffaele Martino, all’epoca (si era nel 2004) presidente in carica (oggi emerito) del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace. Lì c’è tutto e chiunque può attingervi. Cercare altro rischierebbe di ripetere quanto qui scritto.

Eppure a qualcuno questo non basta. E così ecco inventare, con tanto di relativa app Docat, da poco uscito, presentato da papa Francesco come «un manuale di strada, la Parola di Cristo, della Chiesa e di tanta gente», mettendo insieme ambiti evidentemente legati, eppure per natura molto diversi tra loro. Alquanto discutibile la modalità con cui si è giunti alla sua stesura, affidata ad un gruppo di lavoro totalmente e solo espressione della Chiesa tedesca, peraltro in un momento storico che non la vede particolarmente in forma: più che una “Chiesa in uscitaˮ, sembra essere una “Chiesa in sfaceloˮ.

Forse altri avrebbero dunque potuto fare più e meglio in questa circostanza. Docat dovrebbe costituire la sintesi tra Catechismo e Compendio della Dottrina Sociale. Invece è qualcosa di diverso da un semplice riassunto. Introduce elementi di “novità”, che con le fonti non hanno nulla a che vedere. E che anzi rischiano di portare fuori strada. La «voce plurale» che dovrebbe parlare ai giovani, come è stata definita, richiama da vicino quella «gauche plurielle» di fine millennio inutilmente cavalcata in Italia dai vari Bertinotti, Cofferati e Napolitano. Una deriva, confermata dai contenuti.

Tra gli autori figura il giovanissimo prof. Markus Krienke, 38 anni, docente presso la Facoltà di Teologia di Lugano, presso la Pontificia Università Lateranense di Roma e presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale di Milano: è stato lui a sferrare sulla rivista Lateranum un virulento attacco al volume del teologo Padre Serafino Lanzetta, Il Vaticano II, un Concilio pastorale, volume “reo”, a suo dire, di “lesa maestà” nei confronti del Concilio Vaticano II. Non si sa se ciò possa esser stato valutato come criterio per l’ammissione nella redazione di Docat.

Di certo, però, quel che il prof. Krienke scrive appare sconvolgente: per capire se il linguaggio del nuovo «manuale di strada» sia o meno efficace, si è deciso di sottoporlo all’esame di una trentina di giovani. Ancor più appare singolare il tutto quando, in realtà, si noti come dal livello terminologico siano finiti – esperti e non – per correggere quello contenutistico. I giovani avrebbero “bocciato” qualsiasi riferimento «troppo dogmatico». È pericoloso e fuorviante che una tale obiezione sia stata accolta. Perché il dogma non è il babau, non è arbitrario, né discrezionale: semplicemente «propone verità contenute nella rivelazione divina», come specifica il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 88. Ed è ovvio, quindi, come da questo non si possa prescindere, né lo si possa glissare o “aggiustare”, indipendentemente dal gusto e dal gradimento dei giovani censori.

Quando, pertanto, il prof. Krienke afferma non essere «mai autenticamente cristiana un’organizzazione, in cui fazioni e dogmi distruggano la creatività dell’individuo», mal pone la questione. Innanzi tutto, perché un dogma, proponendo per l’appunto «verità contenute nella rivelazione divina», contro le quali è per natura impossibile andare, non distrugge la creatività di nessuno. E poi perché, guarda caso, rischia di far finire nel calderone degli enti “da rottamare” anche la Chiesa o almeno una certa sensibilità ecclesiale, magari sgradita a chi sposi l’utopia di un cristianesimo “rivoluzionario”.

E non a caso il prof. Krienke afferma di riconoscersi nella frase di papa Francesco, secondo cui «un cristiano, che in questi tempi non sia un rivoluzionario, non è un cristiano». «Il Papa ha chiesto ai giovani di fare chiasso, cioè di svegliare il mondo», ha commentato il card. Louis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila e presidente di Caritas Internationalis, presentando Docat in occasione della scorsa Giornata Mondiale della Gioventù. Occorre fare attenzione, però: perché se questo chiasso non funge da richiamo a Dio, finisce per produrre solo rumori molesti. Esattamente ciò di cui la Chiesa, oggi, non ha bisogno. (Mauro Faverzani)

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