Il «Manifesto della razza» del 1938 e i cattolici

di Giovanni Sale S.I.

Negli ultimi anni del suo pontificato Pio XI condusse una forte battaglia contro la politica eugenetica e razziale dell’Asse nazifascista. Papa Ratti giudicò il Manifesto della razza del 1938 contrario alla dottrina cristiana, al diritto naturale e ad ogni elementare senso di umanità.

Da «La Civiltà Cattolica», quaderno 3793, 5 luglio 2008

Il primo provvedimento in materia razziale in Italia fu promulgato dal Governo Mussolini nell’aprile del 1937: esso vietava, comminando pesanti pene detentive, ai cittadini italiani di tenere «relazione d’indole coniugale con persona suddita dell’Africa Orientale italiana». Tale legislazione, che costituì il primo passo di un processo teso a discriminare i cittadini e le persone in base alla loro appartenenza razziale, aveva lo scopo di vietare il concubinato tra bianchi e persone di colore nei Paesi colonizzati, in modo da evitare che in quelle terre si sviluppasse una razza meticcia, considerata pericolosa per la purezza di quella italica. Tale tipo di convivenze coloniali (in particolare il cosiddetto «madamato»), molte delle quali col tempo si sarebbero trasformate in unioni coniugali, avrebbero finito, si diceva, per imbastardire la razza dei dominatori latini. A differenza della Francia e dell’Inghilterra che su tale materia privilegiarono la politica dell’«assimilazione», l’Italia fascista scelse quella della separazione netta, vietando ogni forma di unione e di fraternizzazione tra italiani e indigeni.

Il modello assimilazionista, adottato dalle «deprecate» democrazie occidentali, era considerato dai fascisti italiani e dai nazisti tedeschi l’anticamera della corruzione e della degradazione della razza bianca e, quindi, della sua inesorabile decadenza. Il Governo fece di tutto, a livello sia legislativo sia propagandistico, per scoraggiare e arginare tale fenomeno. Esso chiese all’autorità religiosa, e in particolare ai missionari presenti nelle colonie italiane, di collaborare con le autorità coloniali per dissuadere i cattolici dal contrarre «matrimoni misti» e di combattere insieme la «piaga sociale del madamato». In realtà, in quegli anni anche il mondo cattolico, incluso quello ecclesiastico, basandosi su princìpi pseudoscientifici, ritenevano come acquisiti alcuni dati concernenti l’eugenetica, che invece erano soltanto il risultato di scelte di natura ideologica (per lo più filo-razziste), non fondati su riscontri oggettivi. In ogni caso la Chiesa vedeva nei nuovi provvedimenti che vietavano il concubinato efficaci strumenti repressivi adatti a limitare comportamenti disordinati e a volte scandalosi dal punto di vista morale adottati dai nuovi conquistatori, i quali del resto si professavano cattolici. In una Nota del 1° agosto 1938 indirizzata dal Nunzio Apostolico in Italia, mons. F. Borgongini Duca, al Capo del Governo a tale proposito si diceva: «La Santa Sede si compiace col Governo Italiano per aver colpito il concubinato fra gli italiani e gli indigeni di colore. Quanto a fiancheggiare l’azione moralizzatrice del Governo, come si domanda dalle Autorità Coloniali, la Chiesa non si rifiuta di prestare largamente, per mezzo dei suoi missionari, l’invocata opera di persuasione ad impedire tali ibride unioni, per i saggi motivi igienico sociali intesi dallo Stato, ma soprattutto per le ragioni di indole morale e religiosa, che hanno la maggiore efficacia nelle anime» (1).

Il «Manifesto della razza» e la posizione della Santa Sede

Il 15 luglio 1938 il Giornale d’Italia pubblicava, col significativo titolo «Il fascismo e i problemi della razza», i risultati di uno studio condotto da un gruppo anonimo di studiosi fascisti, docenti nelle università italiane, il quale fissava <1) Le razze umane esistono; 2) Esistono grandi razze e piccole razze; 3) Il concetto di razza è concetto puramente biologico; 4) La popolazione dell’Italia attuale è di origine ariana e la sua civiltà è ariana; 5) È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici; 6) Esiste ormai una pura razza italiana; 7) È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti; 8) È necessario far una netta distinzione fra i mediterranei dell’Europa occidentale, da una parte; gli orientali e gli africani, dall’altra; 9) Gli ebrei non appartengono alla razza italiana; 10) I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in alcun modo. In un primo momento tale Manifesto fu commentato dalla stampa di regime in modo da non creare allarmismi nella piccola, ma influente, comunità ebraica italiana, come anche negli ambienti della borghesia cosmopolita e nel mondo cattolico. Il Messaggero del 15 luglio, mettendo in evidenza l’obiettiva scientificità del punti indicati nel manifesto, precisava: «Esula dalla concezione fascista della razza qualsiasi intenzione polemica di natura filosofica o religiosa allo stesso modo che esula da essa il vecchio mito tanto discusso nell’Ottocento delle razze superiori o inferiori. Essa si limita ad affermare che esistono razze umane “differenti”, con caratteri propri fino a costituire un tipo a sé, inconfondibile». L’intento principale di tale studio, secondo la propaganda del regime, era in ogni caso di sensibilizzare gli italiani al problema della cura e della purezza della razza, come, si diceva, veniva fatto anche in altri Paesi civili.

Si è molto dibattuto in sede storica sulle cause e sulle motivazioni di ordine politico e ideologico che spinsero il regime fascista a adottare una legislazione razzista (2). In realtà, già a quel tempo, molti, anche tra i cattolici, si domandavano quale senso avesse tale nuovo indirizzo politico. «Lo scopo vero di questa politica razziale — è detto in una Nota vaticana — non lo si conosce: apparentemente sembra quello di salvaguardare la razza italiana da ogni ibridismo e contaminazione» (3). Da tale Nota risulta che Ia propaganda del fascismo e le stesse parole del Duce sulla questione razziale venivano accolte in Vaticano con un certo scetticismo. Commentando l’informativa diplomatica n. 18 del 5 agosto 1938 (la quale, a proposito della questione ebraica, fissava il principio che «discriminare non è perseguitare»), un prelato della Segreteria di Stato scrisse che essa era il frutto della penosa impressione suscitata all’estero dal Manifesto della razza: «Tale indirizzo politico non sembra giustificato dal fatti, perché un vero problema ebraico non pare esistere in Italia, dove gli ebrei sono 50.000 e sarebbe forse bastato eliminare quelli che maggiormente danno noia e impedire l’immigrazione di nuovi elementi» (4).

Circa le cause che diedero vita a tale indirizzo razzistico e xenofobo vengono generalmente indicati due ordini di motivi. Il primo, di carattere politico-propagandistico, era rivolto a vivificare il regime, dandogli nuove, o meglio più aggiornate, basi ideologiche e identitarie, fondate sul concetto di razza e sull’orgoglio di appartenenza razziale. Su tali princìpi, considerati scientifici e quindi inattaccabili, si intendevano inoltre forgiare le nuove generazioni, in particolare i giovani che facevano parte delle associazioni fasciste, in modo da dar vita una volta per tutte al «fascista integrale», sinceramente razzista e fiero di appartenere alla razza ariano-latina. Il secondo riguardava invece il nuovo orientamento assunto in ambito internazionale negli ultimi tempi dall’Italia: naufragati gli accordi con l’Inghilterra, Mussolini si adoperò con tutte le sue forze a consolidare il rapporto di amicizia con la Germania nazista, già iniziato due anni prima in occasione della guerra civile spagnola. In questa per la prima volta gli Stati totalitari europei si scontrarono, su «terreno neutro», con quelli democratici, mettendo a confronto il proprio potenziale bellico e la propria capacità di trascinare le masse. In ogni caso, in quei mesi i rapporti italo-tedeschi si erano intensificati a un punto tale che, anche sotto l’aspetto operativo, la scelta razzista e antiebraica del regime era praticamente obbligata. Eppure non c’è dubbio — scrive in proposito De Felice — che anche sull’adozione del provvedimenti razziali la visita di Hitler a Roma, che si svolse dal 3 al 9 maggio 1938, ebbe un’influenza notevole: non perché i tedeschi imponessero tale scelta all’alleato italiano, «ma perché quello era per Mussolini il momento di imboccare a bandiere spiegate la strada dell’antisemitismo di Stato» (5).

Quale fu l’atteggiamento della Santa Sede e del mondo cattolico davanti a tali dichiarazioni del regime in materia razziale? Come vedremo tra breve, almeno in un primo momento, esso non fu perfettamente unitario, come era accaduto su altre importanti questioni, come, ad esempio, quando Si trattò di difendere i movimenti di Azione Cattolica contro le interferenze del regime e la violenza squadrista. Infatti, mentre Pio XI assunse una posizione di critica aperta nei confronti della nuova politica razziale inaugurata dal regime (posizione che imbarazzò alcuni prelati vicini ai circoli governativi), gli organi centrali della Chiesa e la stampa cattolica ufficiale assunsero posizioni, per così dire, dialoganti e in ogni caso, almeno per il momento, interlocutorie.

Nei primi tempi il Manifesto della razza fu accolto dalla stampa cattolica vicina alla Santa Sede in modo non ostile: si cercò di comprendere le «ragioni» dell’autorità governativa, che sembravano fondate su dati di carattere scientifico, quindi moralmente neutri e in ogni caso verificabili, e le si interpretò più secondo i desideri, la cultura o le preferenze dell’autorità ecclesiastica che secondo lo spirito discriminatorio che sottendeva lo «studio» preparato dagli scienziati fascisti. Si disse che il «razzismo» italiano era sostanzialmente diverso da quello tedesco: questo — a differenza del primo che si riteneva basato su solidi princìpi di carattere eugenetico orientati al miglioramento della razza latina — si presentava come intrinsecamente pagano e idolatrico, poiché fondato sul culto sacrale del sangue e sulla superiorità della razza ariana su tutte le altre. Si disse che il Manifesto riguardava soltanto questioni di carattere biologico e che quindi non toccava la dimensione religiosa o morale, la quale rientrava nella competenza della sola autorità ecclesiastica. Alcuni sottolinearono la distinzione tra «razzismo» vero e proprio, condannato dal recente magistero della Chiesa (come, ad esempio, dall’enciclica Mit brennender Sorge del 1937), e «politica razziale» volta al miglioramento della razza umana. Questa poteva anche essere accettata o compresa dall’autorità ecclesiastica, ma soltanto nella misura in cui non entrasse in conflitto con la sana dottrina cattolica e non si tramutasse poi, per necessità di carattere politico, in atti concreti di persecuzione e di violenza nei confronti di una determinata razza umana considerata inferiore o «differente».

La Civiltà Cattolica, commentando il manifesto degli scienziati, scriveva: «Chi ha presenti le teorie del razzismo tedesco, rileverà subito la notevole divergenza di queste proposte da quelle del gruppo degli studiosi fascisti italiani. Questo confermerebbe che il fascismo italiano non vuole confondersi con il nazismo o razzismo tedesco intrinsecamente ed esplicitamente materialistico e anticristiano». C’era nella rivista romana del gesuiti, che alcuni anni prima aveva combattuto il «giudaismo massonico e rivoluzionario», in particolare da parte di alcuni padri la tendenza ad armonizzare i princìpi razziali fissati nel manifesto con la dottrina sociale cattolica. In un primo momento addirittura sembrava che il regime in tale materia avesse imboccato la strada di un «sano proporzionalismo discriminatorio» (ad esso si ispirava, infatti, l’informativa diplomatica n. 18 del 5 agosto 1938) tanto caro ai cattolici, poiché, in armonia con i princìpi della giustizia distributiva, «permetteva di dare a ciascuno il suo». Tale principio consisteva nell’applicare il principio proporzionale, misurato sulla consistenza numerica del gruppo razziale, circa la sua presenza nella vita economica e sociale del Paese; tale criterio era stato utilizzato, con il plauso della Civiltà Cattolica, in Ungheria nei confronti degli ebrei. Applicando tale criterio, commentava il p. Barbera, si garantisce «la difesa della nazione, contro il pericolo presente di una più numerosa invasione giudaica dalla Germania, dall’Austria e dalla Romania, e contro il liberalismo favoreggiatore del giudaismo e del suo nefasto predominio, senza persecuzioni, ma con mezzi energici ed efficaci» (6).

Sulle questioni sollevate dal Manifesto della razza intervenne anche il giornale cattolico di Friburgo La liberté, con un articolo che in realtà era stato scritto per L’Osservatore Romano, ma che per ragioni prudenziali fu fatto pubblicare altrove. «Ora — si sottolineava con tono preoccupato — se i punti fissati dal gruppo degli studiosi fascisti in Italia si differenziano dalle teorie tedesche; se questa diversità fu rilevata anche in campo cattolico in Italia, come da quello razzista in Germania, tuttavia in Germania si salutarono come un incontro sullo stesso cammino quelle dichiarazioni del ministro Starace, segretario del partito, e quelle amplificazioni dei giornali, che scendevano per la prima volta in Italia dal “concetto di razza”, comunque inteso, enunciato e applicato, alla “pratica razzistica”: cioè dalla “difesa della razza” al “razzismo”» (7). Tale articolo ê molto importante perché mette l’accento — forse seguendo i suggerimenti dello stesso Pontefice — sui rischi a cui il regime si esponeva insistendo sulla politica razziale appena intrapresa: tanto più che molti gerarchi fascisti, come, ad esempio, Alfieri, Farinacci e altri, interessati a una stretta alleanza politica con la Germania nazista, avrebbero fatto di tutto per estendere all’Italia i princìpi del razzismo tedesco.

A differenza della stampa cattolica e di buona parte della Gerarchia — interessata a non scontrarsi con Mussolini con il quale quasi dieci anni prima si era sottoscritto un Concordato e a non estendere le occasioni di conflitto con il regime, oltre quelle già esistenti sull’Azione Cattolica e in particolare sui movimenti giovanili ad essa collegati — Pio XI giudicava il Manifesto e tutte le iniziative che il Governo stava organizzando per la tutela della razza in modo piuttosto severo. Il Papa disse parole dure nel confronti della politica razziale inaugurata dal regime, mettendo in guardia dall’imitare su tale materia l’indirizzo tedesco, considerato contrario alla dottrina cristiana, al diritto naturale e ad ogni elementare senso di umanità. Il cosiddetto «nazionalismo esasperato» e ogni forma di razzismo che mettesse in discussione la dottrina dell’originaria unità (e dignità) del genere umano erano da lui considerati come eresie da condannare e da combattere con le armi della testimonianza della verità e della vigilanza cristiana.

Il giorno stesso in cui veniva pubblicato il Manifesto della razza, il Papa, ricevendo in udienza le suore del Cenacolo, le fece partecipi di ciò che in quel momento angustiava il suo cuore di Padre, vale a dire le idee che venivano dappertutto affermate e diffuse in materia di nazionalismo estremo e di razzismo: «Si tratta ormai — disse il Papa — di una vera e propria apostasia. Non è soltanto l’una o l’altra idea errata: è tutto lo spirito della dottrina che è contrario alla fede di Cristo». Una settimana dopo, il 21 luglio, ricevendo in udienza 150 assistenti ecclesiastici dei giovani dell’Azione Cattolica, ritornava sullo stesso argomento: «Cattolico — disse il Papa — vuol dire universale, non razzistico, nazionalistico, separatistico». Queste ideologie non soltanto non sono cristiane, ma finiscono «con il non essere neppure umane» (8). Per Pio XI quello del razzismo «era il tema più scottante del momento» (9). Da qualche tempo esso teneva il Papa in uno stato di agitazione e di angustia spirituale: tale tema «girava e rigirava nella sua mente» (10), è detto in una lettera del p. J. Lafarge, gesuita statunitense, il quale il 22 giugno era stato incaricato da Pio XI in persona di scrivere un’enciclica contro il razzismo (Humani generis unitas). Com’è noto, essa non vide mai la luce, ma rimase allo stato di bozza, perché lo scritto fu ritenuto dal Generale dei gesuiti e da altri suoi collaboratori non conforme alla «mente del Papa», e la malattia e la successiva morte del Papa impedirono che l’enciclica fosse corretta, completata e pubblicata. Ricordiamo che, in un breve capitolo della bozza, si condannava esplicitamente l’antisemitismo.

Un dispaccio del conte Pignatti dell’ambasciata d’Italia del 20 luglio 1938 ci informa sulla mente del Papa riguardo al manifesto sulla razza degli studiosi fascisti; in esso ê detto: «Il Papa medita le contromisure da adottare dinnanzi alla campagna anti-israelitica progettata dall’Italia e che verrà condotta in base ai principi di purezza di razza, redatti dai professori universitari italiani» (11). Da tale doento risulta che Pio XI, prima ancora che Mussolini specificasse la direzione sostanzialmente antisemita della nuova politica razziale, era praticamente certo che tale indirizzo si sarebbe tradotto in provvedimenti discriminatori molto duri nei confronti degli ebrei italiani. Questo spiega perché il Papa, una settimana dopo, nel celebre discorso agli studenti di Propaganda Fide, attaccò con forza l’indirizzo filo-tedesco adottato dal regime in materia razziale, mettendo in imbarazzo Mussolini, che reagì con forza alle dure parole del Papa, minacciando la rottura. Intanto il 25 luglio un comunicato del Partito Nazionale Fascista, per far tacere alcuni sospetti sollevati negli ambienti internazionali (e non soltanto) sull’autorità scientifica degli estensori del Manifesto, rendeva noto i nomi di coloro che lo avevano redatto e di quelli che vi avevano aderito, e dichiarava che esso era stato preparato sotto l’egida del Ministero della Cultura Popolare (12).

Pio XI e la lotta contro il razzismo

Pio XI il 28 luglio 1938, ricevendo in udienza gli studenti del collegio urbaniano di Propaganda Fide, tenne, come si è detto, un importante discorso sul tema del razzismo. «Egli — è scritto in una Nota della Segreteria di Stato — precisava alcuni punti di dottrina cattolica, confutava alcune affermazioni razziste; spiegava in che senso si poteva parlare di razze diverse e accennava alle conseguenze dolorose a cui avrebbe portato la politica razzistica, praticata su larga scala e non intesa soltanto a salvaguardare gli interessi imperiali evitando pericolosi incroci e imbastardimenti» (13), e soprattutto si interrogava «come mai l’Italia abbia avuto bisogno di imitare la Germania» in materia di razzismo. Tale frase indispettì moltissimo Mussolini, che riteneva di non dovere nulla al collega tedesco in materia di politica razziale come anche in altre questioni. Egli, inoltre, chiese al ministro degli Esteri italiano, conte G. Ciano, di convocare immediatamente il Nunzio Apostolico per esprimergli la disapprovazione del capo del Governo nei confronti del recente discorso del Papa, poiché ritenuto lesivo degli interessi politici nazionali e internazionali dell’Italia. Il giorno successivo Mussolini, in un incontro con un gruppo di segretari federali del fascismo a Forlì, rispondendo indirettamente al Papa, disse: «Sappiate, ed ognuno sappia, che anche nella questione della razza noi tireremo diritti. Dire che il fascismo ha imitato qualcuno e qualche cosa è semplicemente assurdo».

Tale scambio di battute tra il Papa e il Duce, in un momento in cui i contrasti tra regime e Gerarchia ecclesiastica sulla questione dell’Azione Cattolica si andavano acuendo, creò una certa preoccupazione tra i vescovi, interessati a mantenere «controllati» i rapporti tra le due istituzioni. Per tale motivo essi cercarono di interpretare in senso non contrario alla propaganda del regime le parole del Papa, cercando di armonizzare il punto di vista fascista sul problema della razza con quello cattolico. Emblematica, a questo riguardo, è la lettera indirizzata il 9 agosto 1938 dal vescovo di Cremona, mons. G. Cazzani, a Farinacci, a proposito del discorso del Papa del 28 luglio: «Il S. Padre — scriveva il vescovo al ras di Cremona — non parlava contro un razzismo fascista […], ma parendogli che una certa corrente di stampa fascista volesse promuovere e caldeggiare anche in Italia un razzismo alla hitleriana, ha voluto mettere l’avviso contro il pericolo di un tale razzismo, e perciò ha parlato di mutuazione dai tedeschi. Ma il S. Padre non ha condannato qualunque cura o difesa della razza […], ma ha dichiarato espressamente di riprovare quel razzismo esagerato e divisionista, che animato da un culto superbo ed egoistico della propria razza, e contrario alla legge della umana e cristiana fraternità tra i popoli» (14).

Una relazione del Nunzio Apostolico, redatta il 2 agosto, ci informa dettagliatamente sull’incontro che egli ebbe il 30 luglio con il conte Ciano; di esso si conoscevano finora soltanto le «impressioni» riportate da quest’ultimo nel suo Diario (15). «Monsignore dove andiamo? — scriveva mons. Borgongini Duca —. Il Duce questa mattina mi ha chiamato irritatissimo per le parole pronunciate dal S. Padre agli alunni di Propaganda Fide; tanto irritato, che aveva già risposto pubblicamente e così dicendo mi mostrò il Giornale d’Italia e mi lesse la brevissima replica»; poi disse che il Duce era molto contrariato per l’accenno fatto dal Papa alle Cinque giornate di Milano, poiché esso «aveva una portata politica nei confronti dell’asse Roma-Berlino». Dalla lunga relazione del Nunzio, inoltre, si ricavano alcuni elementi che ci aiutano a capire quale fosse l’indirizzo che il regime intendeva portare avanti in materia razziale e, soprattutto, cosa si chiedesse alla Chiesa e ai cattolici. Innanzitutto dalle parole del Ministro si ricava che il nuovo indirizzo altro non era, a suo modo di intendere, che la naturale prosecuzione della politica di difesa della razza, già iniziata un anno prima, da possibili imbastardimenti. Su tale materia egli sapeva di poter contare sulla comprensione della Gerarchia ecclesiastica. Subito dopo, però, il conte Ciano passò a trattare del punto più delicato concernente la questione razziale, quello cioè riguardante gli ebrei italiani, sapendo che su tale materia sarebbe stato più difficile trovare il sostegno convinto dell’autorità ecclesiastica e dei cattolici alla politica razziale governativa: a meno che questa non si indirizzasse secondo i princìpi della morale sociale cattolica: «A fianco della questione del neri — continuava il Ministro —, si dovrà trattare anche quella degli ebrei, per due ragioni: 1) perché essi sono espulsi da ogni parte, e non vogliamo che gli espulsi credano di poter venire in Italia come nella terra promessa; 2) perché è loro dottrina consacrata nel Talmud, che l’ebreo deve mischiarsi con le altre razze come l’olio con l’acqua, ossia rimanendo di sopra, cioè al potere. E noi vogliamo impedire che gli ebrei in Italia abbiano posti di comando» (16).

Il conte Ciano trattò della questione degli ebrei in modo più che diplomatico, per non dire ambiguo, toccando soltanto tasti a cui la sensibilità cattolica di quel tempo, segnata da un marcato antigiudaismo, era molto sensibile, scivolando così sulle questioni più importanti e di sostanza, come, ad esempio, il contenuto concreto della disciplina discriminatoria che il Governo intendeva applicare agli ebrei. Il Nunzio capì immediatamente, nonostante la malcelata riservatezza del Ministro, che il Governo era intenzionato su tale materia a procedere con una certa durezza. «Circa gli ebrei — scriveva il Nunzio — mostravo la mia preoccupazione perché in Germania si seguitano a colpire come ebrei i convertiti battezzati, che perciò sono usciti dal loro popolo; in Italia invece, ove esiste il Concordato, non si sarebbe potuto impedire il matrimonio tra un ebreo convertito e un cattolico». Nella replica del Nunzio si coglie appieno l’intrinseca debolezza e inadeguatezza della posizione cattolica riguardo al problema degli ebrei: troppo forte e pesante era a quel tempo l’eredità di una lunga tradizione antigiudaica e a volte anche, negli anni più vicini, antisemita, perché tale materia fosse concepita e compresa alla luce di princìpi più generali, fondati sulla stessa dottrina del diritto naturale, o semplicemente su princìpi più autenticamente evangelici, in modo che la difesa della dignità della persona umana venisse affermata senza limitazioni o tentennamenti contro chi intendeva, sulla base di princìpi pseudoscientifici o apertamente razzistici, limitarne, o meglio annullarne, la dignità sul piano sia personale, sia pubblico.

Pensiamo di non peccare di anacronismo, sottoponendo a giudizio storico tali eventi, anche perché molti interventi di Pio XI si mossero proprio in tale direzione: il fatto che il Papa dovesse intervenire in difesa della persona umana, anche fuori dell’ambito strettamente confessionale, era dottrina accettata, anche se ancora non pienamente compresa nelle sue implicazioni, a partire dal pontificato di Benedetto XV. In ogni caso, il Nunzio Apostolico, a quanto pare, in quel momento sembrava essere interessato più che alla sorte degli ebrei italiani in generale, a cui il conte Ciano faceva riferimento, al fatto che un’eventuale disciplina antiebraica non riguardasse gli ebrei convertiti al cattolicesimo o che questa costituisse un vulnus al Concordato. Alle parole del Nunzio il Ministro replicò che il razzismo italiano, come aveva proclamato il Duce, «non si ispira a quello tedesco, ma vuole semplicemente regolare, con opportune leggi, le relazioni tra bianchi e neri nel nuovo Impero, ed in questa occasione regolare la questione degli ebrei […]. Mi ha poi detto che l’Italia è cattolica, e se uno qui si azzardasse di dire [come era avvenuto in Germania] che Gesù Cristo è un bastardo, sarebbe punito come bestemmiatore».

La stampa governativa non fece nessun accenno al discorso del Papa del 28 luglio. Esso fu pubblicato soltanto da alcuni quotidiani cattolici. Il Governo, intenzionato a bloccare ogni possibile polemica su tale delicata materia, che avrebbe reso piü difficile l’accoglienza da parte dei cattolici della progettata legislazione antiebraica, inviò a tutti i prefetti due comunicazioni firmate dal ministro Alfieri (17). In questo modo il regime riuscì a imbavagliare la stampa cattolica, impedendole così di partecipare in modo libero al dibattito pubblico in materia razziale: coloro che non condividevano l’indirizzo dettato dal regime in tale materia da questo momento in poi dovettero tacere. La Segreteria di Stato, con una Nota di mons. G. B. Montini, l’8 agosto 1938 informò la delegazione apostolica negli Stati Uniti dei provvedimenti assunti dal Governo italiano contro la stampa cattolica, in modo che all’estero non si dicesse che la Santa Sede e la stampa cattolica tacevano sui provvedimenti liberticidi emessi contro gli ebrei per pusillanimità o per complicità con il regime. Le parole del Papa contro la propaganda razziale iniziata dal fascismo per preparare il terreno alle successive disposizioni discriminatorie, in particolare contro gli ebrei, furono riportate e commentate dalla stampa internazionale, soprattutto quella di lingua francese e inglese, in senso piuttosto positivo. Importanti associazioni ebraiche internazionali, inoltre, indirizzarono al Papa lettere di omaggio e di ringraziamento. L’Alliance Israélite universelle testimoniò a Pio XI la sua gratitudine «per l’ammirabile energia con la quale condannò, nell’udienza agli alunni del collegio di Propaganda Fide, le teorie razziste, come false, inumane, empie e gravide di conseguenze detestabili». Con gli stessi sentimenti di gratitudine si espressero l’Associazione ebraica dei Veterani di guerra degli Stati Uniti, nonché l’ambasciatore statunitense a Roma, W. Phillips, il quale informò il Papa sulla preoccupazione del presidente Roosevelt riguardo all’indirizzo politico intrapreso dal Governo italiano. In particolare l’ambasciatore fece presente alle autorità vaticane che il Governo degli Stati Uniti avrebbe molto gradito «un’ulteriore dichiarazione della Santa Sede riguardo alla questione ebraica in Italia» (18).

In quel momento sia il Governo italiano, sia la Santa Sede non avevano alcun interesse a inasprire il conflitto: da ambedue le parti c’era la volontà di risolvere ogni questione, come era accaduto in passato, attraverso accordi soddisfacenti per ambedue le istituzioni in modo da poter festeggiare, il febbraio successivo, il decennale dei Patti Lateranensi in un clima di concordia e di collaborazione. Tale occasione, per il regime, sarebbe stata un’opportunità unica per mostrare agli aborriti Paesi democratici che in Italia Chiesa cattolica e Stato totalitario convivevano pacificamente. In tal modo, nonostante Mussolini fosse molto irritato per i continui interventi del Papa in materia di razzismo, diede disposizione ai suoi collaboratori di giungere a un accordo segreto con la Santa Sede sulle questioni più controverse del momento: così facendo, egli pensava di legare i cattolici al carro del fascismo e soprattutto di far tacere (o «imbavagliare») il Papa. L’accordo fu «contrattato» per parte vaticana dal p. P. Tacchi Venturi, fiduciario della Santa Sede presso il Duce, e fu sottoscritto il 16 agosto del 1938. Esso toccava tre questioni principali: quella concernente «il razzismo e l’ebraismo»; quella più «generale dell’Azione Cattolica»: a tale proposito veniva riconfermato l’accordo del 2 settembre 1931; infine, una questione di carattere locale, che riguardava la sostituzione del segretario del partito fascista di Bergamo che era entrato in conflitto con il vescovo di quella città.

Per quanto riguarda il primo punto, che era il più delicato e controverso, l’accordo sembrava condividere il punto di vista cattolico in materia di razzismo e si muoveva secondo lo spirito dell’Informativa diplomatica n. 18 del 5 agosto 1938, che, come abbiamo visto, trovava consenzienti vasti settori del mondo cattolico e la stessa Gerarchia. In realtà, dall’accordo traspare una forte polemica contro la Chiesa e la volontà del regime di metterla a tacere su tale importante materia: «È intenzione del Governo che questo problema sia tranquillamente definito in sede scientifica e politica, senza aggravio dei gruppi allogeni, ma solo con la doverosa applicazione di onesti criteri discriminatori che lo Stato ritiene essere in diritto di stabilire e di seguire. Gli ebrei possono essere sicuri che non saranno sottoposti a trattamento peggiore di quello usato loro per secoli e secoli dai Papi che li ospitarono […]. Desiderio del Capo del Governo è che la stampa cattolica, i predicatori e i conferenzieri si astengano dal trattare in pubblico, il problema razzista» (19).

Mentre la Curia e la diplomazia vaticana lavorarono senza sosta per un accomodamento con il regime mussoliniano, in modo da contenere entro limiti accettabili la programmata legislazione antiebraica, così che questa non si discostasse troppo dai princìpi della morale cattolica e non violasse punti significativi degli Accordi del Laterano, Pio XI continuò la sua lotta solitaria contro «le ideologie totalitarie». Egli non sottopose a censura, come voleva Mussolini, il suo pensiero e continua sino alla fine dei suoi giorni a condannare le aberranti dottrine del «nazionalismo estremo» e soprattutto del cosiddetto «razzismo esagerato», che considerava un’eresia in quanto contraddiceva il fondamentale principio sull’originale uguaglianza tra gli esseri umani. Il suo intervento magisteriale più forte da questo punto di vista fu quello pronunciato all’indomani del primo provvedimento governativo antiebraico, cioè il 6 settembre 1938, a un gruppo di pellegrini belgi: con tono commosso, egli disse che l’antisemitismo è inammissibile e che spiritualmente siamo tutti semiti perché discendenza di Abramo, nostro padre nella fede. Era la prima volta che un Pontefice in modo chiaro ed esplicito condannava l’antisemitismo. Delle vicende che seguirono tale discorso e degli ulteriori provvedimenti antiebraici tratteremo prossimamente.

Note

(1) Archivio Segreto Vaticano – Affari Ecclesiastici Straordinari (ASV – AAEESS), Italia, 1.040, 720, 22.
(2) La letteratura storica sulle leggi razziali in Italia è molto vasta; segnaliamo qui alcuni lavori che ci sembrano più significativi: R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1961; Id., Mussolini il Duce, vol. II, Torino, Einaudi, 1981; A. Martini, Studi sulla questione romana e sulla Conciliazione, Roma, Cinque Lune, 1963; G. Miccoli, «Questione ebraica e antisemitismo tra Otto e Novecento», in Storia d’Italia. Annali, vol. XI, Torino, Einaudi, 1997, 1.369-1.574; Id., I dilemmi e i silenzi di Pio XII, Milano, Rizzoli, 2000; S. Zuccotti, L’Olocausto in Italia, Milano, Mondadori, 1988. M. Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Torino, Einaudi, 2000; Id., La Shoah in Italia. La persecuzione degli ebrei sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 2005; E. Collotti, Il fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia, Roma-Bari, Laterza, 2003; A. Cavaglion – G. P. Romagnani, Le interdizioni del Duce. Le leggi razziali in Italia, Torino, Claudiana, 2002. Su Pio XI e il razzismo ricordiamo: E. Fattorini, Pio XI, Hitler e Mussolini. La solitudine di un Papa, Torino, Einaudi, 2007; Y. Chiron, Pie XI, Paris, Perrin, 2004.
(3) ASV – AAEESS, Italia, 1.054, 732, 11.
(5) Cfr R. De Felice, Mussolini il Duce, cit., 498.
(6) M. Barbera, «La questione dei giudei in Ungheria», in Civ. Catt. 1938 III 152.
(7) La liberté, 6 agosto 1938.
(8) «Cronaca contemporanea», in Civ. Catt.1938 III 271.
(9) C. Passeleq – B. Suchecky, L’enciclica nascosta di Pio XI. Un’occasione mancata dalla Chiesa nei confronti dell’antisemitismo, Milano, Corbaccio, 1997, 42.
(10) Ivi, 47.
(11) ASV – AAEESS, Italia, 1.054, 727, 42.
(12) I firmatari più noti del Manifesto della razza erano due medici (S. Visco e N. Pende), un antropologo (L. Cipriani), uno zoologo (E. Zavattari), uno statistico (F. Savorgnan) e uno psichiatra (A. Donaggio); gli altri erano oscuri assistenti universitari, tra i quali ricordiamo G. Landra, M. Ricci e L. Businco. Pare che nessuno dei firmatari sia stato interpellato prima della pubblicazione del Manifesto. Soltanto due di essi però, successivamente, anche se in modo non troppo chiaro, protestarono per essere stati inclusi nella lista dei firmatari. Cfr R. Maiocchi, Scienza italiana e razzismo fascista, Firenze, La Nuova Italia, 1999; G. Israel – P. Nastasi, Scienza e razza nell’Italia fascista, Milano, Comunità, 1998; M. Michaelis, Mussolini e la questione ebraica. Le relazioni italo-tedesche e la politica razziale in Italia, ivi, 1982.
(13) ASV – AAEESS, 1.054, 738, 22.
(14) Ivi, 730, 19.
(15) Cfr G. Ciano, Diario: 1937-1938, Bologna, Cappelli, 1948, 216. Su tale materia cfr E. Fattorini, Pio XI, Hitler e Mussolini. La solitudine di un papa, cit., 179 s.
(16) ASV – AAEESS, Italia, 1.054, 728, 46.
(17) La prima comunicazione, del .4 agosto, diceva: «Direttori dei periodici cattolici sono richiamati sulla perentoria necessità che ogni commento sul problema razzista sia contenuto entro 1imiti conformi alle direttive del Governo nazionale». La seconda, emanata due giorni dopo, affermava perentoriamente: «Invito disporre che quotidiani e periodici cattolici si astengano da ora in poi di pubblicare l’allocuzione pontificia del 28 luglio» (ivi, 728,55).
(18) Ivi, 730, 46.
(19) Ivi, 40.

© Civiltà Cattolica
Si ringrazia il Direttore GianPaolo Salvini S.I. per aver concesso la riproduzione dell’articolo.

Fonte: http://www.kattoliko.it/leggendanera/modules.php?name=News&file=article&sid=1989

Donazione Corrispondenza romana