Il fallimento della moschea liberal di Berlino

(di Lupo Glori) Il 16 giugno è stata inaugurata a Berlino, nel quartiere di Moabit, l’ottantottesima moschea della capitale tedesca intitolata al filosofo medievale Averroè, in arabo Ibn Rushd, e allo scrittore tedesco Johann Wolfgang von Goethe. Nulla di nuovo sotto al sole, se non fosse che tale moschea si differenzia dalle 79 precedenti per il suo carattere dichiaratamente liberal, in linea con lo “spirito dei tempi” occidentale.

All’interno dell’insolito tempio islamico, Ibn Rushd-Goethe, uomini e donne potranno infatti pregare assieme e, a quest’ultime, sarà proibito indossare il burqa o il niqab, definiti dall’ideatrice del progetto Seyran Ateş, avvocata e attivista per i diritti delle donne di origine turche, come una “inaccettabile” “dichiarazione politica”. Oltre a ciò, il luogo di culto aprirà i propri battenti, indistintamente, alle diverse, e tra loro concorrenti, interpretazioni dell’Islam, cosicché sunniti, sciiti, alevi e sufi potranno inginocchiarsi fianco a fianco e un domani essere anche guidati da un Imam donna secondo le “innovative” regole del posto.

A conferma del carattere ecumenico e tollerante dell’iniziativa, la moschea si trova al terzo piano di una chiesa protestante, la Johanniskirche. Nel corso dell’inaugurazione, dove un imam maschio e una femmina hanno condotto congiuntamente le preghiere del venerdì in una stanza, per l’occasione, affollata, la Ateş ha evidenziato il messaggio alla base dell’iniziativa: «Vogliamo mandare un segnale contro il terrorismo islamico e l’uso improprio della nostra religione. Vogliamo praticare la nostra religione insieme», sottolineando che non permetterà ai fondamentalisti di «derubarla del proprio diritto di essere musulmana».

Tuttavia, che il progetto sia del tutto utopico e destinato a fallire lo si è capito già a distanza di una sola settimana quando nella stanza della preghiera islamica in versione liberal si contavano unicamente i sette membri della congregazione religiosa, sotto gli occhi vigili di altrettanti membri del personale di sicurezza, attenti a sorvegliare le uscite e gli ingressi della moschea.

Dopo la bocciatura “popolare” è poi arrivata anche la condanna “istituzionale” attraverso una dichiarazione ufficiale, rilasciata direttamente dal Dar al-Ifta al-Masriyyah (La Casa della Fatwa), secolare organismo, presieduto dal Gran Mufti d’Egitto, con il compito di esprimere pronunciamenti orientativi e sciogliere dubbi e controversie riguardo all’applicazione dei precetti coranici.

In essa, l’organismo di controllo ammonisce i fedeli musulmani riguardo la pratica di far pregare assieme uomini e donne, ammessa nella moschea di Ibn Rushd-Goethe, sottolineando come tale prassi sia del tutto incompatibile con l’Islam. Dello stesso parere anche il dipartimento legale della prestigiosa università al-Azhar dell’Egitto che, appresa la notizia della moschea liberal di Berlino, ha emesso una fatwa contro la fondazione di luoghi di culto islamici liberali.

Condanna ribadita anche dalla più importante autorità musulmana della Turchia, Diyanet, che ha diffuso una dichiarazione in cui afferma come le pratiche introdotte presso la nuova moschea tedesca «non si allineano con le risorse fondamentali dell’Islam, i principi del culto, la metodologia o l’esperienza di più di 14 secoli e sono esperimenti che mirano a nient’altro che depravare e rovinare la religione».

 Alla luce di tali immediate e spontanee ripercussioni, il progetto di “Islam liberale” voluto da Seyran Ateş, sembra destinato a lasciare traccia di sé più per il singolare ed evidente ossimoro di vocaboli che come conseguenze e risultati concreti. L’ingenuo e velleitario tentativo di relativizzare l’Islam imponendogli di assumere le nostre fragili e fallimentari categorie di pensiero occidentali è destinato ad infrangersi contro il muro della solida ed aggressiva identità islamica. (Lupo Glori)

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