Il “confinamento” del santuario di Fatima

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(Roberto de Mattei) Alla vigilia del 103° anniversario delle apparizioni di Fatima, si è appreso che la Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) portoghese ha svolto, dal 9 maggio l’operazione “Fatima in casa“, con l’obiettivo di impedire ai pellegrini di accedere il 13 maggio al santuario mariano. La notizia è stata data dal direttore delle operazioni, Vítor Rodrigues, che ha elogiato la «fantastica posizione collaborativa» dei membri della Chiesa cattolica, con cui la GNR ha lavorato «per molte settimane». In seguito a questa operazione di “confinamento”, il santuario di Fatima è stato posto sotto la sorveglianza di 3500 soldati della Guardia Nazionale, con il compito di assicurarsi che nessun fedele possa avvicinarsi a quel luogo senza plausibile giustificazione. E, per le autorità, la preghiera non costituisce ovviamente una valida giustificazione. In pratica, sono state recintate non solo tutte le vie di accesso al santuario, ma anche altri luoghi di devozione, come Aljustrel, il villaggio dove sono nati Lucia, Francesco e Giacinta, Valinhos, sito dell’apparizione di agosto, e la stessa Via Crucis. 

Sembra di tornare alla vigilia della Rivoluzione francese, quando giansenismo, gallicanesimo, illuminismo, cattolicesimo illuminato – forze diverse ed eterogenee, ma accomunate dall’odio verso la Chiesa di Roma – intrecciavano e moltiplicavano i loro sforzi, all’ombra delle logge massoniche, per distruggere definitivamente l’ordine religioso e sociale che fondava la Cristianità. In quel tempo, la limitazione dell’attività della Chiesa al campo della coscienza, era fondata sull’idea che solo lo Stato avrebbe autorità nella società. Ma espropriare la Chiesa del suo ruolo pubblico significa condannarla lentamente all’asfissia e poi alla morte. In Portogallo il rappresentante di questa politica anti-cattolica fu José de Carvalho e Melo, marchese di Pombal, esponente di spicco della massoneria e capo del governo dal 1750 al 1777, sotto il regno di Giuseppe I di Braganza. Nell’Impero austriaco una politica analoga fu applicata, dal 1765 al 1790, da Giuseppe II di Asburgo-Lorena, e per questo fu chiamata anche “giuseppinismo”. Il sovrano nominava vescovi e abati, interveniva nella vita degli ordini religiosi, si presentava come riformatore della disciplina ecclesiastica. I diritti tradizionalmente attribuiti alla Chiesa, quali l’educazione e la stessa istituzione del matrimonio, venivano assorbiti dallo Stato. La confisca del patrimonio ecclesiastico, la soppressione dei conventi e dei seminari, la nuova ripartizione delle diocesi, il minuto regolamento del culto, l’influenza dottrinale dello Stato nella formazione del clero a vantaggio delle correnti eterodosse, fecero toccare il culmine del processo di secolarizzazione della monarchia asburgica. «Sotto questo governo filosofico – accuserà il filosofo svizzero Carl Ludwig von Haller in una celebre pagina – non vi fu più nulla di sacro: né proprietà, né legge naturale, né promesse, né contratto, né diritto privato» (La restaurazione della scienzapolitica, tr.it., Torino, Utet1963, vol. I, p. 280).

La differenza tra ieri e oggi è che, allora, la politica laicista fu condotta da governi forti, talvolta con la collaborazione dei vescovi, ma sempre contro la Cattedra di Roma. E i Papi condannarono con fermezza questa politica. Oggi, invece, un’analoga politica viene condotta da governi deboli e incompetenti, spesso con la collaborazione dei vescovi, ma sempre con la tacita approvazione dell’autorità romana. Basterebbe infatti una parola chiara di papa Francesco per disfare queste manovre anticlericali e ridare voce al “popolo di Dio”, che dopo il coronavirus appare, non sottomesso, ma più vivace e pronto alla resistenza di quanto prima non lo fosse stato.

In un quadro di crescente confusione, il “confinamento” del santuario di Fatima da parte della Guardia Nazionale del Portogallo è un evento altrettanto scandaloso della chiusura delle piscine di Lourdes, il 1 marzo di quest’anno. Le principali responsabilità dello scandalo non ricadono però sui militari portoghesi, ma sulle autorità ecclesiastiche, a cominciare dal cardinale Marto, vescovo di Leiria-Fátima, che hanno offerto, o forse chiesto, al potere civile, collaborazione per vietare i pellegrinaggi nell’anniversario delle apparizioni di Fatima.  L’odierno spirito di sottomissione al mondo e ai suoi poteri da parte dei vescovi portoghesi e dello stesso Papa Francesco lascia intravedere come in futuro questi uomini di Chiesa saranno pronti a sottomettersi all’Islam, accettando di vivere in regime di sharia, ovvero di totale subordinazione a chi vorrebbe fare dell’Europa la terra di Maometto. Il caso di Silvia Romano, la volontaria italiana rapita il 20 novembre 2018 in Kenya e liberata in Somalia il 9 maggio 2020, è emblematico. Silvia Romano, che era in Kenya con un’onlus, dopo 18 mesi di prigionia, è riapparsa come una convinta adepta del Corano. La Chiesa del quartiere dove abita, l’ha accolta con il suono delle campane a festa. Per il suo parroco, evidentemente, l’apostasia è un male minore del bene della libertà riacquistata. E oggi, accanto alla salute, la libertà, contro ogni forma di restrizione, sembra essere per tutti il bene supremo. Si è parlato, nel caso di Silvia Romano, di “sindrome di Stoccolma”, quel particolare stato di dipendenza psicologica che si manifesta in molte vittime di episodi di violenza. Ma oggi la sindrome di Stoccolma sembra essere la condizione psicologica e morale del Vaticano e di gran parte delle conferenze episcopali di fronte al potere laico-massonico dell’Occidente e all’Islam che avanza.


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Ciò è aggravato dal fatto che, proprio a Fatima, la Santissima Vergine ha chiesto preghiera e penitenza, privata e pubblica, per scongiurare i castighi che incombono sul mondo. Ma il 13 maggio, il santuario di Fatima, come quello di Lourdes e come la Basilica di San Pietro a Pasqua, sarà spettralmente vuoto. Come non vedere in questi simbolici eventi l’approssimarsi dei grandi castighi che la stessa Madonna ha preannunciato a Fatima? II divieto ai fedeli cattolici di manifestare pubblicamente la loro devozione alla Madonna nel suo santuario, avvicina l’ora di questi castighi, forse già iniziati con il coronavirus. Dimenticare l’imminenza di questi castighi per inseguire gli “untori” della malattia, può portarci in un pericoloso labirinto

Chi non ricorda l’esistenza della mano di Dio durante le sciagure della storia dimostra di non amare la giustizia divina e chi non ama la giustizia di Dio, rischia di non meritare la sua misericordia. Ed il “confinamento” del santuario di Fatima, più della chiusura di un luogo, appare come il silenzio imposto ad un messaggio. 


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