Il centenario dei missionari della consolata

(di Cristina Siccardi) Cento anni fa i Missionari della Consolata giunsero in Tanganyika (Tanzania): era il 21 aprile 1919. Erano in quattro: i padri Giovanni Ciravegna, Giacomo Cavallo, Gaudenzio Panelatti e Domenico Vignoli.

Monsignor Filippo Perlo, vicario apostolico in Kenya aveva ricevuto un appello da parte di Thomas Spreiter, vicario apostolico in Tanganyika, di sostituire con i Missionari della Consolata i Missionari Benedettini tedeschi, costretti ad abbandonare il luogo dopo la sconfitta della Germania nella prima Guerra mondiale.

Giunti a Dar Es Salaam, la capitale, il 4 maggio 1919, i quattro missionari partirono alla volta della cittadina di Iringa: il primo tratto in treno fino a Kilosa e poi in carovana con 60 portatori. Lascia scritto padre Ciravegna: «Partiamo a cuor contento, risoluti con l’aiuto di Dio di assecondare con tutte le nostre forze la divina grazia nell’opera di resurrezione morale delle missioni, prive da tempo dei loro pastori» (Alessandro Di Martino, Carteggio di un prestito per il Regno, Tanganyika 1919-1935, Edizioni Missioni Consolata, Torino 1987, p. 45).

Raggiunsero Iringa il 19 maggio, poi si stabilirono nelle missioni di Tosamaganga, popolato dal gruppo etnico Wahehe, e Madibira, terra dei Wasangu, Wabena e Wahehe. Due missionari si stanziarono a Tosamaganga, gli altri due a Madibira, mettendosi all’opera: «al grande bucato per ripulire le missioni», per usare l’espressione di padre Ciravegna (ivi, p. 51). Costruirono dispensari medici, aule scolastiche, abitazioni e chiese. Interpellarono catechisti e catecumeni, riaprendo i registri dei battesimi e dei matrimoni. La campana della missione riprese a suonare.

Il risultato di tanta evangelizzazione fu la creazione, nel 1922, della Prefettura apostolica di Iringa, retta da monsignor Francesco Cagliero e l’anno successivo la missione crebbe di nuovi religiosi, alcuni fratelli coadiutori e diverse suore: si poterono così riaprire le missioni di Bihawana e Padangani.

Il paterno monsignor Cagliero consigliava l’uso delle zanzariere contro la malaria; la coltivazione di frutta e verdura, inoltre reclutava acculturati: ad Iringa «vi sono i migliori scrittori dell’Istituto. Perciò mano alla penna. Scriviamo articoli, relazioni, lettere per farci conoscere e avere sussidi» (ivi, pp. 73-74). Nel 1939, dopo 20 anni di missione, la situazione era florida: 14.211 cattolici, 1.519 catecumeni, 5.151 alunni della scuola elementare, 107 studenti della Central School.

Poi arrivarono gli anni del Concilio Vaticano II e molte cose mutarono in Tanzania come altrove… e la missione divenne “esperienza ecumenica”, come dimostra la cattedrale di Kihesa (Iringa), costruita dal fratello “missionario” Modesto Zeni: un po’ chiesa, un po’ pagoda e un po’ moschea. Non più Casa della Trinità, ma casa di tutti. Globalizzazione civile e globalizzazione delle religioni, a cominciare da Roma, perché, come ha dichiarato papa Francesco «Il rapporto della Curia Romana con le altre religioni si basa sull’insegnamento del Concilio Vaticano II e sulla necessità del dialogo. Perché l’unica alternativa alla civiltà dell’incontro è l’inciviltà dello scontro» (discorso alla Curia Romana per gli auguri natalizi, 21 dicembre 2017).

I missionari, per mandato di Gesù Cristo, a partire dai suoi Apostoli, hanno sempre evangelizzato, battezzato e convertito nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo; il dialogo interreligioso non si limita ad essere vano, esso impoverisce, piega, inaridisce e dissecca il seme del Vangelo, come duemila anni di Storia della Chiesa insegnano. (Cristina Siccardi)

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