Il caso del “vescovo dal volto umano” licenziato dal papa

(di Sandro Magister su www. chiesa del 20-09-2012)  In Slovacchia monsignor Bezák ha il sostegno dei media. È ritenuto aperto e moderno. Ma Benedetto XVI l’ha deposto. Per cattiva amministrazione dei beni della diocesi e per infedeltà alla dottrina e alla disciplina.

Alla fine della scorsa primavera, un servizio di www.chiesa faceva il punto sui numerosi casi di vescovi sollecitati dal Vaticano a dimettersi perché ritenuti non più idonei all’adempimento del loro ufficio, oppure, in caso di rifiuto delle dimissioni, “sollevati” dall’incarico personalmente dal papa:

> Diario Vaticano / Il “chi è” dei vescovi dimissionati

Pochi giorni dopo la pubblicazione di questo servizio, un altro caso del genere si verificava in Slovacchia.

La notizia è in un laconico comunicato vaticano del 2 luglio:

“Il papa ha sollevato dalla cura pastorale dell’arcidiocesi di Trnava (Slovacchia) S.E. Mons. Róbert Bezák, C.SS.R.”.

L’arcivescovo deposto, 52 anni, redentorista, ha lasciato l’incarico ed è stato anche obbligato a risiedere fuori dell’arcidiocesi. Ma il suo caso appare tutt’altro che chiuso. Invade i media slovacchi e divide l’opinione pubblica, cattolica e non. Intellettuali e artisti di spicco si sono schierati in difesa di questo “vescovo dal volto umano”, a loro dire ingiustamente cacciato per aver voluto scoperchiare il malaffare del suo predecessore Jan Sokol, ritiratosi nel 2009 per raggiunti limiti di età.

In effetti monsignor Sokol, oltre che sospettato – come tanti – di collaborazione con i servizi segreti del precedente regime comunista, era stato colpito da un crescendo di accuse riguardanti l’amministrazione dei beni dell’arcidiocesi, che lui aveva intestati a suo nome e di cui solo lui poteva disporre.

Si trattava di somme rilevanti, di alcuni milioni di euro, provenienti sia dalle restituzioni alla Chiesa di proprietà precedentemente confiscate dal regime comunista, sia da donazioni di ricchi slovacchi residenti negli Stati Uniti o in altri paesi, sia da proventi di investimenti finanziari all’estero.

Contro Sokol la procura generale dello Stato slovacco ha aperto una processo per frode fiscale. E appena nominato arcivescovo, anche Bezák si è scagliato rumorosamente contro la gestione del predecessore, arrivando a testimoniare contro di lui, nel 2010, in una causa tra Sokol e la rivista “Tyzden”, che aveva pubblicato notizie riservate sulla gestione dell’arcidiocesi.

Bezák informò la nunziatura in Slovacchia e la segreteria di Stato vaticana di quelle che riteneva le malefatte di Sokol. E chiese anche una visita apostolica nell’arcidiocesi.

Ma ottenne l’opposto di ciò che si aspettava.

Il nunzio a Bratislava, Mario Giordana, fece gli accertamenti del caso. Ma concluse che monsignor Sokol non si era impossessato personalmente di nulla. Aveva semmai operato come tanti altri vescovi dell’ex impero sovietico, i quali, non fidandosi delle nuove classi dirigenti e temendo nuove confische e vessazioni, intestavano a sé i beni diocesani e le donazioni dall’estero, su conti il più possibile “protetti”, come quelli dell’Istituto delle Opere di Religione, la banca vaticana. In ogni caso, oggi le autorità vaticane non ritengono più giustificabile tale comportamento, in un quadro politico che si è stabilizzato.

Quanto alla visita apostolica, c’è stata nella seconda metà di gennaio del 2012. Ma invece che contro Sokol, si è ritorta contro lo stesso Bezák. Per disordini non soltanto amministrativi, questa volta suoi, ma anche dottrinali e disciplinari.

A comandare, da Roma, la visita apostolica è stata la congregazione per il clero presieduta dal cardinale Mauro Piacenza.

L’ispettore prescelto è stato il vescovo di Litomerice, nella confinante Repubblica Ceca, monsignor Jan Baxant.

In una settimana Baxant ha interrogato tutti i vescovi della Slovacchia e un gran numero di altri testimoni, religiosi e laici.

Stando al rapporto finale della visita, Bezák, dopo avere licenziato tutto il personale amministrativo dell’arcidiocesi in carica con il predecessore, aveva affidato l’ingente patrimonio diocesano a due società commerciali, Ninett e Hanalex, create e dirette da due amministratori suoi amici, Ondrej Studenec e Anna Huš?avová, già protagonisti di una pessima gestione dei beni della confinante diocesi di Banská Bystrica, quella in cui Bezák era parroco prima di essere promosso arcivescovo di Trnava.

Sta di fatto che in pochi mesi di gestione, prima che il rapporto con la Ninett e la Hanalex fosse interrotto, queste due società hanno accumulato un debito con l’arcidiocesi di quasi 600 mila euro, per prestiti non restituiti e ricavi non versati. Un debito che le autorità vaticane ritengono “irricuperabile”.

Ma non meno gravi sono le falle dottrinali e disciplinari che le autorità vaticane hanno intravisto in monsignor Bezák.

Dopo aver rotto i rapporti con il proprio vescovo ausiliare e aver allontanato tutti i dirigenti del governo pastorale ereditato da Sokol – vicario generale, cancelliere, vicario giudiziale, economo, decani – monsignor Bezak avrebbe affidato “incarichi di responsabilità a sacerdoti indegni, talora provenienti da altre diocesi, in quanto viventi in situazioni di aperta immoralità ed indisciplina”. Leggi: omosessualità e concubinato.

Non solo. Bezák si sarebbe distinto – sempre a detta delle autorità vaticane  – “nella palese inosservanza delle norme liturgiche, nel sostegno dato a tesi contrarie alla dottrina cattolica insegnata costantemente dal sacro magistero in tema di indissolubilità del matrimonio, di eutanasia e di sacramento dell’ordine, nello scarso rispetto del romano pontefice”.

Per non dire del suo “dileggiare pubblicamente i chierici in abito talare” e “vestire abiti secolari sconvenienti anche in occasioni ufficiali come le visite alle parrocchie per impartire il sacramento della cresima”.

Bezák ha ripetutamente lamentato di non essere stato informato dalle autorità vaticane delle reali accuse portate contro di lui e di non aver potuto spiegare le sue ragioni ai massimi responsabili della curia romana e al papa. E per questo avrebbe rifiutato di dimettersi.

In realtà, al termine della visita apostolica di gennaio, il visitatore Baxant lo ascoltò di nuovo, presentandogli le accuse raccolte e chiedendogli di replicare.

Il 3 maggio il cardinale Marc Ouellet, prefetto della congregazione per i vescovi, gli inviò una lista di 11 domande riguardanti la dottrina e la disciplina. Alle quali Bezák rispose per iscritto, in termini molto argomentati.

E col nunzio in Slovacchia Bezák ha avuto mondo di incontrarsi più volte.

Certo, le autorità vaticane non hanno messo in pubblico nulla di tutto questo. Né l’ha fatto la conferenza episcopale slovacca, unanimemente schierata contro il deposto arcivescovo.

E questo dà modo a Bezák e ai suoi sostenitori di lamentare la violazione del diritto alla difesa, di sostenere che il papa sarebbe stato “male informato” o persino “raggirato” e di trasformare il caso di un singolo vescovo “sollevato” in una questione di malgoverno della Chiesa universale.

Intanto, Benedetto XVI ha nominato amministratore apostolico di Trnava, in attesa della designazione del nuovo arcivescovo, l’ausiliare Jan Orosch.

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