Il “caso” dei Francescani dell’Immacolata. la storia è “magistra vitae”

historia-est-magistra-vitae(di Maria Pia Ghislieri) Il Commissariamento dei Frati Francescani dell’Immacolata continua a far parlare “opportune et importune”. Il mondo tradizionale teme, a ragion veduta, una recrudescenza di quella persecuzione che fu perpetrata contro il Messale di san Pio V nell’ormai lontano 1969, quando entrò in vigore il Nuovo Messale, una nuova creazione.

Giova allora rispolverare la storia di quegli anni tumultuosi, gli anni che seguirono un Concilio che non ha mai decretato né pensato di decretare un Novus Ordo Missae. Non lo poteva. La liturgia si evolve per lenta sedimentazione e non è mai un’invenzione di pochi fatta a tavolino. Per comprenderlo, basta riandare all’epoca del Messale di san Pio V. Nella XVIII sessione, il Concilio di Trento incaricò una commissione di esaminare il Messale, rivederlo e restaurarlo “secondo l’usanza ed il rito dei Santi Padri”.

L’essenza della riforma di S. Pio V fu, come quella di S. Gregorio Magno, il rispetto della tradizione. A tale Messale, che costituiva una barriera contro l’eresia, san Pio V concesse l’indulto perpetuo con queste solenni parole: «in virtù dell’autorità Apostolica noi concediamo, a tutti i sacerdoti, a tenore della presente, l’lndulto Perpetuo di poter seguire, in modo generale, in qualunque Chiesa, senza scrupolo alcuno di coscienza o pericolo di incorrere in alcuna pena, giudizio o censura, questo stesso Messale, di cui avranno la piena facoltà di servirsi liberamente e lecitamente, così che Prelati, Amministratori, Canonici, Cappellani e tutti gli altri Sacerdoti secolari, qualunque sia il loro grado, o i Regolari, a qualunque Ordine appartengano, non siano tenuti a celebrare la Messa in maniera differente da quella che Noi abbiamo prescritta né d’altra parte possano venir costretti e spinti da alcuno a cambiare questo Messale».

Da cui si evince che la Bolla è irreformabile. «La Quo primum – scrive P. Paul L. Kramer – è stata dichiarata infallibilmente irreformabile poiché il rito della Messa codificato nel Messale tridentino è il rito ricevuto, approvato e tramandato dalla Santa Romana Chiesa… Pertanto, la Quo primum lungi dall’essere una questione meramente disciplinare di legge ecclesiastica, è un’applicazione definitiva della legge divina espressa dal magistero straordinario della Chiesa.  E perciò qualunque tentativo di revocare o sopprimere il Rito romano incorrerà nell’indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo».

E, infatti, per 400 anni, nessuno ha osato alterare questo venerabile Messale che il beato Ildefonso Schuster definisce «l’opera più elevata e importante della letteratura ecclesiastica, quella che riflette più fedelmente la vita della Chiesa, il poema sacro al quale ha posto mano cielo e terra», e Padre Faber «la cosa più bella da questa parte del cielo».

Nel 1969 entrò in vigore il Novus Ordo Missae. Una nuova creazione, dicevamo. Una forma di quel falso progresso (liturgico, in questo caso) che il grande Chesterton non esitò a definire «un continuo parricidio», quello vero consistendo nella continua riscoperta di ciò che i nostri padri hanno costruito e difeso nei secoli. Klaus Gamber, in merito al Novus Ordo Missae, nel suo pregevole studio La riforma della liturgia romana, dedica un intero capitolo alla spinosa domanda se un supremo pontefice può modificare un Rito. E risponde negativamente, il Papa essendo il custode e il garante della liturgia (come dei dogmi), non il suo padrone. «Nessun documento della Chiesa – scrive Gamber –, neppure il Codice di Diritto Canonico, dice espressamente che il Papa, in quanto Supremo Pastore della Chiesa, ha il diritto di abolire il Rito tradizionale. Alla plena et suprema potestas del Papa sono chiaramente posti dei limiti (…). Più di un autore (Gaetano, Suarez) esprime l’opinione che non rientra nei poteri del Papa l’abolizione del Rito tradizionale. (…).

Di certo non è compito della Sede Apostolica distruggere un Rito di Tradizione apostolica, ma suo dovere è quello di mantenerlo e tramandarlo».
Gamber afferma altresì che il Novus Ordo non può in alcun modo esser definito Rito Romano, ma tutt’al più Ritus modernus: «Noi parliamo piuttosto di Ritus Romanus e lo contrapponiamo al Ritus Modernus». E ci fermiamo qui. Che non fosse possibile por mano al Messale di san Pio V è stato confermato dal Summorum Pontificum (2007) di papa Benedetto XVI, il quale parla di esso come di un Messale «mai abrogato». Non poteva esserlo in forza dell’indulto perpetuo contenuto nella Quo primum.

Il caso FI si colloca alla fine di una lunga catena che si riannoda a questa vexata quaestio. Papa Paolo VI non ha mai abrogato il Messale di san Pio V. Con più precisione potremmo dire che vi è stata un’abrogazione “de facto”, ma non “de iure”, quest’ultima non potendo sussistere. Benedetto XVI ha confermato che il Messale tradizionale è pienamente in vigore e lo è sempre stato, nonostante le manipolazioni volte a far credere il contrario, manipolazioni che ‒ ahimè ‒ facevano impunemente leva sull’obbedienza al Papa (Paolo VI), obbedienza però mai manifestata “de iure”.

Il caso FI sembra ripresentare la situazione storica di 40 anni fa, con la differenza che – questa volta sì – la volontà del Papa (Francesco I) è manifestata in un certo qual modo “de iure”, ossia attraverso un decreto della Congregazione dei Religiosi che contraddice almeno 4 secoli di storia e di prassi liturgica. Corsi e ricorsi storici. Anche questa volta si fa impunemente leva sull’obbedienza al Papa. E tanto più impunemente in quanto si tratta di religiosi legati dal voto di obbedienza.

Ma anche l’obbedienza ha i suoi limiti. Anzitutto occorre ribadire che «non rientra nei poteri del Papa l’abolizione del Rito tradizionale». E se ciò vale per l’intera Chiesa vale anche nell’applicazione ad personam. Va altresì ricordata la regola basilare del diritto secondo cui «inferior non potest tollere legem superioris». Anche il Codice di diritto canonico tuttora in vigore afferma che «da parte del legislatore inferiore non può essere data validamente una legge contraria al diritto superiore» (can. 135  n. 2).

Nel caso in esame, siamo davanti alla Bolla irrevocabile Quo primum di san Pio V e un decreto della Congregazione dei Religiosi che riporta solo indirettamente la volontà del Santo Padre. Ora, se i sommi pontefici non hanno l’autorità per annullare il solenne decreto Quo primum, tanto più  non l’hanno i decreti dei dicasteri romani. Come non l’aveva il Messale di Paolo VI nel 1969. Ma i bravi Frati dell’Immacolata ora hanno un vantaggio: possono ora guardare col senno di poi agli errori e agli inganni d’un passato non molto lontano per non ripeterli e non ricadervi. E la storia è magistra vitae. (Maria Pia Ghislieri)

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