Il caro benzina ci è imposto dalla duplice dittatura finanziaria e islamica

(di Magdi Cristiano Allam su Il Giornale del 27-08-2012) Se c’è un soggetto che più di altri evidenzia l’intreccio tra la dittatura finanziaria che si sta imponendo nell’Europa dell’euro e la dittatura islamica che si afferma facendo leva sul petrolio e sui fondi sovrani, è il costo della benzina. E’ un intreccio insito nella sua stessa struttura e che si riassume nello stratosferico balzo da 3 centesimi di produzione industriale di un litro di benzina a 2 euro richiesti al consumatore.

La rendita corrisposta ai Paesi produttori e soprattutto la speculazione in borsa fa schizzare il costo a 70 centesimi, mentre le tasse dello Stato tra accise e Iva rappresentano un aggravio ulteriore di 1,051 euro. Complessivamente nel passaggio dal costo di produzione al costo al consumatore si registra un incremento del  6.567% , dove le tasse determinano un aumento del 3.400%, mentre la rendita ai produttori e la speculazione finanziaria costituiscono un aumento del 2.233%!

Il costo della benzina assurge ad emblema dell’arbitrio assoluto con cui operano in modo sostanzialmente connivente lo Stato che impone tasse che incidono per circa il 55%, i Paesi produttori e gli speculatori finanziari che determinano il prezzo internazionale della materia prima detto Platts che incide per circa il 35%, le industrie petrolifere il cui margine lordo di guadagno è di circa il 10%.

Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, spiegò in un articolo di Vittorio Carlini sul Sole24ore del 2 marzo 2011, che un greggio di buon livello ha un costo industriale di estrazione di circa 3 dollari al barile. Aggiungendone 2 per il trasporto e  3 per la realizzazione dei diversi derivati, si arriva a 8 dollari al barile che significa un prezzo di 3 centesimi al litro. Ebbene avere un costo iniziale di 3 centesimi ed esigere 2 euro dal consumatore significa operare al di là di qualsiasi logica di mercato, di rapporto tra domanda e offerta: di fatto è un furto legalizzato ai danni dei cittadini, un’estorsione di Stato a cui non possiamo sottrarci dopo essere stati persuasi attraverso un lavaggio di cervello che il possesso dell’automobile è sinonimo di libertà personale e, in ogni caso, siamo calati in un sistema di trasporti dove siamo prevalentemente costretti a impiegare l’automobile. Non è un caso che subito dopo le entrate fiscali dalle dichiarazioni dei redditi, le tasse sulla benzina sono la seconda fonte con cui si alimentano le casse dello Stato.

Così come non sorprende che proprio il governo Monti, l’incarnazione della speculazione e della dittatura finanziaria, ha sia aumentato le accise di circa 12 centesimi sia annunciato l’intensificazione dello sfruttamento delle riserve di petrolio e gas per soddisfare il 20% della domanda interna rispetto all’attuale 10%. In Italia si estraggono circa 80.000 barili al giorno e 15 miliardi di metri cubi di gas in una serie di pozzi disseminati in Sicilia, Basilicata, Abruzzo, Emilia, Piemonte.

Ebbene ovunque si estragga o si raffini il petrolio si sono già prodotti dei danni ambientali incalcolabili, in termini di inquinamento della terra, delle falde acquifere e dell’atmosfera, con serissimi danni alla salute degli italiani, in particolare la crescita vertiginosa dei tumori e delle malformazioni dei neonati. In aggiunta al fatto che quei territori finiscono per perdere la ricchezza originaria dell’agricoltura o del turismo mentre la popolazione sprofonda nella povertà. Basti guardare alla Basilicata: sulla carta è  potenzialmente la regione più ricca d’Europa avendo i più ingenti giacimenti petroliferi sulla terraferma; di fatto è la popolazione tra le più misere d’Italia e d’Europa.

Se di ciò dobbiamo ringraziare principalmente l’Eni che sta depredando impunemente l’ambiente come se l’Italia fosse una colonia di serie C, è dal dopoguerra che l’Eni ci ha imposto l’alleanza con le dittature islamiche costringendoci a chiudere entrambi gli occhi sul rispetto dei diritti fondamentali della persona. Ed è così a tutt’oggi ad esempio in Nigeria dove assistiamo inerti alle stragi dei cristiani proprio per non creare problemi agli interessi petroliferi dell’Eni.

Ecco perché è arrivato il momento di scegliere tra la sottomissione alla duplice dittatura finanziaria e islamica e, in parallelo la compromissione della nostra salute e la perdita del nostro patrimonio ambientale, agricolo e turistico, oppure riscattare i nostri diritti inalienabili alla vita, alla dignità e alla libertà affrancandoci dalla tirannia del petrolio, del gas e del costo della benzina.

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