Il Card. Cordes contro il Card. Marx e mons. Bode: evitiamo “golpe”

CordesNon tutti dicono sì… Il Cardinale tedesco Paul Josef Cordes, presidente emerito del Pontificio Consiglio Cor Unum, ad esempio, non ci sta ed ha deciso di prendere posizione sul quotidiano cattolico Die Tagespost – poi ripreso dall’agenzia www.kath.net – contro le recenti dichiarazioni rilasciate alla stampa dal Card. Reinhard Marx, presidente della Conferenza episcopale tedesca, nonché dal Vescovo di Osnabrück, mons. Franz Josef Bode, in occasione dell’assemblea generale di Hildesheim. Dichiarazioni tali, secondo il porporato, da «provocare confusione» e peraltro «non documentate, né smentite dalla segreteria della stessa Conferenza episcopale». Anzi, parla espressamente di «distorsioni teologiche» ed avverte: «Certamente sulla nuova edizione del Gotteslob, il libro dei canti ufficiali, o sul percorso del pellegrinaggio ad Altötting, santuario mariano della Bavaria, il presidente della Conferenza episcopale tedesca è competente. Ma la questione dei divorziati risposati è cosa ben diversa, perché legata direttamente al cuore della teologia. Nemmeno un Cardinale può separare la pastorale dalla Dottrina con un golpe, a meno che non si voglia ignorare deliberatamente il sensus fidei cui ci vincolano le parole di Gesù e le proposizioni del Concilio di Trento».

E prosegue, a scanso di qualsiasi equivoco: «La frase: “Non possiamo aspettare che sia un Sinodo a dirci come dobbiamo organizzare qui la pastorale matrimoniale e familiare”, certamente non è ispirata da un senso ecclesiale di comunione. Questo ‘complesso anti-romano’ non è per niente l’invenzione di qualche scrittore, bensì una realtà propria delle latitudini settentrionali, dotate di forza centrifuga, che in qualche caso si rivela fortemente distruttiva per l’unità della fede». Quanto alla pretesa, avanzata dal Card. Marx, di non considerare la Germania come «una filiale di Roma», il Card. Cordes la liquida come una «battuta da bar», perché «inappropriata» ad un «contesto di Chiesa».

Ma a far problema, secondo il porporato, sono anche le dichiarazioni rilasciate da mons. Franz-Josef Bode, presidente della Commissione pastorale della Conferenza episcopale, per il quale dogmatica e pastorale dovrebbero reciprocamente “arricchirsi”, il che supporrebbe, a suo dire, un «cambio di paradigma». Per questo mons. Bode ricorre alla costituzione conciliare Gaudium et Spes, laddove ritiene non esservi «nulla di genuinamente umano che non abbia risonanza nel loro cuore [dei discepoli di Cristo]». Dal che, con improprie acrobazie teologico-sintattiche, deduce non poter «dottrina e vita marciare secondo strade totalmente differenti».

«Durante le discussioni del Concilio sulla rilevanza per la fede dei fenomeni sociali o ecclesiali – osserva in tutta risposta il Card. Cordes – vi fu un ampio dibattito circa l’espressione biblica ‘segni dei tempi’», ma si giunse, in definitiva, alla conclusione di non potersi considerare «i fenomeni che sfidano la Chiesa», in «quanto tali», come «fonte di fede, locus theologicus». Del resto, prosegue il porporato, «la Costituzione conciliare sulla Divina Rivelazione, insegna senza alcuna ombra di dubbio come la fede della Chiesa Cattolica si alimenti esclusivamente della Sacra Scrittura e della Dottrina della Chiesa». Al di là di questo, «sarebbe davvero paradossale concedere la funzione di ‘fonte della fede’ ad un piccolo gruppo di membri della Chiesa, che vivono in una situazione spiritualmente infelice ed oggettivamente irregolare», quali per l’appunto i divorziati risposati. «La maggior parte dei fedeli praticanti non sono direttamente interessati da questo problema – incalza il Card. Cordes – Speriamo dunque che i pastori, che si riuniranno a Roma in autunno, sappiano piuttosto esser loro da guida su come radicare sempre più profondamente il loro matrimonio nella fede in Gesù Cristo, così da esser per gli altri testimoni della potenza di Dio nella vita delle persone», mostrando magari il loro apprezzamento per «tutti coloro che, nella fedeltà alle promesse nuziali», in questo tempo di grandi fragilità, non abbiano ceduto alla prospettiva di scappatoie o scorciatoie “alternative”.

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