Il “bene comune” negli studi di Giovanni Turco

Il “bene comune” negli studi di Giovanni Turco(di Cristina Siccardi) Oggi si sente parlare spesso di «bene comune» a cui la politica e l’amministrazione della cosa pubblica dovrebbero tendere, ma restano chiacchiere vuote, anche perché non solo il «bene comune» rimane spesso un’utopia, ma non si conosce neppure il senso reale di tale concetto.

Qual è il vero «bene comune»? Inoltre, proporre una riflessione sulla politica come scienza etica è ancora possibile? Giungono propizi due formidabili volumi di Giovanni Turco (docente all’Università degli Studi di Udine di Filosofia del diritto, Etica e deontologia professionale, Teoria dei diritti umani) a rispondere a questi due cruciali quesiti. Entrambi i saggi sono pubblicati da Edizioni Scientifiche Italiane per la collana De re pubblica e portano, rispettivamente, per titoli: La politica come agatofilia (pp. 291, € 31.00) e Della politica come scienza etica (pp. 151, € 15.00). Con il primo testo viene argomentato il sano e logico recupero del senso metafisico del fare politica, che quasi sempre è trascurato, evidenziando come la politica possa essere intesa non come potere, ma come sapere filosofico che, in quanto tale, è costretto ad abbandonare quello scientifico, galileianamente inteso.

Il «bene comune», nell’orda di corruzione e scandali a cui la politica ci ha abituati attraverso l’alacre lavoro dei corrotti, della magistratura e dei giornalisti, è diventato questione centrale, al fine di legittimare l’esercizio del potere politico, direttamente o attraverso l’istituto della rappresentanza. Afferma il professor Turco: «Tanto sotto il profilo dell’arte (e della virtù ad essa connessa) quanto sotto il profilo della scienza, la conoscenza del bene è essenziale per le attività che più propriamente evocano la specificità della politica. Si tratta dell’intelligenza di quel bene che coincide con il fine proprio dell’attività da compiere, del bene di coloro ai quali essa è rivolta, nonché del bene che consiste nei saperi, nei mezzi e nelle operazioni per portarla a compimento. È il bene proprio ed essenziale di ciascuna di tali attività (dalla ginnastica alla medicina, dalla nautica alla tessitura), il quale comprende la considerazione di ciascuno dei beni necessari, affinché il compito sia adempiuto e richiede al contempo che ognuno di tali beni sia ordinato al bene del tutto. Dove il tutto non indica un risultato (comunque ottenuto o di qualsiasi qualità), ma significa un culmine, ovvero una perfezione» (La politica come agatofilia, op.cit., p. 6).

Il bene perseguito da ciascuna arte e da ciascuna scienza, dunque anche dalla politica, non è imposto dall’artefice, ma si desume dal bene e dalla “bellezza” di ciascuna di essa; l’abile esecutore è dunque chiamato a seguire quel bene e/o quella bellezza intrinseche alle arti e alle scienze stesse; arti e scienze che sono ausiliarie della natura, il cui fine proprio è quello dello sviluppo e della guarigione di ciò che si è ammalato o corrotto: «La loro deontologia deriva dalla loro teleologia» (ivi, p. 7), dunque ogni artefice, compreso il politico, deve tendere al bene che costituisce la ragion d’essere dell’arte-scienza della politica.

Ecco allora, come afferma l’autore, l’autentica libertà dell’istruttore, come del medico, del capitano, del tessitore, del politico sta nella fedeltà e nella coerenza al proprio compito. Il grande nodo da risolvere della modernità è il divorzio che si è stabilito fra potere ed autorità e la riduzione dell’autorità al potere, il che conduce all’eclissi dell’autorità stessa, la quale si accompagna non ad una responsabile dilatazione della libertà, ma all’ipertrofia del potere. Nella misura in cui l’autorità si indebolisce, il potere, privo di autorità, si gonfia e si inasprisce, fino a caratterizzarsi nel modo onnivoro ed onnipervadente dello Stato totalitario moderno che aggredisce, in particolare, due istituti sociali, quello della famiglia e quello delle comunità locali (i municipi). La politica non può e non deve essere identificata con il mero potere, altrimenti essa non «riesce a rispondere alla domanda sulla propria ragion d’essere» (Della politica come scienza etica, op. cit., p. 14).

La politica non può e non deve essere identificata con l’ideologicità, poiché l’ideologia «assume come proprio dirimente il proprio punto di vista e null’altro, escludendo in radice ogni sua valutazione critica» (ibidem). La politica non può e non deve essere identificata con la statualità, poiché lo Stato non assorbe in sé la socialità umana, né la storia di quel dato popolo. (Cristina Siccardi)

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