Il beato Pio IX, difensore della fede e della Chiesa

(di Giovanni Tortelli) Il 7 febbraio 1878 alle 17.40, dopo trentadue anni di intrepido e santo pontificato, si spegneva serenamente in Roma papa Pio IX. Fu una costernazione generale sia a Roma, dove il popolo era veramente attaccato al suo vecchio papa e sovrano, sia nel consesso nazionale ed europeo anche da parte di chi non era mai stato troppo tenero con le scelte dottrinali e politiche di papa Mastai Ferretti.

Era infatti unanime, anche da parte degli avversari, il riconoscimento dell’indomabile forza d’animo di questo Pontefice sempre al servizio della verità e della Chiesa. Alla sua morte, un fatto colpiva soprattutto: Pio IX lasciava una Chiesa più forte internamente ma più isolata nel contesto politico generale, dove un laicato liberal-massonico profondamente anticlericale gli imputava legami troppo stretti con l’ultramontanismo e con gli ambienti reazionari, oltre che per i suoi noti sentimenti antiunitari, antirisorgimentali e antimodernisti.

Eppure, al momento della sua elezione, il cardinal Giovanni Maria Mastai Ferretti era stato scelto proprio per il suo moderato liberalismo, come ecclesiastico distintosi non solo per la sua pietà e per il suo zelo apostolico ma anche perché lo si riteneva capace di riscattare dall’accusa di conservatorismo e di immobilismo la Chiesa lasciata dal suo pur grande predecessore Gregorio XVI. Proprio per queste sue doti, il giovane cardinale e vescovo marchigiano (il card. Mastai Ferretti aveva 54 anni al momento dell’elezione) aveva battuto in corsa tanto il cardinal Lambruschini, che avrebbe significato continuità col pontificato precedente, quanto il card. Gizzi, ritenuto di mentalità troppo aperta e progressista.

A suo favore, al momento dell’elezione, il card. Mastai Ferretti poteva vantare anche un’esperienza biennale (1823-1825) maturata in Cile dove aveva svolto una missione diplomatica, durante la quale aveva sviluppato le sue già notevoli capacità amministrative e si era reso conto personalmente della realtà della Chiesa missionaria in America latina e soprattutto dei pericoli che la dottrina cattolica e la Chiesa stessa correvano a contatto coi regimi liberali e progressisti di quel continente.

Quest’esperienza gli sarà particolarmente preziosa durante tutto il suo lungo pontificato, né mai mancherà il suo sostegno e il suo aiuto alla Chiesa missionaria e a quella in America latina in particolare. Contrariamente a quanto si è spesso preteso, Pio IX considerò sempre il movimento neoguelfo di Gioberti, Rosmini e Tosti come inadeguato al papato, un progetto meramente politico che avrebbe ridotto il capo spirituale della cristianità a capo di una federazione politica nazionale. Come dire, trascurare Dio per buttarsi nelle braccia di Mammona.

Certo, gli inizi del suo pontificato sembravano andare nella direzione di un certo liberalismo, frutto di scelte come la concessione di un’amnistia generale nel 1849, come l’adozione di norme più aperte in materia di libertà di stampa e di riunione, nonché per le tendenze liberali delle personalità di cui si era circondato all’inizio del pontificato, come il già ricordato cardinale Tommaso Pasquale Gizzi, che aveva nominato suo segretario di Stato; il giovane mons. Giovanni Corboli Bussi, nominato suo consigliere personale; il padre Gioacchino Ventura, seguace di quel Lamennais già condannato da Gregorio XVI con l’enciclica Mirarivos.

Lo stesso Metternich sembrò agitarsi un po’ di fronte a queste prime scelte, ma da statista di razza qual era comprese subito che si trattava solo di provvedimenti isolati del Papa, il quale dal canto suo non ebbe mai in animo alcun tipo di progetto di Stato costituzionale moderno riorganizzato sulle idee del 1789 (R. Aubert, I primi anni di pontificato di Pio IX, in St. della Chiesa, Jaca Book, vol. IX/2).

Ma anche a parlare di un iniziale “triennio liberale” del papato pïano, questo si interruppe subito, con la rottura avvenuta a Gaeta nel 1849 con le idee di Gioberti, Rosmini e Ventura, una rottura che costituì “il punto di non ritorno del suo pontificato” (R. de Mattei, Pio IX e la rivoluzione italiana, Cantagalli, Introd.).

In realtà, la vera natura di Pio IX e del suo pontificato fu, come rileva bene lo storico de Mattei, «intimamente controrivoluzionaria», tanto da fare di Pio IX il vero difensore contro il protestantesimo e la Rivoluzione francese, che il Pontefice aveva individuato «come tappe di una progressiva liquidazione della civiltà cristiana» (R. de Mattei, Pio IX, cit., Introd.).

Va dunque chiarito una volta per tutte l’equivoco di una prima fase del pontificato liberale e progressista e poi una seconda illiberale e odiosa agli occhi dei liberali anticlericali, perché «non esiste un Pio IX politico diverso dal Pio IX Papa, ma il Papa Pio IX che trattò sempre la politica da Papa» (B. Gherardini, Il beato Pio IX. Studi e ricerche, Ed. Pro Verbo).

Infatti, prosegue de Mattei, Pio IX ebbe una grande teologia della storia, «fondata sull’antagonismo morale delle due città destinate a lottare fino alla fine dei tempi, la civitas Dei incarnata dalla Chiesa cattolica, e la civitas diaboli, che nel secolo di Pio IX aveva assunto il ruolo della rivoluzione italiana ed europea».

Pio IX non permise che la seconda avesse il sopravvento sulla prima, della quale si eresse a custode. La grandezza di Pio IX fu dunque quella di aver compreso l’irriducibilità di una conciliazione fra l’istituzione divina, a cui Gesù Cristo aveva affidato la missione di annunciare la verità, e quelle forze rivoluzionarie che si facevano negatrici della legge naturale cristiana (R. de Mattei, Pio IX, cit., Introd.).

Nei suoi elementi di fondo, il pontificato pïano si caratterizzò per la definitiva liquidazione del gallicanesimo e del giuseppinismo, ma anche come eliminazione delle ultime tracce del deismo naturalista da cui era stato contaminato il cristianesimo all’acme del periodo illuminista. Nello stesso tempo, il Papa si fece assertore della Rivelazione, dell’Incarnazione, della Grazia, dell’Eucaristia e della centralità della Chiesa.

Questo grandioso magistero spirituale ed ecclesiologico di Pio IX è senza dubbio il risultato più notevole del suo lunghissimo pontificato, e la Chiesa ne uscì “più religiosa”. Perciò è legittimo, anzi doveroso ricordare che Pio IX inaugurò una serie di papi che anche sulla cattedra di Pietro si preoccuparono di rimanere sacerdoti e pastori di anime (R. Aubert, Il pontificato di Pio IX).

Il massimo merito di papa Mastai fu quello di aver integralmente salvaguardato i diritti della Chiesa, avendo la piena consapevolezza di essere il solo responsabile davanti a Dio della salvezza dei fedeli e della santità dei sacerdoti. La sua fede fu incrollabile e sempre manifesta, e sulla fede si resse tutto il suo papato.

Pio IX non si preoccupò di approfondire le grandi questioni teologiche, per esempio curò poco di studiare gli argomenti a sostegno del dogma dell’infallibilità, ma preparò personalmente e con grande cura la stesura definitiva della bolla sull’Immacolata Concezione. Si appoggiò sempre sul vivo sensus fidei della Chiesa, sulla certezza che essa ha di possedere certe verità, e di godere di una speciale protezione divina.

La sua fede fu sempre superiore a ogni considerazione umana e politica e perciò Pio IX non fu compreso proprio da quegli ambienti più politici che religiosi, che lo avrebbero voluto strumentalizzare ai loro fini fin dal principio. Una fede segnata alla devozione a Maria. Papa Mastai deve aver certamente pensato al dogma dell’Immacolata fin dall’inizio del suo pontificato, e forse dai suoi giorni più tristi passati a Gaeta.

L’8 dicembre 1854, giorno della proclamazione del dogma dell’Immacolata, dev’essere stato uno dei giorni più gioiosi nel suo lungo pontificato, ben superiore anche a quel 18 luglio 1870 nel quale fu proclamato il dogma dell’infallibilità. Monsignor Gherardini ricorda come il Papa stesso, a distanza di anni, rievocasse il giorno della proclamazione del dogma dell’Immacolata e confessasse il dono di aver ricevuto una forza e un vigore tale della sua voce, che la proclamazione del dogma fu udita distintamente in ogni angolo della basilica di san Pietro ricolma di fedeli.

La grandezza di Pio IX fu quella di saper riconoscere i tempi e leggerne i segni, capì di esser stato chiamato a governare la Chiesa in un momento di particolare travaglio: troppo fresca l’esperienza della Rivoluzione e del bonapartismo per considerare definitivamente chiuso quel capitolo, e prematuri i tempi nuovi, ma intanto il veleno del modernismo covava sotto le ceneri pronto a divampare. Da qui il Sillabo, annesso all’enciclica Quanta cura del 1864, atto d’amore di questo grande Pontefice per la salute spirituale del gregge universale affidatogli e oggi opera dai più ripudiata o ignorata, quasi si trattasse «di un’erronea contrapposizione della Chiesa al genio del secolo» (R. Amerio, Iota unum).

Con la sua articolata denuncia delle opinioni dominanti nel mondo, il Sillabo è più un’accusa dello stato del mondo che della Chiesa, dimostrato dal fatto che esso culmina sinteticamente nella condanna dello “spirito del secolo”.

Monsignor Gherardini, ultimo postulatore della causa di beatificazione di Pio IX, concludeva il resoconto sulla vita e sulla personalità di questo grande Pontefice con queste osservazioni: «Dolce e mite, comprensivo e clemente, Pio IX fronteggiò sempre l’eversione rivoluzionaria e non si dette mai per vinto dinanzi alle sue prepotenze. Fu proprio dinanzi ad esse che emerse la «imperterrita serenità» dell’uomo superiore».

«Imperterrita serenità», felice espressione coniata dal beato Giuseppe Toniolo con cui si sintetizza il mirabile equilibrio di “forza e di soavità” raggiunta da Pio IX, uomo di fede e d’azione, intrepido difensore delle prerogative della Chiesa in uno dei momenti in cui essa più violentemente veniva assediata. (Giovanni Tortelli)

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