Il beato Giuseppe Allamano sarà presto Santo

Il beato Giuseppe Allamano sarà presto Santo
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«La mia parola è per quelli desiderosi di acquistare la santità… Una è la santità, ma varia ne è la forma e diverse le vie per giungervi… La santità esige violenza… Si fa santo chi vuole… Avere fame e sete di santità… Solleviamo il nostro pensiero ai santi… Pensiamo a ciò che ci dicono dal Paradiso. Sono i nostri modelli: possono essere imitati da tutti perché vari nella vita e nell’eroismo delle virtù… Essi possono e vogliono aiutarci a ottenere le grazie di cui abbiamo bisogno. Ricorriamo alla loro intercessione con fiducia, con amore», questo diceva il beato Giuseppe Allamano, che verrà prossimamente canonizzato. Il 23 maggio scorso, infatti, papa Francesco ha autorizzato il Dicastero delle cause dei Santi a promulgare il decreto riguardante il riconoscimento di un secondo miracolo attribuito all’intercessione del beato Allamano.

«Prima santi poi missionari» diceva, e ancora ai suoi figli, Missionari e Missionarie della Consolata: «Come Missionari poi, dovete essere non solo santi, ma santi in modo superlativo. Non bastano tutte le altre doti per fare un Missionario! Ci vuole santità, grande santità. I miracoli si ottengono non tanto con la scienza, quanto piuttosto con la santità».

Padre Giuseppe Allamano fa parte di quell’armata di santi antiliberali, antiprotestanti e antimassonici, e non di “santi sociali”, della Torino del XIX secolo. La formula del politicamente corretto “santi sociali”, così definiti dalla vulgata progressista, toglie sacralità, ammantando volutamente il florilegio di santità torinese di laicismo. I santi, per natura propria, non sono solidali, bensì incarnano la Carità (altrimenti non sarebbero santi) secondo la dottrina di san Paolo, che con il suo Inno alla Carità cristiana precisa che cosa essa sia: «La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta. La carità non avrà mai fine. […] Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità!» (Cor 13, 4-7; 13).

Allamano rappresenta proprio questa santa Carità, cosa che contraddistingue tutti quanti i santi, altrimenti verrebbe meno la loro eroicità nelle virtù, e alcuni di essi la esprimono in modo particolare con la vita attiva più che con la contemplativa. Ma ci sono anche molti santi che uniscono la contemplazione all’azione, proprio come accadde nella santità subalpina in un periodo storico antiecclesiastico, anticattolico e persecutorio ai danni di Santa Madre Chiesa.

Giuseppe Allamano nasce a Castelnuovo d’Asti – comune che prese poi il nome di Castelnuovo Don Bosco – il 21 gennaio 1851. Figlio di contadini ferventi cattolici e nipote di san Giuseppe Cafasso (fratello di sua madre), che oltre ad essere il confessore dei condannati a morte, è stato eccezionale formatore al Convitto ecclesiastico di Torino di molteplici santi sacerdoti (fra cui lo stesso don Bosco), rimane orfano di padre quando non ha ancora compiuto tre anni. Frequenta poi il ginnasio a Valdocco e vanta come educatore lo stesso don Bosco. Per Giuseppe la vita al servizio di Dio è una certezza fin dalla più tenera età. Ordinato sacerdote della diocesi di Torino a 22 anni, nel 1873, si laurea nel 1877 alla Pontificia facoltà teologica della città e diviene assistente e poi direttore spirituale del Seminario nel 1880 per essere in seguito nominato, a 29 anni, rettore del più importante santuario del capoluogo subalpino, dedicato alla Madonna Consolata, per il quale avvia importanti opere di ristrutturazione. Intanto diventa formatore del clero allo straordinario Convitto ecclesiastico, fucina di santi pastori.

Come suo zio, don Cafasso, anche lui è considerato un eccellente formatore di sacerdoti, maestro di dottrina e di vita, ma diviene anche un intraprendente educatore di missionari, anche se non si muoverà mai dal Piemonte: la vita proiettata nel soprannaturale compie miracoli di questa sorta. Si accorge presto che dai seminari escono molti preti che vorrebbero diventare missionari per varcare terre e mari con lo spirito di evangelizzare chi ancora non conosce Cristo, ma sono ostacolati dalle diocesi, che volentieri elargiscono offerte alle missioni, ma sono avare di operai qualificati per questa particolare vigna, perciò l’Allamano prende una decisione: i missionari usciranno dalla congregazione che vuole erigere per tale scopo, infatti dichiarerà: «Non avendo potuto essere missionario io stesso a motivo della malferma salute, mi sono proposto di aiutare tutti quelli che ne hanno la vocazione».

Voleva essere semplice sacerdote, aveva una voce esile, quasi timida, sempre pronto a sparire della prime file, a mimetizzarsi nell’anonimato e nel silenzio; non è mai stato parroco, eppure ha plasmato generazioni di parroci, formando anche vescovi; spariva, ma allo stesso tempo sapeva interpellare con passione e coraggio i vertici della Chiesa e lo stesso Pontefice quando si trattava di evangelizzare, secondo lo spirito di Cristo e degli apostoli, le genti delle terre lontane. Così, dal 1885 al 1900 batte con umile tenacia gli intricati sentieri della burocrazia e sosta pazientemente nelle anticamere ecclesiastiche senza mai perdere di vista l’obiettivo.

Il 29 gennaio 1901 fonda l’Istituto Missioni della Consolata che nel 1902 avvierà le sue attività con la partenza per il Kenya dei primi quattro missionari, due sacerdoti e due coadiutori. L’anno successivo, per rispondere alle necessità della missione keniota e in collaborazione con l’istituzione del Cottolengo, vengono inviate delle suore vincenziane; ma, venendosi a creare l’assoluta esigenza di avere più suore, nel 1910 fonda anche le Missionarie della Consolata. «Il Signore, che ha ispirato questa fondazione, ne ha anche ispirate le pratiche, i mezzi per acquistare la perfezione e farci santi. Se Egli ci vorrà sollevare ad altre altezze, ci penserà Lui, noi non infastidiamoci. Certa gente cerca sempre le cose grandi, straordinarie. Non è cercare Dio, perché Egli è tanto nelle cose grandi come nelle cose piccole; perciò bisogna star attenti a far tutto bene. I Santi sono santi non perché abbiano fatto dei miracoli, ma perché bene omnia fecerunt» (Cfr. Lorenzo Sales, La vita spirituale dalle Conversazioni ascetiche del Servo di Dio Giuseppe Allamano, fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata, Edizioni Missioni Consolata, Torino 1963, p. 129).

Tuttavia ciò non gli basta. Nel 1912, insieme ad altri superiori di istituti missionari, denuncia a papa san Pio X l’ignoranza che circola sulla questione missionaria a causa di una insensibilità diffusa nella gerarchia ecclesiastica. Chiede al Pontefice di intervenire e propone di istituire una giornata missionaria annuale, «con obbligo d’una predicazione intorno al dovere e ai modi di propagare la fede». Ma arriva il vento della Prima guerra mondiale e papa Sarto muore. Sarà Pio XI a raccogliere tale eredità, erigendo nel 1927, attraverso la Pontificia Opera della Propagazione della Fede, la «Giornata Missionaria Mondiale», ufficializzata ogni anno (solitamente la terza domenica di ottobre), realizzando così il progetto di padre Giuseppe Allamano. Un risultato a lui postumo, poiché era spirato il 16 febbraio (giorno della sua memoria liturgica) del 1926.

Le sue spoglie, in attesa della resurrezione, riposano nella chiesa del Beato Giuseppe Allamano della Casa Madre dei Missionari della Consolata in corso Ferrucci 18, all’interno di un sarcofago di pietra d’Istria, scolpito da Giordano Pavesi in occasione della traslazione della salma, dal cimitero monumentale di Torino, che avvenne nell’ottobre del 1938. Padre Giuseppe Allamano, rettore del santuario della Consolata per ben 46 anni, è rappresentato nell’atto di inviare i figli e le figlie nelle missioni, con l’iscrizione latina, che fece suo motto: «Et annunciabunt gloriam meam gentibus» (Is 66,19). Il concetto di missione, in questo nostro tempo della laica fratellanza universale e del pluralismo religioso senza distinzioni di Verità, già avviati con il Concilio Vaticano II, non è più questo. Possa la Chiesa di Roma rinsavire alla luce dei suoi santi, come santo fu il nipote di Cafasso e l’allievo di don Bosco.

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