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III Convegno sul motu proprio Summorum Pontificum (13-15 maggio 2011)

Il 13 maggio u.s. si è aperto, presso la Parrocchia della SS. Trinità dei Pellegrini in Roma, il III Convegno sul motu proprio Summorum Pontificum, con il titolo ben scelto di Una speranza per tutta la Chiesa. La particolare coincidenza della pubblicazione dell’attesa Istruzione “Universae Ecclesiae” ha dato da subito ai convegnisti, e a tutti i fedeli della Messa tridentina o Usus Antiquior, una letizia e uno slancio che traspariva sui volti dei più.

Il Convegno, organizzato dal domenicano padre Vincenzo Nuara, si è diviso in 3 momenti forti. Il primo giorno, riservato ai chierici, è ruotato attorno ad una conferenza spirituale tenuta da p. Cassiano Folsom, superiore della comunità benedettina di Norcia. A seguito, sempre nella parrocchia personale della SS. Trinità, si è avuta la Consacrazione del clero al Cuore Immacolato di Maria e la recita dei Vespri Solenni con la partecipazione del Vescovo ausiliare di Astana, mons. Athanasius Schneider. Il secondo giorno, 14 maggio, è stato dedicato ai lavori teologici, mentre il 15 maggio si è avuta una solenne liturgia in San Pietro.

Il cuore del Convegno, con la partecipazione di oltre 500 persone, si è svolto presso l’Aula Minor della Pontificia Università S. Tommaso d’Aquino in Urbe ed è stato inaugurato dalla celebrazione, davvero toccante, della S. Messa nella Chiesa dei SS. Domenico e Sisto, situata presso l’Angelicum.

Dopo un breve saluto del dottor Angelo Pulvirenti di “Giovani e Tradizione”, i lavori sono stati aperti da padre Vincenzo Nuara, che ha ricordato le ragioni di fondo eminentemente spirituali dell’iniziativa, nata soprattutto per ringraziare Dio e il Santo Padre della possibilità di fruire dell’immenso e inesausto tesoro della Liturgia Romana Tradizionale.

La prima relazione è stata quella del card. Cañizares Llovera, prefetto della Congregazione del Culto e della Disciplina dei Sacramenti, che ha voluto manifestare la sua preoccupazione per la retta celebrazione della Liturgia cattolica. È stata in tal senso citata e commentata più volte la Sacrosanctum Concilium del Concilio Vaticano II, specie nel punto dottrinalmente più denso in cui si ricorda che la celebrazione liturgica è finalizzata alla gloria di Dio e alla santificazione delle anime. La Riforma liturgica, avviata sotto Pio XII e compiutasi solo con Paolo VI, secondo il Prefetto del Culto, oltre a dei benefici indubbi, come il rinnovamento della partecipazione e l’aumento dei testi biblici, ha avuto delle ombre, peraltro già riconosciute da Giovanni Paolo II in Ecclesia de Eucaristia (2003). Anche nella Redemptionis Sacramentum del 2004 si parla di gravi abusi liturgici e perfino di profanazioni, ha rammentato il porporato, mentre la liturgia cristiana dovrebbe essere “la fonte e il culmine della vita cristiana” come voleva il dettato conciliare. Ogni vero riformatore è custode del Rito e obbedisce alla fede e alla Chiesa, come mostra l’esempio dei santi.

Il prelato ha quindi auspicato un nuovo movimento liturgico, che stavolta però non si allontani dalla tradizione liturgica del rito romano, come avvenne anche a causa di certe decisioni prese nel post-Concilio e che hanno svalutato il culto e la sua dignità. Secondo il cardinale restano prioritari gli usi tradizionali per comunicarsi, l’orientamento del celebrante, la centralità della croce (sparita da varie nuove chiese!). La Sacrosanctum Concilium fu concepita da certi esperti come lasciapassare per manipolare la liturgia, ma questo la allontana dal suo scopo precipuo che è l’adorazione. Alla fine sua Eminenza ha citato una tesi di dottorato ancora inedita, sostenuta al Pontificio Ateneo di sant’Anselmo, in cui un giovane teologo apporta lumi decisivi circa l’unità della visione liturgica di Joseph Ratzinger. Secondo questa lettura prima ancora di ritoccare i riti, è bene cambiare la mentalità degli attori liturgici e dei fedeli: il ritorno al concetto di Tradizione appare necessario e improcrastinabile. La liturgia è infatti Tradizione.

La seconda relazione è stata quella di mons. Marc Aillet, ordinario di Bayonne e ottimo cultore di scienze liturgiche. Il cuore del suo intervento sta nell’idea della reciproca influenza che le due forme liturgiche dovrebbero avere, all’interno dell’unico Rito Romano. Mons. Aillet parla della sua esperienza di presbitero della “Comunità san Martino”, fondata con l’aiuto decisivo del cardinal Siri, in cui la scelta della Liturgia rinnovata fu fatta sin dall’inizio. Ciononostante sua Eccellenza ha ammesso che nelle forme liturgiche ci possono essere delle variazioni accidentali e dunque delle correzioni che si impongono. Essa deve rivelare il mistero rendendolo presente, concreto, quasi visibile, nel suo nucleo più profondo resta un mistero che ci supera. Anche se al posto del latino si usa il francese o l’italiano per dire «Questo è il mio corpo», la frase non può dirsi pienamente comprensibile poiché il mistero resta tale e quale. E ciò, nota il prelato, non è un male poiché Dio così ha voluto. Il latino poi, sia nel Rito antico che in quello nuovo, sta alla liturgia romana un po’ come l’iconostasi sta ai riti orientali: esso è importante e da ripristinare, poiché sottolinea l’incomprensibilità del mistero divino e questa incomprensibilità è già una grande comprensione.

Nel rito tradizionale, ha aggiunto il Vescovo, il mistero mistagogico è più chiaro: esso sarebbe un culto di tonalità “misterico-trascendente” secondo il parere di alcuni, mentre il nuovo Messale sarebbe più caratterizzato come rito “umano-sociale”. Dopo aver svolto interessanti parallelismi tra i due messali (del 1962-1969), Aillet si è detto convinto della possibile integrazione e quasi unificazione delle due forme liturgiche. Il Messale antico apporterebbe il plus-valore del silenzio e del raccoglimento, che favorisce la vera partecipatio actuosa (il cui principio risale a san Pio X). Il Messale antico però potrebbe essere a sua volta arricchito da alcune aggiunte, come una più ampia scelta di letture, ma con un’inserzione discreta tale da non generare equivoci. Il Messale del 1969-70 dovrebbe inoltre avere qualche ripetizione in più in modo da permettere ai fedeli di assimilare meglio certe verità bibliche. Il prelato ha riferito del caso di un mussulmano che avrebbe detto che i cattolici, se davvero credessero alla presenza reale di Cristo nell’Eucarestia, dovrebbero prosternarsi! Il Vescovo ha commentato dicendo che se la prosternazione è rara nella liturgia cattolica, comunque non è del tutto assente (come nel rito di Ordinazione sacerdotale o nel battesimo degli adulti) e i sacerdoti dovrebbero essere d’esempio, almeno nel genuflettersi, nel silenzio di adorazione, e nella pietà verso il corpo e il sangue di Cristo. La speranza di Aillet è che insomma si arrivi ad un unico nuovo Messale, purché totalmente radicato nella Tradizione.

La terza relazione è stata tenuta dal card. Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’Unità dei cristiani con il tema La Liturgia antica della Chiesa, come ponte ecumenico. Il prelato tedesco ha notato d’emblée la dura opposizione alla liturgia tradizionale in nome dell’ecumenismo, cosa di per sé sbalorditiva. La causa sta nella idea fallace della Riforma liturgica post-conciliare quale rivoluzione, e non come avrebbe dovuto essere, di sviluppo organico della Tradizione. Secondo il cardinale ci deve essere una necessaria continuità tra i due Riti evitando ogni contrapposizione e ogni frattura, attraverso dualismi teologici impropri. Il primo dualismo tra Messa-sacrificio, tipico della Messa antica, e Messa-cena, proprio della Messa rinnovata. Questo dualismo è da superare nel senso che anche il Rito riformato deve essere letto come ripresentazione del sacrificio della croce. D’altronde anche nella teologia tradizionale si ammetteva l’idea di banchetto fraterno nella liturgia eucaristica. Il Catechismo della Chiesa cattolica, citato dal cardinale quale garanzia della continuità teologica e dottrinale della Chiesa, afferma sia la dimensione sacrificale (indubbiamente prioritaria) sia la dimensione sociale-conviviale della Messa cattolica, a prescindere dal rito.

Un secondo dualismo da superare è quello tra sacerdote (unico) celebrante tipico del Messale tradizionale e quello del popolo celebrante, associato alla riforma liturgica del post-Concilio. In realtà, sempre secondo il Catechismo, è vero che tutti i fedeli hanno un certo carattere sacerdotale (oltre che profetico e regale, connesso col battesimo), ma è anche vero che solo il ministro consacrato ha la potestà di agire come Cristo Capo e solo il presbitero ordinato pertanto celebra i sacramenti “in persona Christi”. Il dualismo è falso anche per il carattere cristocentrico della Liturgia: è Cristo il primo e più autentico celebrante, solo dopo vi è il sacerdozio ministeriale e quindi quello comune dei battezzati. Oggi però, secondo il Koch, c’è una forte ripresa dell’adorazione eucaristica extra missam, segno che l’idea che l’adorazione non sia partecipazione attiva tende a scomparire.

Un terzo dualismo teologico difettoso sarebbe quello tra la dimensione cosmica della liturgia tradizionale e l’aspetto sociologico del Novus Ordo Missae. La Liturgia cristiana, infatti, ha sempre, intrinsecamente, un orizzonte cosmico e sovrannaturale, che esula sostanzialmente dai poteri dei singoli uomini. Secondo il teologo bisognerebbe tornare al Conversi ad Dominus della liturgia dei Padri per sottolineare meglio il carattere teocentrico e non antropocentrico del Culto divino. Ha concluso notando che nessuno si è mai sentito offeso per il fatto che il conducente dell’autobus, o la guida alpina, gli dia le spalle nel compiere il proprio servizio! E questo orientamento verso il Signore secondo il prelato sarebbe decisivo per riaffermare queste dimensioni un po’ neglette della Liturgia, anche perché, in chiave ecumenica, sono solo i cattolici che hanno preoccupazioni di “galateo liturgico”: i musulmani pregano, ovunque si trovino, rivolti alla Mecca, gli Ebrei verso Gerusalemme, gli Ortodossi hanno l’iconostasi, varie comunità protestanti hanno mantenuto l’altare alla parete. Il ritorno alla liturgia tradizionale nella Messa cattolica ci avvicina ai fratelli separati, non ci allontana da loro.

La quarta relazione è stata quella di mons. Athanasius Schneider sul tema degli “Ordini minori”. Il Vescovo del Kazakistan ha fatto notare che la Liturgia è ordine, non disordine e tutto deve essere regolato nel culto in modo da piacere a Dio, più che a noi, suoi umili adoratori. È Dio infatti che chiede all’uomo di essere adorato e le norme liturgiche sono essenziali ed essenzialmente codificate. Per esempio nella Rivelazione dell’Antico Testamento, specie nel Levitico e nell’Esodo, abbondano le regole per il culto a Dio gradito. Riguardo alla questione degli Ordini minori il prelato ha citato vari Padri e Dottori della Chiesa, come i Papi Clemente e Cornelio, che già nel III secolo parlano di Vescovi, Presbiteri, Diaconi, e 4 ordini minori (suddiaconi, esorcisti, lettori e ostiari). Secondo i Padri inoltre, ha affermato mons. Schneider, il culto del Nuovo Testamento deve fondarsi su quello dell’Antico e perciò ritornano sempre i riferimenti alle figure maggiormente sacerdotali di esso, come Abramo, i Leviti, Aronne, Melchisedek, etc. Questa concezione del sacerdozio si è assai offuscata e, secondo il presule, andrebbe ripristinata al più presto. La tradizione degli ordini minori evidentemente ha una sorgente nella predicazione apostolica e post-apostolica e non può essere nata dal nulla. Per secoli e secoli si è avuta una tradizione ininterrotta in tal senso, fino alle variazioni del 1972 con la soppressione degli ordini minori e la loro sostituzione con i ministeri. Ma questi ministeri, svincolati da ogni riferimento al sacerdozio di Cristo, sono stati spesso conferiti a cristiani di sesso femminile e c’è chi vorrebbe un diaconato femminile stabile, che poi logicamente aprirebbe la strada al sacerdozio femminile, esplicitamente escluso dalla Chiesa, dalla Tradizione e dal Magistero, per esempio da Giovanni Paolo II. Secondo mons. Schneider il lettorato muliebre abituale e l’accolitato muliebre sono già ferite alla tradizione liturgica, sia occidentale che orientale e andrebbero rivisti. In conclusione, e con grande zelo apostolico, sua Eccellenza ha chiesto pubblicamente un motu proprio che completi il Summorum Pontificum, al fine di restaurare stavolta gli Ordini minori riservati, come da tradizione, al sesso maschile.

Dopo la recita del S. Rosario, mons. Guido Pozzo ha tenuto un apprezzato intervento spiegando approfonditamente il senso e la portata dell’Istruzione Universae Ecclesiae, appena pubblicata. Senza negare affatto le difficoltà di ricezione del Summorum Pontificum, il Segretario della Pontifica Commissione Ecclesia Dei, ha notato che si registra un forte aumento delle domande di applicazione del documento specie dall’Europa, dall’America e dall’America Latina, meno da Asia e Africa. Secondo Pozzo il motu proprio ha prodotto “frutti notevoli” e tali ne produrrà certamente anche in futuro. Ha illustrato i punti nuovi dell’Istruzione e ha ribadito un concetto di fondamentale importanza: secondo la legge attuale della Chiesa la forma straordinaria (il Messale di s. Pio V) non sta alla forma ordinaria (il Messale di Paolo VI) come l’eccezione alla regola, ma entrambe le forme hanno pari dignità e questo è garanzia per una futura diffusione del Rito tradizionale.

La quinta relazione è stata svolta magistralmente da mons. Nicola Bux sul tema dell’Ordine sacro nel Pontificale tradizionale, ovvero del 1961-62. Il Pontificale Romanum si colloca tra le riforme iniziate da Pio XII e pubblicate sotto Giovanni XXIII. Dopo una dotta ricognizione circa il rito di Ordinazione nel primo millennio cristiano, il liturgista ne ha mostrato sviluppi ed evoluzioni negli ultimi 6 secoli, dal ‘400 ad oggi. Nel 1485 venne pubblicata l’editio princeps del Pontificale a cui si rifarà sempre la tradizione successiva sino al 1962. Il teologo ha poi mostrato lungamente la bellezza, teologica, spirituale e ascetica delle preghiere di ordinazione diaconale, sacerdotale ed episcopale del Rito anteriore alla riforma liturgica. Esse davano una dimensione sovrannaturale all’ordinando che, di fatto, si è perduta, almeno in parte. Essa andrebbe recuperata mettendo al centro Dio: il clero, fin dal seminario, dovrebbe essere sicuro del proprio ruolo nella società e del suo compito che è essenzialmente quello di portare Dio agli uomini. Se si parla e si soffre tanto dei problemi legati alla secolarizzazione è anche perché non è ben chiara la separazione netta tra sacro e profano. Se il sacro avanza, il profano retrocede e viceversa. Quando questi concetti torneranno in auge, l’identità del prete e il ruolo unico di mediazione sacerdotale, quale ponte fra cielo e terra, verranno automaticamente ristabiliti.

La sesta relazione è stata letta da suor Maria Grazia che ha presentato un vibrante e dotto discorso di Madre Francesca Perillo, superiora delle Francescane dell’Immacolata di Città di Castello. La religiosa si è occupata delle origini apostolico-patristiche della Messa tridentina. La sua convincente dimostrazione si è fondata sugli studi classici di Guéranger e Fortescue che hanno mirabilmente sintetizzato i Padri e gli antichi Dottori ecclesiastici riguardo alla tradizione liturgica occidentale. Fin dal I secolo la Liturgia cristiana è un ordo, assai preciso, regolato dall’alto senza alcuna idea di creatività. Tutti gli sviluppi successivi, notevoli in ampiezza e profondità, restano però fedeli a una strada tracciata sin dalle origini più antiche della cristianità. Madre Francesca ha mostrato, citando l’autobiografia del cardinal Ratzinger, in cosa il Messale rinnovato è parso allontanarsi dalla via maestra della Tradizione e quale urgente bisogno di recupero ci sia da mettere in conto se si vuole che la Liturgia torni ad essere quello che, oggettivamente, oggi non è più. La setta anti-liturgica (Guéranger) ha sempre avuto in odio la Tradizione e proprio nel XX secolo a causa degli esiti paradossali del movimento liturgico ha avuto la sua vittoria più grande e funesta: l’abolizione del latino, della sacralità e della ritualità all’interno della Messa cattolica-romana. In tal senso la suora francescana ha citato i cardinali Bacci e Ottaviani che paventavano già nel 1969 quella secolarizzazione e quella profanazione che poi, inopinatamente, si è realizzata nelle nostre chiese.

La settima ed ultima relazione è stata quella del professor Roberto de Mattei sul valore del latino nel culto e nell’evangelizzazione. Lo storico romano ha mostrato la falsità dell’assioma oggi banalizzato da larga parte della storiografia cattolica secondo cui il latino avrebbe con la Chiesa solo un rapporto contingente dovuto alla storia e segnatamente alla svolta costantiniana del 313. All’alba del Concilio questa idea di superamento del latino, oltre che della filosofia greca fondamento della scolastica, fu espressa a chiare lettere dal domenicano padre Chenu, in una conferenza del 1961. Idee simili, oggi è innegabile, si diffusero in lungo e in largo nell’Assise conciliare e dopo il Concilio presero il sopravvento nella teologia e nel pensiero cattolico dominante. In realtà il latino liturgico, sebbene posteriore al greco, precede Costantino e già a metà del III secolo ve ne è un segnalato uso in varie comunità. Non è vero poi che la latinizzazione dei popoli pagani fu causata solo e soltanto dalla loro precedente romanizzazione politica: l’Irlanda, per esempio, fu latinizzata solo con l’evangelizzazione, e se il gaelico restò nella predicazione e nei sermoni il latino entrò da subito nel culto, senza alcuna “inculturazione” previa. Il rapporto strutturale tra fede cristiana e lingua latina è evidente e singolare e non si colloca negli accidenti imperscrutabili della storia, ma piuttosto nelle necessità che la Provvidenza dispone: come la Bibbia è solo ebraica e greca, la scolastica è latina e il diritto canonico dipende dal diritto romano, così il culto cristiano richiedeva una lingua sacra, immutabile, nobile e universale. Tutte caratteristiche che Giovanni XXIII indicherà nella magistrale Veterum Sapientia nel 1962 quali proprie della lingua di Roma, e che solo 10 anni dopo sarebbero state giudicate, da prelati e pastori, “idee medievali”!

In realtà il ritorno al latino si farà, seppure per gradi, visto che la natura umana non cambia e la necessità dell’evangelizzazione e della precisione del dogma richiedono, oggi come ieri e domani come oggi, una lingua fissa e sicura, quale solo il latino fu ed è.

La Messa in latino dunque ha il ruolo storico di farci riappropriare delle nostre radici più alte: l’opposizione ad essa non si colloca nel registro delle scelte opinabili di scuola, ma in quello delle retrocessioni eterodosse verso il baratro.

Il giorno seguente, 15 maggio, sua Eminenza il card. Walter Brandmüller ha celebrato un solenne Pontificale all’Altare della Cattedra in San Pietro di Roma, alla presenza dei cardinali William Levada, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Franc Rodé, ex Prefetto emerito della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, Domenico Bartolucci, Direttore perpetuo della Cappella Sistina, animato dal Coro Gregoriano del Pontificio Istituto di Musica Sacra in Roma diretto dal Mons. Renzo Cilia e dal Coro della Fondazione Domenico Bartolucci, in parte diretto dallo stesso prelato. L’accompagnavano migliaia di fedeli entusiasti e centinaia di chierici, diocesani e religiosi, quale stuolo magnifico di armonia e dignità. Tutti i convegnisti, più molti altri intervenuti per la Messa, hanno concluso la tre giorni, recitando col Santo Padre il Regina Coeli di mezzogiorno. (Fabrizio Cannone)