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I meriti e il fallimento di Silvio Berlusconi

(di Danilo Quinto) Come abbiamo anticipato e previsto su queste colonne, l’impegno del Partito della Libertà sul tema della riforma della giustizia, si sta risolvendo, in queste ore, con la firma dei referendum proposti da Marco Pannella.

Non importa se quella firma traina anche referendum come quello sul divorzio breve, che massacra ulteriormente il matrimonio e la famiglia; quello che vuole abolire per gli immigrati il reato di clandestinità, sull’onda del più totale disprezzo dei diritti di chi vive in Italia; quello sulle droghe, in modo che sia evitato il carcere per chi le spaccia e che le detiene; quello sull’8xmille, che intende distruggere le opere caritatevoli della Chiesa Cattolica.

Del resto, è ampia nel centrodestra la disponibilità a promuovere quelle «conquiste di libertà» che intendono scardinare i principi del diritto naturale. Si pensi alle legge sull’incesto, a quella sull’omofobia, approvata di recente in Commissione alla Camera, ai progetti di legge sulle unioni tra persone dello stesso sesso.

Il merito storico di Silvio Berlusconi, quello di aver impedito, vent’anni fa, che il Paese fosse consegnato alla cultura e al potere post-comunista, viene seppellito – anche qui sul piano storico – da almeno tre fatti di cui è stato protagonista lo stesso Berlusconi.

Il primo riguarda, l’errore politico più grande che gli si può ascrivere: avere scelto di operare in politica con un metodo esattamente opposto a quello dell’imprenditore. Si è avvalso di meri esecutori – spesso rapaci ‒ non di collaboratori, capaci di consigliarlo e di conservare la loro autonomia. La conseguenza è stato il costituirsi di una classe dirigente ondivaga e evanescente e l’impossibilità di far crescere una leadership alternativa. Senza di lui, il centrodestra è morto e Berlusconi questo lo sa.

Il secondo fatto: l’incapacità di offrire al Paese un progetto di medio-lungo termine, diciamo pure una speranza di Riforme, che ponesse al centro la persona-cittadino nella sua integrità in rapporto all’azione della politica. Avrebbe coniugato, così, la sua “visione” liberale – proclamata, almeno – con quella di “servizio” e di “bene comune” e sarebbe divenuto l’erede politico della grande tradizione dei cattolici impegnati in politica, da Sturzo a De Gasperi, a Moro.

Il terzo fatto è stato rappresentato dalle vicende penali, che hanno accompagnato i primi due fatti, senza determinarli. I contraltari di Berlusconi, per vent’anni, si sono uniti nella logica autodistruttiva del nemico, senza proporre uno straccio di programma alternativo e sono persino riusciti a coprire scandali che riguardavano il loro assetto di potere, si pensi al caso del Monte Paschi di Siena, che avrebbero distrutto chiunque a qualsiasi latitudine.

Al vulnus alla Costituzione, rappresentato da un potere giudiziario che, a partire da Tangentopoli, ha determinato i processi politici, non si è contrapposto nulla per garantire, sul piano generale, la certezza del diritto e la separazione, che dev’essere netta in uno Stato di diritto, tra il potere legislativo e quello giudiziario. La scadenza del 30 luglio, giorno in cui la Corte di Cassazione si pronuncerà sulla condanna a quattro anni e sull’interdizione perpetua dai pubblici uffici a carico di Berlusconi, rappresenta solo, piaccia o non piaccia, l’epilogo di questi fatti. Dopo il 30 luglio, ci sarà un’altra sentenza e un’altra ancora.

La «pacificazione nazionale», di cui parla Berlusconi, non viene garantita dai provvedimenti del Governo Letta, che ha caratteristiche simili a quelle del suo predecessore, anch’egli sostenuto per un anno e mezzo dal centrodestra. Avrebbe potuto essere assicurata ai tanti moderati, cattolici e anti-comunisti che hanno votato centrodestra in questi anni e che hanno atteso invano che le promesse di Riforma sbandierate a lungo e disattese, diventassero realtà. (Danilo Quinto)