I diritti di Dio e la liturgia dopo il Vaticano II

(di Federico Catani) Tra le riforme del Concilio Vaticano II, quella liturgica è senza dubbio la più discussa. I cambiamenti avvenuti sembrano in effetti costituire una vera e propria rottura con le norme fondamentali della liturgia romana e dello stesso diritto liturgico. Ma cosa è accaduto realmente? A questa domanda cerca di rispondere il giovane studioso Daniele Nigro nel suo I diritti di Dio. La liturgia dopo il Vaticano II (Sugarco Edizioni, pp. 136, € 15, prefazione del card. Raymond Leo Burke).

In questi ultimi cinquant’ anni le norme liturgiche sono state disattese e la vigilanza delle autorità ecclesiastiche è quasi del tutto mancata. Molte formule della tradizione da fisse sono diventate modificabili, la musica liturgica è scaduta in canzonette troppe volte ridicole, l’architettura sacra ha prodotto degli edifici orribili e per nulla adatti alla preghiera, il latino è stato abbandonato, nelle chiese sono scomparse le balaustre e gli altari sono stati trasformati in mense. I ministri di Dio, poi, si sono spesso macchiati di gravi abusi. «Dopo il Concilio non si è trattato più di mitigare la rigidità della legge, ma si è arrivati a minimizzarla al punto che risulta inutile porre il problema dell’osservanza, tanto meno quello della sua forza vincolante; in tal modo l’uso della liturgia ha ceduto il passo all’abuso» (p. 108).

Eppure da sempre la Chiesa ha fissato delle regole ben precise, racchiuse nelle rubriche, per normare quello che è il suo culto pubblico ufficiale, la cui sacralità e santità «comporta un mistero che chiede di essere avvicinato con la massima riverenza» (p. 50). Come diceva San Roberto Bellarmino, infatti, «il fine precipuo dei divini uffici non è l’istruzione o la consolazione del popolo, ma il culto dovuto a Dio dalla Chiesa» (p. 31). Ora, visto che «l’abuso liturgico implica gravi responsabilità personali e sociali, perché può trasformare un mezzo salvifico (…) in una privazione o diminuzione di grazia» (p. 117), è più che mai necessario che i laici facciano sentire la propria voce, a norma del diritto canonico. È un dovere del fedele segnalare gli scempi, «pena l’omissione e in un certo senso un concorso di colpa» (p. 118).

Secondo Nigro, la crisi dello ius liturgicum non è frutto solo di una cattiva interpretazione della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium. «Se si ammette che il principio dello sperimentalismo ha dato luogo alla malintesa creatività (…); che quello dell’adattamento ha dato luogo all’inculturazione selvaggia o meno (…); che quello dell’antirubricismo ha dato origine agli abusi e ai reati, si dovrà ammettere pure che essi sono i punti deboli o almeno ambigui insiti nella Costituzione liturgica e soprattutto nella riforma conciliare» (pp. 112-113).

Il semplice fatto che ad essa siano seguite numerose istruzioni chiarificatrici (tra cui la Redemptionis Sacramentum, del 2004, che però nessuno si è mai preso la briga di far rispettare) significa effettivamente che qualcosa non va. Purtroppo si è cercato di rimediare troppo tardi! Un’ulteriore correzione di rotta, volta a ribadire il principio della continuità dottrinale e liturgica con la tradizione, è venuta da Benedetto XVI col Motu proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, che ha ridato finalmente piena cittadinanza nella Chiesa alla messa in rito antico.

Ma anche in questo caso, mancando seri provvedimenti autoritativi e disciplinari, l’esempio e l’insegnamento liturgico del Papa risultano ignorati e in molti casi addirittura osteggiati. È vero che oggi la liturgia è tornata al centro del dibattito. Ma è pur vero che della cosiddetta «riforma della riforma», la cui realizzazione appare assai remota, in tanti parlano senza però far capire in cosa dovrebbe consistere. (Federico Catani)

 

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