I castighi di Dio nella Fede cattolica: il Professor de Mattei risponde a Padre Mucci s.j.

Sull’ultimo numero de “La Civiltà Cattolica” è apparso un articolo, a firma del padre Giandomenico Mucci s.j., dal titolo La verità e lo scandalo (1). Lo scandalo è quello suscitato dal discorso da me tenuto a “Radio Maria”, il 16 marzo scorso, sulla tragedia giapponese. Non si comprende bene invece quale sia la “verità”, anche perché l’articolazione del pensiero di padre Mucci non è chiarissima. Proverò comunque a riassumere le sue tesi.

Mucci premette che soltanto il Magistero dei Concili e dei Papi, e non quello dei singoli vescovi, gode della prerogativa dell’infallibilità (e ciò perché, a sostegno delle mie idee, avrei citato “l’opinione di un antico vescovo siciliano”, che non nomina, ma che è mons. Orazio Mazzella (2), autore, nel 1909, di una riflessione sul terremoto di Messina da me citata non perché infallibile, ma perché riflette fedelmente l’insegnamento della Chiesa su questo punto).

Per spiegare che cosa insegna la Chiesa Cattolica, padre Mucci si richiama peraltro non a Papi o a Concili, ma solo al Nuovo Catechismo della Chiesa cattolica (nn. 272 ss; n. 309 e 310) e alla voce Male del Nuovo Dizionario di Teologia, da cui trae alcune considerazioni sulla sofferenza e sul dolore, secondo cui Dio ricava il bene dal male per vie che conosceremo pienamente soltanto nella vita eterna. “Questo, e soltanto questo, – scrive Mucci – è ciò che la Chiesa, educata dalle Scritture, insegna sul male fisico. Il resto sono elucubrazioni private, di scuola o di studiosi singoli”(3).

In merito al terremoto del Giappone lo scrittore gesuita esclude categoricamente che si possa essere trattato di un castigo, anche perché, scrive, “pur ammettendo che il Signore voglia punire le colpe degli uomini, non riusciamo a capire con quale giustizia egli potrebbe aver punito un popolo a prevalenza scintoista e non, poniamo, l’Europa che ha dimenticato e misconosciuto la sua vocazione cristiana e sembra avviarsi a un’ampia scristianizzazione”(4).

L’essenza della tesi di padre Mucci è insomma nella rimozione del termine e dell’idea di “castigo divino”, perché “la sofferenza non ha il senso di un castigo del peccato, ma quello di una misteriosa conformazione e associazione all’opera redentrice di Cristo” (5).
Poi, la repentina conclusione: “La dottrina cattolica può essere accettata o respinta, ma, in tutte le sue parti, come non manca di nobiltà, così non è priva di coerenza, e non merita di essere derisa e incautamente esposta a essere diffamata” (6).

Negli stessi giorni in cui appariva l’articolo de “La Civiltà Cattolica”, Benedetto XVI, nell’udienza generale del 18 maggio, parlava della preghiera di intercessione di Abramo per Sodoma e Gomorra, le due città bibliche punite da Dio a causa dei loro peccati, perché Abramo non poté trovare in esse neppure dieci giusti, che ne meritassero la salvezza.
Il Signore voleva questo: un numero anche minimo di giusti per salvare la città. “Ma – afferma il Papa – neppure dieci giusti si trovavano in Sodoma e Gomorra, e le città vennero distrutte. Una distruzione paradossalmente testimoniata come necessaria proprio dalla preghiera d’intercessione di Abramo. Perché proprio quella preghiera ha rivelato la volontà salvifica di Dio: il Signore era disposto a perdonare, desiderava farlo, ma le città erano chiuse in un male totalizzante e paralizzante, senza neppure pochi innocenti da cui partire per trasformare il male in bene. Perché è proprio questo il cammino della salvezza che anche Abramo chiedeva: essere salvati non vuol dire semplicemente sfuggire alla punizione, ma essere liberati dal male che ci abita. Non è il castigo che deve essere eliminato, ma il peccato, quel rifiuto di Dio e dell’amore che porta già in sé il castigo. Dirà il profeta Geremia al popolo ribelle: «La tua stessa malvagità ti castiga e le tue ribellioni ti puniscono. Renditi conto e prova quanto è triste e amaro abbandonare il Signore, tuo Dio» (Ger 2,19)” (7).

Il Papa ricorda dunque che “non è il castigo che deve essere eliminato, ma il peccato, quel rifiuto di Dio e dell’amore che porta già in sé il castigo”. Il peccato porta con sé, come conseguenza, il castigo, sia sul piano individuale che su quello collettivo.
Con queste parole Benedetto XVI non ha fatto altro che collegarsi ai suoi immediati predecessori, quei Papi il cui Magistero gode, come ricorda padre Mucci, della prerogativa dell’infallibilità, quando, nel loro Magistero ordinario, ribadiscono la continuità di un insegnamento pontificio.

Papa Benedetto XV ricorda, nel corso della Prima Guerra mondiale, che “le private sventure sono meritati castighi, o almeno esercizio di virtù per gli individui, e che i pubblici flagelli sono espiazione delle colpe onde le pubbliche autorità e le nazioni si sono allontanate da Dio” (8) poiché “Dio, che governa il mondo nel tempo e nell’eternità, premia e punisce gli uomini, sia individualmente, sia nelle comunità, secondo le loro responsabilità” (9).
Pio XII, in occasione della rivolta di Ungheria, insegna che il Signore “come giusto giudice, se punisce spesso i peccati dei privati soltanto dopo la morte, tuttavia colpisce talora i governanti e le nazioni stesse anche in questa vita, per le loro ingiustizie, come la storia ci insegna” (10). Il Beato Giovanni XXIII afferma che “l’uomo, che semina la colpa, raccoglie il castigo. Il castigo di Dio è la risposta di Lui ai peccati degli uomini”; perciò “Egli [Gesù] vi dice di fuggire il peccato, causa principale dei grandi castighi” (11).

“Come siamo meschini, come siamo davvero colpevoli al punto da meritare i castighi del Signore!” (12), esclama Paolo VI; mentre Giovanni Paolo II spiega che Dio “esige sì soddisfazione, e tuttavia è anche clemente, e non ci punisce tanto quanto meriteremmo” (13); “Dio ricorre al castigo come mezzo per richiamare sulla retta via i peccatori sordi ad altri richiami” (14).

Non diverse sono le parole dei santi: a “Radio Maria” ho ricordato quelle di sant’Annibale di Francia (1851-1927), che il 16 novembre 1905 preannunciò il terribile terremoto di Messina del 28 dicembre 1908 con queste parole:

“Senza mezzi termini, senza reticenze e timori, io vi dico, o miei concittadini, che Messina è sotto la minaccia dei castighi di Dio: essa non è meno colpevole di tante altre città del mondo che sono state distrutte o dal fuoco o dalle guerre o dai terremoti: deve dunque aspettarsi da un momento all’altro di subire anch’essa la stessa sorte… Ecco il terribile argomento del mio lacrimevole discorso. Io comincio da farvi una enumerazione di tutti quei motivi pei quali i castighi del Signore su questa città appariscono alla mia atterrita fantasia quasi inevitabili.

1° Il primo motivo è che i nostri peccati reclamano i castighi di Dio. Presso di noi “peccato” è una parola di poco peso. Lo commettiamo con la massima facilità, ci abituiamo assai naturalmente, arriviamo a bere l’iniquità come acqua e con l’anima piena di peccati e di delitti ridiamo, scherziamo, dormiamo e pensiamo ad acquistarci il ben vivere per peccare ancora di più. Se qualche volta ci pentiamo, è un pentimento superficiale e momentaneo: ben presto si torna al vomito. Leggiamo la Sacra Scrittura, interroghiamo la storia di tutti i secoli, e noi troviamo che Dio punisce non solo nell’altra vita, ma anche in questa. Diluvi sterminatori, terremoti distruttori, guerre, epidemie devastatrici, carestie, siccità, mali sempre nuovi e incogniti: tutto dimostra che Iddio castiga severamente i peccati anche in questa vita. (…)

2° Un secondo motivo per cui dobbiamo ritenere per certi i castighi di Dio, è che tante altre città a noi vicine hanno già avuto questi castighi, appunto perché avevano i nostri stessi peccati. Ora, se Dio punì quelle città che avevano questi stessi peccati, perché non punirà anche noi? Dio è giusto.

3° I castighi di Dio verranno su di noi perché abbiamo avuto diversi avvisi e non ne abbiamo fatto caso. Undici anni or sono, la terra ci tremò sotto i piedi. Dopo 4 anni, il 1898, terremoti: minore fervore. Finalmente 40 giorni fa terremoti. Che si fece? Nulla! Il popolo, le famiglie rimasero indifferenti! Ci siamo abituati. Ci sembra che godiamo d’un privilegio d’immunità presso Dio e che possiamo peccare a nostro bell’agio. Ah, non è così! Tutti questi replicati avvisi non sono che i lampi e i tuoni precursori dell’imminente scoppio dell’uragano!

4° La nostra storia, fin dall’origine, ci accerta che Messina, quando in un’epoca quando in un’altra, è stata visitata sempre dal divino flagello. Il passato insegna l’avvenire. Se Iddio per tanti secoli ha fatto così con questa città, perché deve mutare adesso la sua condotta?”.
Il terremoto, concludeva sant’Annibale, “per quanto è terribile ha però questo di buono, che apporta una conversione generale! È un gran missionario. Si resiste alle prediche. Ma quando ci sentiamo tremare…” (15).

Come dimenticare poi i sogni profetici e i preannunci di castighi di san Giovanni Bosco?
Alla vigilia della seconda sessione del Concilio Vaticano I, il 6 gennaio 1870, don Bosco ebbe una visione in cui gli fu rivelato che “la guerra, la peste, la fame sono i flagelli con cui sarà percossa la superbia e la malizia degli uomini”. Così si espresse il Signore: “Voi, o sacerdoti, perché non correte a piangere tra il vestibolo e l’altare, invocando la sospensione dei flagelli? Perché non prendete lo scudo della fede e non andate sopra i tetti, nelle case, nelle vie, nelle piazze, in ogni luogo anche inaccessibile, a portare il seme della mia parola? Ignorate che questa è la terribile spada a due tagli che abbatte i miei nemici e che rompe le ire di Dio e degli uomini?”.

Padre Mucci saprà che questo vaticinio fu pubblicato proprio da “La Civiltà Cattolica” dell’anno 1872, vol. VI, serie III, pp. 299-303 (16). Chi non vede l’attualità di queste parole?

Questo è il linguaggio dei santi, rifiutato da coloro che si fanno un’immagine di Dio a loro uso e piacere, non rendendosi conto che rifiutando il Dio giusto rifiutano anche il Dio misericordioso.

Suggerisco inoltre a padre Mucci e agli altri miei detrattori di rileggere la quaestio della Summa Theologica dedicata alla liceità della “vendetta”, considerata da san Tommaso d’Aquino una specifica virtù (17), una perfezione divina che “consiste nel punire, rispettando in tutte le circostanze la debita misura” (18).

Scrive il Dottore Angelico: “Quando è tutto il popolo che pecca, la vendetta va fatta su tutto il popolo, come furono sommersi nel mar Rosso gli Egiziani che perseguitavano i figli d’Israele, e come furono colpiti in blocco gli abitanti di Sodoma; oppure va colpito un numero rilevante di persone, come avvenne nel castigo inflitto per l’adorazione del vitello d’oro. Invece altre volte, se si spera l’emenda di molti, la severità della vendetta deve colpire pochi esponenti, la cui punizione incuta timore negli altri: come si legge nel libro dei Numeri, che il Signore comandò di impiccare i capi per il peccato di tutto il popolo. Se invece il popolo non ha peccato in blocco ma in parte, quando i colpevoli possono essere riconosciuti, la vendetta deve esercitarsi su di essi: se però il castigo è possibile senza pregiudizio per gli altri. Altrimenti si deve perdonare al popolo a scapito della severità. Lo stesso si dica per il principe che rappresenta il popolo. Infatti il suo peccato va tollerato, se non può essere punito senza scandalo dei sudditi: a meno che non sia tale da nuocere al popolo, nell’ordine spirituale o temporale, più dello scandalo che potrebbe nascere dalla punizione” (19).

Secondo san Tommaso, “L’ignoranza causa involontarietà. Ma talora la vendetta raggiunge anche chi è nell’ignoranza. Infatti i bambini dei Sodomiti, sebbene fossero nell’ignoranza invincibile, perirono insieme ai loro genitori, come si legge nella Scrittura. Parimenti per il peccato di Datan e di Abiron furono ingoiati anche i loro piccoli. Anzi, per il peccato degli Amaleciti, Dio comandò di uccidere persino gli animali bruti privi di ragione. Perciò la vendetta talora va esercitata anche contro le colpe involontarie” (20).

A chi dice che, poiché il castigo è dovuto al peccato, ogni peccato è volontario, e dunque la vendetta deve esercitarsi solo su coloro che han voluto la colpa (21), risponde san Tommaso: “La pena, o castigo, può essere considerata sotto due aspetti. Primo, sotto l’aspetto di punizione. E come tale, la pena è dovuta solo al peccato: perché con essa viene ristabilita l’uguaglianza della giustizia, nel senso che colui il quale peccando aveva troppo assecondato la propria volontà, viene a subire cose contrarie al proprio volere. Perciò, siccome ogni peccato è volontario, compreso quello originale, secondo le spiegazioni date, è evidente che nessuno viene punito in questo senso, se non per atti compiuti volontariamente.

Secondo, una pena può essere considerata come medicina, non solo per guarire dai peccati già commessi, ma per preservare dai peccati futuri, e per spingere al bene. E sotto quest’aspetto uno può essere castigato anche senza colpa: però non senza una causa. – Si deve però notare che una medicina non priva mai di un bene maggiore, per procurarne uno minore: un medico, p. es., non accecherà mai un occhio per sanare un calcagno; tuttavia egli potrà infliggere un danno in cose secondarie per soccorrere quelle principali. E poiché i beni spirituali sono i beni supremi, mentre quelli temporali sono tanto piccoli; talora uno viene castigato nei beni temporali senza alcuna colpa, ed è così che Dio infligge molte penalità della vita presente come prove e umiliazioni: nessuno invece viene mai punito nei beni spirituali, sia nel tempo presente che nella vita futura, senza sua colpa; poiché codeste punizioni non sono medicinali, ma accompagnano la dannazione dell’anima” (22).

Tutte le pene di questa vita, anche quelle degli innocenti, come i bambini, sono pene o conseguenze del peccato originale. Infatti, spiega san Tommaso, “secondo il giudizio di Dio i bambini sono puniti con le pene temporali assieme ai genitori, sia perché appartengono ad essi, e sia perché in loro Dio punisce i genitori. E infine anche perché questo ridonda a loro bene: perché se dovessero sopravvivere, sarebbero portati a imitare le colpe dei genitori, e quindi meriterebbero pene più gravi. – La vendetta poi viene esercitata sugli animali e sulle altre creature prive di ragione, perché in tal modo ne vengano puniti i proprietari. E anche per incutere orrore del peccato” (23).

Potrei continuare all’infinito con innumerevoli citazioni. Nei miei interventi su questo tema a “Radio Maria” del 16 marzo e 21 aprile 2011 non ho espresso, e non mi sarei mai sognato di esprimere, alcuna opinione personale. Ho esposto invece la dottrina cattolica sul male, che va attinta non solo al Nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica, ma anche all’insegnamento costante dei Papi e alla buona teologia e filosofia, oltre che all’esempio e alle parole dei santi.

Spero che padre Mucci non voglia obiettare che san Tommaso d’Aquino è superato (lo stesso Concilio Vaticano II lo ha raccomandato due volte alle scuole cattoliche (24), né che il Vaticano II ha spostato l’accento dal Dio “vendicativo” a quello misericordioso. Nei millenovecento anni precedenti l’ultimo Concilio, la Chiesa non ha mai cessato di ricordare, accanto all’infinità misericordia di Dio la sua infinita giustizia e se questo concetto viene rimosso, il risultato è uno sfiguramento della dottrina della Chiesa, non per affermazione, ma per omissione. Oggi l’insegnamento del Vangelo viene trasmesso in modo parziale e non integrale, per il pestilenziale influsso di teologi eterodossi e per il pavido timore del giudizio del mondo. Spiace che la già gloriosa “Civiltà Cattolica” si accodi a questo andamento autodemolitorio.

Roberto de Mattei

NOTE
(1) Giandomenico Mucci, La verità e lo scandalo, in “La Civiltà Cattolica” quaderno 3862 (21 maggio 2011), pp. 351-356, quaderno 3862 (21 maggio 2011).
(2) Orazio Mazzella, La provvidenza di Dio, l’efficacia della preghiera, la carità cattolica ed il terremoto del 28 di Dicembre 1908: cenni apologetici, Desclée e C., Roma 1909.
(3) G. Mucci, La verità e lo scandalo, cit., p. 355.
(4) Ivi.
(5) Ivi, p. 356.
(6) Ivi.
(7) Benedetto XVI, Udienza generale del 18 maggio 2011.
(8) Benedetto XV, Discorso ai predicatori quaresimali di Roma del 19 febbraio 1917.
(9) Benedetto XV, Enciclica In praeclara summorum del 30 aprile 1921.
(10) Pio XII, Enciclica Datis Nuperrime del 5 novembre 1956.
(11) Beato Giovanni XXIII, Radiomessaggio del 28 dicembre 1958.
(12) Paolo VI, Omelia del 13 marzo 1966.
(13) Giovanni Paolo II, Omelia del 22 febbraio 1987.
(14) Giovanni Paolo II, Udienza generale del 13 agosto 2003.
(15) S. Annibale M. Di Francia, Appunti di predica, 15 novembre 1905, in Scritti, s. d., Curia Generalizia dei Regazionisti, vol. 55, doc. 2005. Cfr. anche Ignazio Cannavò, Chiesa e terremoto (Messina 1908). Solidarietà e polemiche, Bonanno, Acireale-Roma 2009, pp. 133-135.
(16) Cfr. anche Memorie biografiche del venerabile don Giovanni Bosco. Raccolte del sac. Salesiano Giovanni Battista Lemoyne, edizione extra commerciale, vol. IX, Tipografia S.A.I.D. “Buona Stampa”, Torino 1917, p. 782.
(17) S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologica, q. 108, a. 2.
(18) Ivi, IIª-IIae q. 108 a. 2 ad 3.
(19) Ivi, IIª-IIae q. 108 a. 1 ad 5.
(20) Ivi, IIª-IIae q. 108 a. 4 arg. 3.
(21) Ivi, IIª-IIae q. 108 a. 4 s. c.
(22) Ivi, IIª-IIae q. 108 a. 4 co.
(23) Ivi, IIª-IIae q. 108 a. 4 ad 3.
(24) Decreto sulla formazione sacerdotale Optatam totius, n. 16; Dichiarazione sull’educazione cristiana, Gravissimum educationis, n. 10.

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