Humanae Vitae: un’enciclica coraggiosa ma non profetica

Riportiamo il testo di un’intervista di Diane Montagna al prof. Roberto de Mattei apparsa sul portale canadese LifeSiteNews il 24 luglio 2018.

Il 25 luglio 1968 Paolo VI promulgò l’enciclica Humanae Vitae. Cinquant’anni dopo, qual è il giudizio storico che dà su questo avvenimento?

La Humanae Vitae è un’enciclica di grande rilievo storico, perché ha ricordato l’esistenza di una legge naturale immutabile, in un’epoca in cui il punto di riferimento della cultura e del costume era la negazione dei valori permanenti nel divenire storico.

Il documento di Paolo VI fu anche una risposta alla rivoluzione ecclesiastica che, dopo la chiusura del Concilio Vaticano II, attaccava la Chiesa dall’interno. Dobbiamo ringraziare Paolo VI per non aver ceduto alle fortissime pressioni dei media e delle lobby ecclesiastiche che pretendevano di modificare l’insegnamento della Chiesa a questo proposito.

Contrariamente a molti, Lei sostiene che Humanae Vitae non sia stato un documento profetico. Perché?

Nel linguaggio corrente, viene definita profetica la capacità di prevedere avvenimenti futuri alla luce della ragione, illuminata dalla Grazia. Sotto questo aspetto, negli anni del Concilio Vaticano II, furono “profeti” i 500 Padri conciliari che reclamarono la condanna del comunismo, prevedendo che in quanto “intrinseco male” sarebbe presto crollato, mentre non furono “profeti” coloro che a questa condanna si opposero, nella convinzione che il comunismo conteneva qualcosa di buono e sarebbe durato secoli. In quegli stessi anni si diffondeva il mito della esplosione demografica e tutti parlavano della necessità di ridurre le nascite.

Non furono profeti coloro che come il cardinale Suenens, chiedevano di autorizzare la contraccezione per limitare le nascite, mentre furono profeti i Padri conciliari, come i cardinali Ottaviani e Browne, che si opponevano a queste richieste, ricordando le parole della Genesi: Crescete e moltiplicatevi. Il problema che oggi affronta l’Occidente cristiano non è certo quello della sovrappopolazione, ma il crollo demografico. La Humanae vitae non fu un’enciclica profetica, perché accettò il principio del controllo delle nascite, sotto forma di “paternità responsabile”, anche se fu un documento coraggioso perché ribadì la condanna dei metodi anticoncezionali e dell’aborto. Sotto questo aspetto merita di essere celebrato.

Alcuni hanno suggerito che l’HumanaeVitaeabbia offerto un insegnamento nuovo, ricordando l’inseparabilità dei due fini del matrimonio, il procreativo e l’unitivo e ponendoli sullo stesso piano. È d’accordo?

L’inscindibilità dei due fini del matrimonio fa parte della dottrina della Chiesa e l’Humanae Vitae giustamente lo ricorda. Ma per evitare equivoci bisogna ricordare l’esistenza di una gerarchia dei fini. Secondo la dottrina della Chiesa il matrimonio è, per sua natura, una istituzione di carattere giuridico-morale, elevata dal Cristianesimo alla dignità di Sacramento. Il suo fine principale è la procreazione della prole, che non è una semplice funzione biologica e non può essere separata dall’atto coniugale.

Il matrimonio cristiano infatti ha lo scopo di dare dei figli a Dio e alla Chiesa, perché siano futuri cittadini del Cielo. Come insegna san Tommaso (Contra Gent. 4, 58), il matrimonio fa degli sposi «i propagatori e i conservatori della vita spirituale, secondo un ministero a un tempo corporale e spirituale», che consiste nel «generare la prole ed educare al culto divino» (Ef 5, 28), I genitori non comunicano direttamente la vita soprannaturale ai loro figli, ma devono assicurarne lo sviluppo, trasmettendo loro l’eredità della fede, a cominciare dal battesimo. Per questo il fine principale del matrimonio comporta anche l’educazione della prole: un’opera, afferma Pio XII in un discorso del 19 maggio 1956, che per la sua portata e le sue conseguenze sorpassa ampiamente quella della generazione.          

Qual è l’autorità magisteriale dell’Humanae Vitae?

Paolo VI, per cercare di attenuare lo scontro dottrinale con i cattolici fautori della contraccezione, non volle attribuire al documento un carattere definitorio. Ma la condanna della contraccezione può essere considerata un atto infallibile del Magistero ordinario, laddove ribadisce quanto sempre è stato insegnato: ogni uso del matrimonio in cui, utilizzando metodi artificiali, si impedisca all’atto coniugale di procreare la vita, viola la legge naturale e costituisce una colpa grave.

Anche il primato del fine procreativo del matrimonio può essere considerato dottrina infallibile del Magistero ordinario, perché affermata in modo solenne da Pio XI nella Casti connubii e ribadita da Pio XII nel suo fondamentale Discorso alle ostetriche del 29 ottobre 1951. Pio XII afferma infatti in maniera chiara: «La verità è che il matrimonio, come istituzione naturale, in virtù della volontà del Creatore non ha come fine primario e intimo il perfezionamento personale degli sposi, ma la procreazione e la educazione della nuova vita. Gli altri fini, per quanto anch’essi intesi dalla natura, non si trovano nello stesso grado del primo, e ancor meno gli sono superiori, ma sono ad esso essenzialmente subordinati. Ciò vale per ogni matrimonio, anche se infecondo; come di ogni occhio si può dire che è destinato e formato per vedere, anche se in casi anormali, per speciali condizioni interne ed esterne, non sarà mai in grado di condurre alla percezione visiva». Il Papa a questo punto ricorda che la Santa Sede, con un pubblico Decreto del Sant’Uffizio, «pronunziò non potersi ammettere la sentenza di alcuni autori recenti, i quali negano che il fine primario del matrimonio sia la procreazione e la educazione della prole, o insegnano che i fini secondari non sono essenzialmente subordinati al fine primario, ma equipollenti e da esso indipendenti» (S. C. S. Officii, I aprile 1944 – Acta Ap. Sedis vol. 36, a. 1944).

Nel suo articolo Lei evidenzia che un elemento nuovo che emerge dal libro di mons. Marengo è il testo completo della prima bozza dell’enciclica di Paolo VI, con il titolo De nascendi prolis. Questa enciclica è stata poi trasformata nell’ Humanae Vitae. Ci può dire qualcosa in più riguardo a questa trasformazione?

La storia della Humanae Vitae è complessa e tormentata. L’inizio di questa storia è il rifiuto, da parte dei Padri conciliari, dello schema preparatorio sulla famiglia e il matrimonio redatto dalla commissione preparatoria del Vaticano II e approvato da Giovanni XXIII. Il principale artefice della svolta fu il cardinale Leo-Joseph Suenens, arcivescovo di Bruxelles che influì profondamente sulla Gaudium et Spes e “pilotò” la commissione ad hoc sulla regolazione delle nascite nominata da Giovanni XXIII e ampliata da Paolo VI.

Questa commissione, nel 1966, elaborò un testo in cui la maggioranza degli esperti si esprimevano a favore della contraccezione. I due anni che seguirono furono controversi e confusi, come confermano i nuovi documenti pubblicati da mons. Marengo. Al rapporto di maggioranza, reso noto dal National Catholic Report nel 1967, si contrappose un rapporto di minoranza che si opponeva all’uso dei mezzi anticoncezionali. Paolo VI nominò quindi un nuovo gruppo di studio, diretto dal suo teologo mons. Colombo. Dopo molte discussioni si arrivo alla De nascendiprolis, ma qui ci fu un nuovo colpo di scena, perché i traduttori francesi espressero forti riserve sul documento. Paolo VI fece nuove modifiche e finalmente, il 25 luglio 1968, fu pubblicata la Humanae Vitae.

La differenza tra i due documenti stava nel fatto che il primo era di natura più “dottrinale”, il secondo aveva un profilo più “pastorale”. Si sentiva, secondo mons. Marengo, «la volontà di evitare che la ricerca di una chiarezza dottrinale potesse essere interpretata come insensibile rigidità». La dottrina tradizionale della Chiesa era confermata, ma la dottrina dei fini del matrimonio non era espressa con sufficiente chiarezza.

Nel suo articolo Lei scrive che Giovanni Paolo II riaffermò con vigore l’insegnamento dell’Humanae Vitae, ma la concezione di amore coniugale diffusasi sotto il suo pontificato è alle origini di molti equivoci . Ci vuole dire qualcosa di più su questo punto?

Sono grato a Giovanni Paolo II per la chiara riaffermazione degli assoluti morali nella Veritatis splendor. Ma la teologia del corpo di Giovanni Paolo II, in parte ripresa dal nuovo Codice di Diritto canonico e dal Nuovo Catechismo, esprime una concezione del matrimonio centrata quasi esclusivamente sull’amore sponsale. Dopo cinquant’anni si deve avere il coraggio di riesaminare la questione con oggettività mossi solo dal desiderio di ricerca della verità e dal bene delle anime.

I frutti della nuova pastorale sono sotto gli occhi di tutti. La contraccezione è largamente diffusa nel mondo cattolico e la giustificazione che viene data è una visione distorta dell’amore e del matrimonio. Se non si stabilisce la gerarchia dei fini il rischio è proprio ciò che si vuole evitare, vale a dire la tensione, il conflitto e infine la separazione dei due fini del matrimonio.

Ma il legame matrimoniale non è anche simbolo dell’unione intima di Cristo con la Chiesa?

Certamente, ma la celebre espressione di san Paolo (Eph. V, 32) viene quasi sempre applicata all’atto coniugale, mentre l’amore matrimoniale non è solo amore sensibile, ma prima di tutto amore razionale. L’amore razionale, elevato dalla Carità, diviene una forma di amore soprannaturale e santifica il matrimonio. L’amore sensibile può degradarsi, fino a considerare la persona del coniuge come un oggetto di piacere. Questo rischio può derivare anche da una enfatizzazione del carattere sponsale del matrimonio.

Inoltre, riferendosi all’immagine dell’unione di Cristo con la sua Chiesa, Pio XII afferma: «Nell’uno come nell’altra il dono di sé è totale, esclusivo, irrevocabile: nell’uno e nell’altra lo sposo è capo della sposa, che gli è soggetta come al Signore (cfr. ibidem, 22-33); nell’uno e nell’altra il dono mutuo diviene principio di espansione e sorgente di vita» (Discorso ai novelli sposi del 23 ottobre 1940).

Oggi si pone l’accento solo sulla donazione reciproca, ma si tace sul fatto che l’uomo è il capo della moglie e della famiglia, come Cristo lo è della Chiesa. L’implicita negazione del primato del marito sulla moglie è analoga all’omissione del primato del fine procreativo sull’unitivo. Ciò introduce all’interno della famiglia una confusione di ruoli di cui oggi misuriamo le conseguenze.

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