Guerra in Medio Oriente. La soluzione è uno Stato palestinese?

Guerra in Medio Oriente. La soluzione è uno Stato palestinese?
FONTE IMMAGINE: Virgilio Notizie (https://notizie.virgilio.it/)
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In questo momento, acconsentire a che si formi uno Stato palestinese significherebbe legittimare e rafforzare con ulteriori strumenti del diritto internazionale un avamposto militare a guida iraniana, connesso a russi e cinesi, per continuare una guerra ancora più cruenta contro l’Occidente. Che gli Stati Uniti insistano ancora oggi su quest’ipotesi dice molto sul fatto che la Casa Bianca non sa esattamente come uscire da quest’impasse, anche perché le elezioni presidenziali sono ad un passo.

La guerra narrativa condotta da Hamas e dal suo fronte ha tentato di imporre la versione per cui l’ospedale a Gaza era stato colpito da missili israeliani – cosa non vera, ma che nell’immediato ha disturbato la visita ufficiale di Biden, che doveva incontrare i leader della PA, di Giordania ed Egitto per concordare gli aiuti umanitari; e ha consentito al Bahrain, altro Stato che aveva stipulato gli Accordi di Abramo, di ritirare il suo ambasciatore (decisione presa anche dalla Giordania).

All’indomani del 2020, solo il Qatar era rimasto vicino alla Palestina, e infatti oggi si pone coerentemente come ambiguo mediatore del conflitto in corso, mentre dalla primavera 2023 – con sincronismo prodigioso – il regime alawita siriano di Assad è stato riammesso nella Lega Araba minando un pilastro degli Accordi di Abramo, per cui gli unici Paesi a non allinearsi con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono stati Marocco, Qatar e Kuwait. Il Qatar, che sembra essere l’attore decisivo nelle trattative sugli ostaggi, rimane solidale alla Turchia, che non ha interessi in una Siria rivitalizzata e sostiene la narrativa dei «miliziani coraggiosi di Hamas». Il Marocco ospita adunate oceaniche pro-Gaza mentre l’Algeria chiede che lo Stato ebraico sia perseguito dalla Corte penale internazionale. Il tutto si è prodotto anche per il forte disinteresse da parte israeliana ad una strategia più dura, in nome di un autoreferenziale culto delle patrie memorie, che ha ceduto il passo all’ammorbidimento del nazionalismo ed alle tendenze progressiste della sua storia recente. Va ricordato come la guerra dello Yom Kippur seguì a una fase espansiva del territorio di Israele, mentre il conflitto attuale si svolge in un contesto in cui Gerusalemme ha fatto ponti d’oro all’ingresso dei cinesi al porto di Haifa, ha venduto tecnologie securitarie critiche al mondo arabo (Pegasus all’Arabia Saudita, al Marocco…) e in definitiva ha privilegiato la narrazione, rispetto all’interesse nazionale inteso in primis come principio di sicurezza. In Israele, analogamente a quanto accaduto in Italia negli ultimi dieci anni, è invalso a livello mediatico, di dibattito, addirittura universitario, il termine ‘narrazione’ al posto di altre espressioni usate sino a poco prima quali ‘discorso politico’, ‘contenuto di pensiero’ e in fondo anche di ‘persuasione ideologica’ o ‘ricostruzione storica’.

Cos’è la narrazione? Certo non è un racconto storico. È qualcosa alla confluenza tra propaganda e persuasione (manifesta). Si ha una narrazione quando si veicolano nuove idee (o proposte di dottrine antiquate ma per così dire ‘restaurate’ come appunto gli Accordi di Abramo) per forzare una decisione e creare una tendenza. Le radici culturali potranno anche avvicinare e aiutare a parlare un linguaggio comune, nutrendo i commerci in aree del continente nord-africano e medio-orientale che necessitano di concretezza e non solo di propositi; ma da ultimo si scontrano con gli interessi di più vasto respiro della proiezione di potenza dei singoli Stati, in una nuova Globalizzazione i cui contorni geopolitici vengono a volte fraintesi da Gerusalemme.

Quello a cui abbiamo assistito è il fallimento dell’impegno teso a costruire (e radicare) in Europa una narrazione diversa da quella che ha cercato di intessere nel Medio Oriente con gli Accordi che, più che di Abramo, sono denominabili come “abramitici”, in tono minore. Questi eventi porteranno ad un sostanziale cambiamento militare e politico a Gerusalemme, con conseguenze per tutti, per il governo, per la sinistra e la destra israeliane, per l’approccio che Gerusalemme ha verso la Cisgiordania, e in definitiva verso l’Iran (che sta riempiendo di armi la Cisgiordania). L’allineamento iraniano e russo con la Cina deve far riflettere sul corso degli ultimi dieci anni e soprattutto a partire dai prodromi ucraini.

Alcune domande circa la situazione regionale resteranno senza risposta, mentre il quadro della nuova Guerra Fredda globale è sempre più chiaro. L’Autorità Nazionale Palestinese sopravvivrà alla sua crisi di credibilità? Gli americani hanno fatto riferimento ad accordi «temporanei» che potrebbero garantire la sicurezza e una minima governance coinvolgendo «altri Stati arabi». Ma l’idea che sia l’ONU a creare questa governance pare un’idea bizzarra, vista anche l’esperienza libanese degli ultimi quarant’anni. Per non parlare di un possibile ruolo dell’Egitto che, a differenza di quanto pensa l’opinione pubblica progressista, tratterebbe i militanti palestinesi peggio di quanto si potrebbe immaginare.

Andrebbe ricordato come gli egiziani trattarono i palestinesi in patria e nel Sinai. In Egitto la considerazione per gli stessi israeliani è molto bassa e rasenta l’ostilità, le difficoltà sociali che Al-Sisi deve governare sono enormi e il ricordo dell’intervento militare nello Yemen negli anni Sessanta è ancora piuttosto vivo. Israele ha già dichiarato che gestirà la questione di Gaza ogni volta che si renderà necessario per tutelare la propria sicurezza. E non farà affidamento su altri Stati o entità multilaterali per mitigare questi rischi. Per dirla tutta, nessuna forza di interposizione internazionale, men che meno in presenza di arabi, priva di un reale potere militare di fermare le incursioni israeliane, potrà cristallizzare una pace armata.

Un’occupazione di Gaza per mano dell’ONU o degli egiziani è solo una mera ipotesi elettorale (vista da Washington). Israele porterà a termine la sua missione militare e solo dopo ci potrà essere un coordinamento dell’ONU, soprattutto per quanto riguarda gli aiuti umanitari. Nonostante la retorica occidentale, non ci sarà nessuna soluzione a due Stati, così come non ci saranno soluzioni a breve termine ad una guerra di difesa che Israele deve solo concludere e vincere.

Forse la colpa più grave per gli israeliani è stato sottovalutare la portata geopolitica di questo scontro con Hamas, e in generale il pericolo che veniva da Russia e Cina. Non si tratta più di un problema politico regionale, e nemmeno di un confronto tra Occidente e Islam (che pure è in atto): la contesa di Gerusalemme da parte dei musulmani è uno dei “teatri” che si sono riaccesi nella guerra proxy tra Stati Uniti e Cina.

Il 7 ottobre ha messo in luce un altro elemento del disordine globale attuale: un problema geopolitico, con attori regionali ingaggiati quali Russia, Iran, Turchia, piccole e medie potenze del Medio Oriente, che in realtà si stanno allineando a Pechino, vuoi per questioni energetiche o per questioni militari. Siamo di fronte ad una minaccia organica e strutturata contro la civiltà occidentale.

In un contesto accelerato è necessaria una reazione netta e non fraintendibile da parte del blocco politico e militare del mondo libero.

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