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Gli scenari geopolitici della strage di Bengasi

(di Vittorio Dan Segre su Il Giornale del 13-09-2012) Gerusalemme – La storia non si ripete, tuttavia certe situazioni di crisi si rassomigliano. L’ambasciatore americano Chris Stevens non è l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando; l’ira della folla che ha attaccato il consolato statunitense a Bengasi è ben diversa da quella che animava il nazionalista Gavrilo Princip. Tuttavia in questo attentato ci sono elementi che possono far diventare l’assasinio di Bengasi una data storica come quello di Sarajevo.

La situazione anarchica che continua a regnare in Libia ha poco a vedere con le cause e le possibili conseguenze di questo attentato. Ad avvicinare i due tragici avvenimenti sono fatti, molto diversi fra di loro.

Da un lato c’è il fallimento di due potenze imperiali – l’impero austro ungarico e quello americano in fase di declino politico – nell’affrontare in maniera saggia il pericolo rappresentato per l’uno dal nazionalismo etnico slavo e per l’altro il pericolo del nazionalismo etnico islamico. I tentennamenti della politica americana nei confronti dell’Islam, il rifiuto di ambo i rami teocratici musulmani, tanto quello shiita (iraniano) quanto quello sunnita (saudita, egiziano) – di accettare la mano tesa del presidente Obama (discorso del Cairo 2008) non per il sostegno americano di Israele ma per l’inaccettabilità dei volori laici democratici occidentali di cui Washington si vuole difensore, ha condotto ad un aumento dell’odio anti americano in tutto il mondo islamico. Non c’è possibile colloquio fra chi sente il dovere di uccidere e morire per un film considerato irrispettoso per Maometto e chi ritiene sacrosanta la libertà di espressione, artistica o di altro tipo.

Dall’altro lato c’è il momento delicato in cui questo attentato carico di simbolismo politico e religioso ha luogo. In piena crisi economica, morale (e per la cristianità) religiosa dell’Occidente. In piena campagna elettorale presidenziale in America dove i difensori (repubblicani) di valori tradizionali si scontrano a colpi di piccole percentuali di voti con quelli (progressisti) dei democratici. In profonda mancanza di leadership nei confronti del pericolo nucleare che non è quello del possesso dell’arma nucleare ma di questa arma nelle mani del piu anti americano regime islamico – l’iraniano – e del più solido alleato, sostenitore dei valori democratici e occidentali nel Medio Oriente – Israele.

E’ possibile che anche questa crisi si risolva nel non fare dei paesi democratici, il che sarebbe del resto un modo tragico di fare. Quello che sembra probabile è che l’assassinio dell’ambasciatore americano in Libia porti acqua al mulino di Romney. Il candidato che ha basato la strategia della sua campagna sull’accusa dell’incompetenza economica di Obama, sui risultati disastrosi di una politica di quietismo nei confronti dell’imperialismo islamico e di abbandono degli alleati democratici.